Katsushika Hokusai nasce nel 1760 a Edo, l’attuale Tokyo, in un Giappone ancora chiuso all’Occidente e regolato dalla lunga stabilità dello shogunato Tokugawa. Figlio adottivo di un artigiano legato alla corte dello shogun, entra giovanissimo in contatto con il mondo dell’immagine e della produzione artistica.
A quattordici anni inizia un apprendistato come incisore su legno, entrando poi, nel 1778, nella scuola di Katsukawa Shunshō, uno dei principali maestri dell’ukiyo-e, il linguaggio figurativo del “mondo fluttuante”. In questa fase realizza soprattutto ritratti di attori kabuki e lottatori di sumo, secondo i canoni della tradizione.
La sua carriera è segnata da un elemento distintivo: il cambiamento continuo. Hokusai adotta numerosi nomi d’arte nel corso della vita, ciascuno legato a una fase diversa della sua ricerca. Non si tratta di semplici pseudonimi, ma di veri indicatori di trasformazione stilistica e concettuale. L’artista abbandona progressivamente i soggetti più convenzionali per aprirsi al paesaggio, alla vita quotidiana, all’osservazione del mondo naturale.
Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento sviluppa uno stile sempre più personale, influenzato anche da elementi della prospettiva occidentale, filtrati attraverso stampe e oggetti importati. Il suo lavoro si amplia: illustrazioni per libri popolari, stampe di paesaggio, immagini di genere, studi di figure e animali.
È però dopo i settant’anni che realizza le sue opere più celebri. Tra il 1830 e il 1833 pubblica la serie delle Trentasei vedute del monte Fuji, che include la celebre Grande Onda presso Kanagawa, una delle immagini più riconoscibili della storia dell’arte. In queste opere il paesaggio diventa il luogo di una nuova visione: non più sfondo, ma struttura dinamica attraversata da forze naturali e presenza umana.
Parallelamente, Hokusai lavora ai suoi Manga, raccolte di disegni e studi che costituiscono un vero archivio visivo del suo metodo. Non sono fumetti, ma repertori di forme, esercizi, osservazioni che testimoniano una ricerca incessante sull’essenzialità della linea.
Negli ultimi anni firma spesso le sue opere con il nome Gakyō rōjin, “il vecchio pazzo per la pittura”. È una definizione che restituisce con precisione il suo atteggiamento: una dedizione totale, quasi ossessiva, allo studio e alla pratica del disegno. In una celebre dichiarazione scrive che solo a novant’anni avrebbe compreso davvero la natura delle cose e che a centodieci ogni linea avrebbe preso vita.
Muore nel 1849, lasciando un’opera immensa e una concezione dell’arte come processo continuo, mai compiuto.
La sua influenza si estende ben oltre il Giappone. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, le sue stampe arrivano in Europa e contribuiscono in modo decisivo alla nascita del Japonisme, influenzando artisti come Monet, Van Gogh e Degas. La sua capacità di sintetizzare forma, movimento e spazio continua ancora oggi a segnare profondamente la cultura visiva contemporanea.
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