Joel Meyerowitz nasce nel 1938 nel Bronx, New York, in un quartiere operaio abitato da immigrati europei — italiani, tedeschi, ebrei dell'Europa orientale, polacchi. È in quelle strade che impara a guardare: il padre, cresciuto ad Harlem e vissuto di vaudeville, gli insegna a leggere le persone prima ancora che arrivi una macchina fotografica. Studia arte, storia dell'arte e illustrazione medica alla Ohio State University, dove si diploma nel 1959, e torna a New York per lavorare come art director in un'agenzia pubblicitaria. La svolta arriva nel 1962. Osservando Robert Frank al lavoro su un progetto editoriale che lui stesso aveva disegnato, ha una rivelazione: la fotografia non immortala ciò che esiste, lo interrompe. Lascia il lavoro il giorno stesso, prende in prestito la macchina fotografica del suo capo e scende per strada. Comincia così una delle carriere più longeve e influenti della fotografia americana del Novecento. In un'epoca in cui il colore è ancora considerato roba da pubblicità e cartoline, Meyerowitz è tra i primissimi a imporlo come linguaggio artistico legittimo. Con William Eggleston e Stephen Shore, è uno dei protagonisti della New Color Photography degli anni Sessanta e Settanta — la svolta che ridefinisce i confini dell'arte fotografica. Le sue immagini delle strade di New York catturano decenni di vita americana con una precisione e un'energia che lo rendono un punto di riferimento imprescindibile per generazioni di fotografi. Negli anni Settanta avviene un secondo cambiamento decisivo: l'adozione della view camera di grande formato. Lontano dall'immediatezza del 35mm, Meyerowitz scopre un lato meditativo che non sapeva di avere. Ne nasce Cape Light (1978), il libro sulle spiagge di Cape Cod che diventa un classico della fotografia a colori con oltre centomila copie vendute. È il primo di oltre cinquanta monografie pubblicate nel corso della sua carriera. Dopo l'11 settembre 2001, Meyerowitz è l'unico fotografo ad ottenere accesso illimitato a Ground Zero. Le immagini che produce in quei mesi diventano un archivio storico di testimonianza, esposto in oltre duecento città in sessanta paesi, e parte delle collezioni permanenti dei principali musei americani. Nel 2015 trascorre due giorni nello studio bolognese di Giorgio Morandi, fotografando uno per uno oltre 260 oggetti nella luce naturale dell'unica finestra della stanza. Ne nasce Morandi's Objects, pubblicato da Damiani Editore, di cui è oggi disponibile l'edizione ampliata The Complete Archive of Casa Morandi, con oltre 130 fotografie inedite e un nuovo saggio critico. Un progetto che affonda le radici in un'esperienza precedente: l'esplorazione dello studio di Cézanne ad Aix-en-Provence, dove aveva scoperto come la luce e il colore dello sfondo trasformino la percezione degli oggetti. Il suo lavoro è conservato al MoMA, al Metropolitan Museum of Art, al Whitney Museum, al Boston Museum of Fine Arts, all'Art Institute of Chicago e in centinaia di istituzioni nel mondo. È stato insignito di due Guggenheim Fellowship, del National Endowment for the Arts, del National Endowment for the Humanities, della Royal Photographic Society's Centenary Medal e nel 2017 è entrato nella Leica Hall of Fame. Nel 2026 ha ricevuto il riconoscimento Outstanding Contribution to Photography ai Sony World Photography Awards, con una retrospettiva a Somerset House a Londra. A 88 anni vive a Londra, dove sta riportando alla luce un archivio segreto di oltre 240.000 diapositive e negativi rimasti invisibili per decenni. Due nuovi libri di lavori inediti, Unseen New York e Unseen Color, sono in preparazione per Thames & Hudson.
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