Arte, donne, pittura
Non musa, ma presenza. La donna nella pittura di Carlo Vercelli, tra memoria e cambiamento
Carlo Vercelli, Chiara?, olio su tela, dittico 70 x 140 cm cad.uno, 2025
Eleonora Zamparutti
10/02/2026
Negli ultimi anni, il tema della donna è tornato al centro del dibattito artistico internazionale non solo come operazione di recupero storico, ma come terreno di ridefinizione culturale. Tra qualche settimana nelle Fiandre al Museum of Fine Arts di Ghent inaugurerà “Unforgettable. Women artists from Antwerp to Amsterdam, 1660-1750”, una grande mostra dedicata a quaranta artiste attive nel Seicento nei Paesi Bassi: un progetto già ospitato al National Museum of Women in the Arts di Washington, DC e pronto ad approdare in Europa. Un’esposizione che mette in discussione l’idea consolidata di un’età dell’oro dominata esclusivamente da figure maschili, restituendo invece l’immagine di una costellazione di presenze femminili capaci di incidere sull’economia artistica, sociale e simbolica del loro tempo.
A Milano, quasi in parallelo, Anselm Kiefer ha scelto di dedicare alle Alchimiste un ciclo monumentale di opere, trasformando la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale in un pantheon femminile. Le sue figure – donne sapienti e visionarie, spesso marginalizzate o perseguitate – emergono dalla materia pittorica come simboli di conoscenza, distruzione e rigenerazione. Qui la donna non è musa né allegoria, ma forza attiva di trasformazione.
È in questo clima di rinnovata attenzione che, nel dicembre scorso, Carlo Vercelli ha inaugurato a Milano “Percorso nella figurazione” (Milano, Palazzo Pirelli, 2 - 23 dicembre 2025), una mostra interamente dedicata alla figura femminile. Un lavoro che non nasce sull’onda di una tendenza, ma come esito di una ricerca pluriennale. «Mettere al centro la donna oggi – osserva l’artista – significa interrogare una delle forze cardinali del cambiamento». Carlo Vercelli, classe '56, si è formato all'Accademia di Belle Arti di Brera. In passato è stato assiduo frequentatore della Famiglia Artistica Milanese dove è entrato in contatto con il pittore Eros Pellini, lo scultore Renzo Zacchetti e il disegnatore Mario Uggeri. Nella sua pittura, il corpo femminile diventa luogo di relazione, spazio di ascolto, presenza quotidiana capace di attivare una riflessione per proiettarsi oltre il presente. La donna non è solo un soggetto di rappresentazione, ma un indicatore di trasformazione profonda del ruolo dell’artista nella società contemporanea. «La storia dell’arte – afferma – è stata a lungo dominata dagli uomini, perché le donne sono state sistematicamente svalutate. Eppure sappiamo quanto abbiano inciso sulla pittura moderna, spesso fornendo indicazioni decisive rimaste inascoltate». Il riferimento va a figure come Artemisia Gentileschi, capace di ridefinire la forza e la dignità del corpo femminile, o a Tamara de Lempicka, che attraverso lo studio della volumetria e della forma ha anticipato visioni ancora attuali. In questa genealogia, Vercelli legge la necessità di una riscoperta: la donna come chiave di una nuova realtà relazionale, capace di offrire coordinate inedite per interpretare il presente. «Non parlerei più di artisti uomini o donne – sottolinea – l’artista è tale per condizione. Ma cercare nel femminile una possibilità di cambiamento è un valore aggiunto, per chi guarda e per chi crea».
In una fase storica segnata da profonde trasformazioni sociali, anche il ruolo della donna è destinato a ridefinirsi. Non solo nell’arte. Nel dibattito culturale e politico statunitense, alcune letture proposte da think tank come la Heritage Foundation rimettono al centro una configurazione del ruolo femminile, fortemente ancorata a modelli sociali e familiari della tradizione. Una prospettiva che, pur nascendo in un contesto specifico, riapre interrogativi più ampi: se e come queste visioni possano influenzare anche il dibattito europeo, e soprattutto quanto entrino in tensione con pratiche artistiche che, come quella di Vercelli, leggono la figura femminile come spazio di relazione e cambiamento.
È dentro questo intreccio di riletture storiche, tensioni contemporanee e prospettive future che si colloca il lavoro di Carlo Vercelli. Ed è da qui che prende avvio il dialogo con l’artista.
Per Carlo Vercelli la donna non è mai un soggetto da esporre, né un’immagine da consumare. È piuttosto «una figura di tramite, un punto di passaggio attraverso cui far affiorare stati interiori, tensioni sociali, domande aperte sul presente. La mia figura femminile diventa così un dispositivo relazionale: non racconta solo sé stessa, ma attiva un dialogo diretto con chi guarda. Non è una donna lacerata, né vittima, né icona fragile. È una presenza quotidiana, concreta, colta in un frammento di tempo vissuto: una postura, uno sguardo, un’attesa silenziosa.»

Carlo Vercelli, She, olio su tela, 60 x 60 cm, 2025
Quali sono i tuoi riferimenti?
«Il mio è un percorso che parte dall’informale ma che, negli ultimi anni, si è tradotto in una figurazione più consapevole. La figura umana è diventata l’elemento centrale del mio lavoro, mentre il paesaggio e l’ambiente hanno progressivamente perso importanza. In questo passaggio mi sento vicino ad artisti che hanno lavorato sulla figura come Giacometti, per la sua capacità di concentrazione sull’essenziale, o Bacon, per l’intensità del rapporto tra corpo e spazio. Accanto a questi, guardo anche alla tradizione italiana del Novecento, a Morlotti e Capogrossi, per l’uso del segno come strumento espressivo.»
Anche la tecnica sembra giocare un ruolo decisivo in questa evoluzione.
«Uso un olio molto diluito con essenza di trementina, quasi un olio acquarellato. Questa tecnica mi permette di ottenere sfumature, trasparenze e percorsi segnici che un olio tradizionale non consentirebbe. È una pittura che mantiene una forte componente materica, ma allo stesso tempo leggera, capace di restituire sensazioni intime.»
A Palazzo Reale di Milano ha inaugurato la mostra “Metafisica/Metafisiche” che prende le mosse dai protagonisti del gruppo storico nato a Ferrara nel 1917 – Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi. Vedi qualche assonanza con l’oggi? In quale chiave l’arte tradizionale italiana a tuo avviso può dare un contributo?
«Ogni volta che si parla di Metafisica è inevitabile fare un passo indietro. Dietro De Chirico non c’è solo il Novecento, ma tutto il Quattrocento e il Cinquecento italiano. La sua ricerca nasce da un rispetto profondo per i canoni rinascimentali, che però vengono attraversati da qualcosa di nuovo: un surrealismo tutto italiano, diverso da quello francese, legato al tempo, alla memoria, alla sensazione del passato. È una pittura materica, mai evanescente, fatta di figure solide, dense. In questo senso anche Morandi, se vogliamo, può essere letto come metafisico: la materia è sempre centrale.
Quando ero all’Accademia – continua – ci veniva chiesto di guardare agli artisti italiani del Novecento legati alla Metafisica, perché rappresentavano un modo di intendere lo spazio come luogo vissuto, carico di suggestioni. Credo che oggi non si tratti di riprendere un solo tema, ma di riattraversare la nostra cultura senza dimenticare ciò che è arrivato dall’esterno. La cultura americana, dall’Action Painting alla Pop Art, ha inciso profondamente, spostando l’attenzione sul gesto e sull’immediatezza. La Metafisica, invece, porta con sé un valore più filosofico, legato al pensiero. Anche la tradizione italiana del Novecento – da Sironi in poi – non può essere accantonata. Anzi, oggi andrebbe valorizzata proprio per tornare a un figurativo nuovo, non statico. Un figurativo che dialoghi con autori come Gauguin, Soutine, Bacon, che hanno lavorato sulla realtà attraverso il colore e il segno, influenzando profondamente anche la cultura europea e italiana del secondo Novecento.
Mostre come quella di Kiefer, per esempio, mostrano come l’Informale, il Dada, il Cubismo abbiano trasformato radicalmente il concetto stesso di pittura. Per questo credo che oggi sia necessario tenere insieme passato e presente: guardare alle radici per capire chi siamo, ma lavorare sull’oggi. Mi viene sempre in mente Paul Gauguin, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? È una domanda che riguarda ancora tutti noi. Il presente è il campo di gioco, l’unico luogo da cui possiamo provare a immaginare il domani.»

Paul Gauguin, D'où venons-nous ? Que sommes-nous ? Où allons-nous ?, 1897-98, olio su tela, Museum of Fine Arts, Boston
Negli ultimi decenni il bacino culturale dell’arte sembra essersi profondamente trasformato. Oggi è ancora possibile, per un artista, far sentire la propria voce?
«Viviamo dentro un mercato molto vasto, ma paradossalmente poco capace di riconoscere l’artista vero. Molti restano sospesi tra la promessa e un vicolo cieco. La capacità di fare, che è il cuore del lavoro artistico, oggi fatica a emergere perché dovrebbe essere intercettata da bacini culturali in grado di sostenere una ricerca libera e autonoma. E questo, oggi, non è facile.
Negli anni Sessanta e Settanta le gallerie avevano una funzione diversa: non erano orientate prima di tutto al guadagno, ma alla costruzione di un discorso culturale. Si formavano gruppi di artisti, si accompagnavano percorsi. Oggi questo ruolo si è in gran parte perso. Prevale una soggettività economica. Lo si vede chiaramente nelle fiere: accanto ad artisti storicizzati o già quotati compare spesso l’ignoto assoluto, funzionale più a una strategia commerciale che a un reale progetto culturale. In questo contesto si finisce anche per creare personaggi dal nulla, importati da altri contesti culturali. Penso, per esempio, all’irruzione massiccia dell’arte cinese sul mercato europeo: non è una questione di rifiuto dello straniero, ma del modo in cui questi artisti vengono costruiti e presentati, spesso in maniera goffa, forzata, priva di autentico spessore.
In tutto questo, l’accettazione dell’artista – anche solo sul piano culturale, non necessariamente economico – diventa fondamentale. Senza quel riconoscimento, si resta in una condizione di isolamento. E l’unica cosa che ti permette di andare avanti è credere profondamente nel tuo lavoro.»
In uno scenario così complesso, quale strada ha davanti a sé oggi un artista?
«Io credo che l’unica strada possibile sia lavorare su un percorso artistico preciso. Senza inseguire tecniche assurde o originalità vuote. La tecnica contribuisce, ma non crea il talento. Conta la coerenza, l’umiltà, la fedeltà a una ricerca. Io ho iniziato a tredici anni e, anche se allora non potevo vedere lontano, ho sempre seguito questa linea.
Oggi c’è una tendenza a forzare l’originalità a tutti i costi, a creare oggetti che vogliono stupire ma che sono poveri di formazione, di profondità. L’arte, invece, dovrebbe essere un punto da cui ricominciare. Un luogo capace di generare una situazione completamente diversa da quella attuale, dominata da una cultura dell’oggetto svuotato di senso.
Ma non è facile. Ci sono momenti in cui l’abbandono è sempre alla porta. Ma negli ultimi anni ho capito che alcuni valori umani restano fondamentali. Come diceva Van Gogh, esistere e il fare di esistere è già qualcosa. Fare, continuare a fare, è ciò che può dare senso al presente e forse lasciare una traccia nel futuro.»
In un sistema che spesso privilegia l’oggetto al pensiero e il mercato alla visione, la posizione di Vercelli suona come una presa di responsabilità. L’arte, oggi, non è chiamata a produrre consenso ma consapevolezza. A ricostruire relazioni, memoria, profondità. Non a stupire, ma a durare.
A Milano, quasi in parallelo, Anselm Kiefer ha scelto di dedicare alle Alchimiste un ciclo monumentale di opere, trasformando la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale in un pantheon femminile. Le sue figure – donne sapienti e visionarie, spesso marginalizzate o perseguitate – emergono dalla materia pittorica come simboli di conoscenza, distruzione e rigenerazione. Qui la donna non è musa né allegoria, ma forza attiva di trasformazione.
È in questo clima di rinnovata attenzione che, nel dicembre scorso, Carlo Vercelli ha inaugurato a Milano “Percorso nella figurazione” (Milano, Palazzo Pirelli, 2 - 23 dicembre 2025), una mostra interamente dedicata alla figura femminile. Un lavoro che non nasce sull’onda di una tendenza, ma come esito di una ricerca pluriennale. «Mettere al centro la donna oggi – osserva l’artista – significa interrogare una delle forze cardinali del cambiamento». Carlo Vercelli, classe '56, si è formato all'Accademia di Belle Arti di Brera. In passato è stato assiduo frequentatore della Famiglia Artistica Milanese dove è entrato in contatto con il pittore Eros Pellini, lo scultore Renzo Zacchetti e il disegnatore Mario Uggeri. Nella sua pittura, il corpo femminile diventa luogo di relazione, spazio di ascolto, presenza quotidiana capace di attivare una riflessione per proiettarsi oltre il presente. La donna non è solo un soggetto di rappresentazione, ma un indicatore di trasformazione profonda del ruolo dell’artista nella società contemporanea. «La storia dell’arte – afferma – è stata a lungo dominata dagli uomini, perché le donne sono state sistematicamente svalutate. Eppure sappiamo quanto abbiano inciso sulla pittura moderna, spesso fornendo indicazioni decisive rimaste inascoltate». Il riferimento va a figure come Artemisia Gentileschi, capace di ridefinire la forza e la dignità del corpo femminile, o a Tamara de Lempicka, che attraverso lo studio della volumetria e della forma ha anticipato visioni ancora attuali. In questa genealogia, Vercelli legge la necessità di una riscoperta: la donna come chiave di una nuova realtà relazionale, capace di offrire coordinate inedite per interpretare il presente. «Non parlerei più di artisti uomini o donne – sottolinea – l’artista è tale per condizione. Ma cercare nel femminile una possibilità di cambiamento è un valore aggiunto, per chi guarda e per chi crea».
In una fase storica segnata da profonde trasformazioni sociali, anche il ruolo della donna è destinato a ridefinirsi. Non solo nell’arte. Nel dibattito culturale e politico statunitense, alcune letture proposte da think tank come la Heritage Foundation rimettono al centro una configurazione del ruolo femminile, fortemente ancorata a modelli sociali e familiari della tradizione. Una prospettiva che, pur nascendo in un contesto specifico, riapre interrogativi più ampi: se e come queste visioni possano influenzare anche il dibattito europeo, e soprattutto quanto entrino in tensione con pratiche artistiche che, come quella di Vercelli, leggono la figura femminile come spazio di relazione e cambiamento.
È dentro questo intreccio di riletture storiche, tensioni contemporanee e prospettive future che si colloca il lavoro di Carlo Vercelli. Ed è da qui che prende avvio il dialogo con l’artista.
Per Carlo Vercelli la donna non è mai un soggetto da esporre, né un’immagine da consumare. È piuttosto «una figura di tramite, un punto di passaggio attraverso cui far affiorare stati interiori, tensioni sociali, domande aperte sul presente. La mia figura femminile diventa così un dispositivo relazionale: non racconta solo sé stessa, ma attiva un dialogo diretto con chi guarda. Non è una donna lacerata, né vittima, né icona fragile. È una presenza quotidiana, concreta, colta in un frammento di tempo vissuto: una postura, uno sguardo, un’attesa silenziosa.»

Carlo Vercelli, She, olio su tela, 60 x 60 cm, 2025
Quali sono i tuoi riferimenti?
«Il mio è un percorso che parte dall’informale ma che, negli ultimi anni, si è tradotto in una figurazione più consapevole. La figura umana è diventata l’elemento centrale del mio lavoro, mentre il paesaggio e l’ambiente hanno progressivamente perso importanza. In questo passaggio mi sento vicino ad artisti che hanno lavorato sulla figura come Giacometti, per la sua capacità di concentrazione sull’essenziale, o Bacon, per l’intensità del rapporto tra corpo e spazio. Accanto a questi, guardo anche alla tradizione italiana del Novecento, a Morlotti e Capogrossi, per l’uso del segno come strumento espressivo.»
Anche la tecnica sembra giocare un ruolo decisivo in questa evoluzione.
«Uso un olio molto diluito con essenza di trementina, quasi un olio acquarellato. Questa tecnica mi permette di ottenere sfumature, trasparenze e percorsi segnici che un olio tradizionale non consentirebbe. È una pittura che mantiene una forte componente materica, ma allo stesso tempo leggera, capace di restituire sensazioni intime.»
A Palazzo Reale di Milano ha inaugurato la mostra “Metafisica/Metafisiche” che prende le mosse dai protagonisti del gruppo storico nato a Ferrara nel 1917 – Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi. Vedi qualche assonanza con l’oggi? In quale chiave l’arte tradizionale italiana a tuo avviso può dare un contributo?
«Ogni volta che si parla di Metafisica è inevitabile fare un passo indietro. Dietro De Chirico non c’è solo il Novecento, ma tutto il Quattrocento e il Cinquecento italiano. La sua ricerca nasce da un rispetto profondo per i canoni rinascimentali, che però vengono attraversati da qualcosa di nuovo: un surrealismo tutto italiano, diverso da quello francese, legato al tempo, alla memoria, alla sensazione del passato. È una pittura materica, mai evanescente, fatta di figure solide, dense. In questo senso anche Morandi, se vogliamo, può essere letto come metafisico: la materia è sempre centrale.
Quando ero all’Accademia – continua – ci veniva chiesto di guardare agli artisti italiani del Novecento legati alla Metafisica, perché rappresentavano un modo di intendere lo spazio come luogo vissuto, carico di suggestioni. Credo che oggi non si tratti di riprendere un solo tema, ma di riattraversare la nostra cultura senza dimenticare ciò che è arrivato dall’esterno. La cultura americana, dall’Action Painting alla Pop Art, ha inciso profondamente, spostando l’attenzione sul gesto e sull’immediatezza. La Metafisica, invece, porta con sé un valore più filosofico, legato al pensiero. Anche la tradizione italiana del Novecento – da Sironi in poi – non può essere accantonata. Anzi, oggi andrebbe valorizzata proprio per tornare a un figurativo nuovo, non statico. Un figurativo che dialoghi con autori come Gauguin, Soutine, Bacon, che hanno lavorato sulla realtà attraverso il colore e il segno, influenzando profondamente anche la cultura europea e italiana del secondo Novecento.
Mostre come quella di Kiefer, per esempio, mostrano come l’Informale, il Dada, il Cubismo abbiano trasformato radicalmente il concetto stesso di pittura. Per questo credo che oggi sia necessario tenere insieme passato e presente: guardare alle radici per capire chi siamo, ma lavorare sull’oggi. Mi viene sempre in mente Paul Gauguin, Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? È una domanda che riguarda ancora tutti noi. Il presente è il campo di gioco, l’unico luogo da cui possiamo provare a immaginare il domani.»

Paul Gauguin, D'où venons-nous ? Que sommes-nous ? Où allons-nous ?, 1897-98, olio su tela, Museum of Fine Arts, Boston
Negli ultimi decenni il bacino culturale dell’arte sembra essersi profondamente trasformato. Oggi è ancora possibile, per un artista, far sentire la propria voce?
«Viviamo dentro un mercato molto vasto, ma paradossalmente poco capace di riconoscere l’artista vero. Molti restano sospesi tra la promessa e un vicolo cieco. La capacità di fare, che è il cuore del lavoro artistico, oggi fatica a emergere perché dovrebbe essere intercettata da bacini culturali in grado di sostenere una ricerca libera e autonoma. E questo, oggi, non è facile.
Negli anni Sessanta e Settanta le gallerie avevano una funzione diversa: non erano orientate prima di tutto al guadagno, ma alla costruzione di un discorso culturale. Si formavano gruppi di artisti, si accompagnavano percorsi. Oggi questo ruolo si è in gran parte perso. Prevale una soggettività economica. Lo si vede chiaramente nelle fiere: accanto ad artisti storicizzati o già quotati compare spesso l’ignoto assoluto, funzionale più a una strategia commerciale che a un reale progetto culturale. In questo contesto si finisce anche per creare personaggi dal nulla, importati da altri contesti culturali. Penso, per esempio, all’irruzione massiccia dell’arte cinese sul mercato europeo: non è una questione di rifiuto dello straniero, ma del modo in cui questi artisti vengono costruiti e presentati, spesso in maniera goffa, forzata, priva di autentico spessore.
In tutto questo, l’accettazione dell’artista – anche solo sul piano culturale, non necessariamente economico – diventa fondamentale. Senza quel riconoscimento, si resta in una condizione di isolamento. E l’unica cosa che ti permette di andare avanti è credere profondamente nel tuo lavoro.»
In uno scenario così complesso, quale strada ha davanti a sé oggi un artista?
«Io credo che l’unica strada possibile sia lavorare su un percorso artistico preciso. Senza inseguire tecniche assurde o originalità vuote. La tecnica contribuisce, ma non crea il talento. Conta la coerenza, l’umiltà, la fedeltà a una ricerca. Io ho iniziato a tredici anni e, anche se allora non potevo vedere lontano, ho sempre seguito questa linea.
Oggi c’è una tendenza a forzare l’originalità a tutti i costi, a creare oggetti che vogliono stupire ma che sono poveri di formazione, di profondità. L’arte, invece, dovrebbe essere un punto da cui ricominciare. Un luogo capace di generare una situazione completamente diversa da quella attuale, dominata da una cultura dell’oggetto svuotato di senso.
Ma non è facile. Ci sono momenti in cui l’abbandono è sempre alla porta. Ma negli ultimi anni ho capito che alcuni valori umani restano fondamentali. Come diceva Van Gogh, esistere e il fare di esistere è già qualcosa. Fare, continuare a fare, è ciò che può dare senso al presente e forse lasciare una traccia nel futuro.»
In un sistema che spesso privilegia l’oggetto al pensiero e il mercato alla visione, la posizione di Vercelli suona come una presa di responsabilità. L’arte, oggi, non è chiamata a produrre consenso ma consapevolezza. A ricostruire relazioni, memoria, profondità. Non a stupire, ma a durare.
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