Poesie della fine del mondo
Felipe Cardeña, Poesie della fine del mondo
Felipe Cardeña, Poesie della fine del mondo, First Gallery, Roma
Dal 24 Maggio 2012 al 8 Settembre 2012
Luogo: First Gallery
Indirizzo: via Margutta 14
Orari: da martedì a sabato 11-19
Curatori: PhilippeDaverio
Telefono per informazioni: +39 06 3230673
E-Mail info: info@firstgallery.it
Sito ufficiale: http://www.firstgallery.it
Con un titolo “rubato” a una celebre raccolta di poesie di
Antonio Delfini – un “anticanzoniere di questi ultimi giorni della
vita del mondo”, come la definì il suo autore – Felipe Cardeña
affronta, a suo modo, il senso di straniamento legato al bombardamento
di “notizie” rimbalzate sulla stampa sull’attesa Fine del
mondo del 2012.
“Nel mondo”, scriveva Delfini nella prefazione del suo anticanzoniere,
“sta accadendo qualcosa. se non è la fine, resta tuttavia
qualcosa (forse, tutto) che non si riconnette al passato. il poeta vuol
bene al passato: vede una bambina con una rosa in mano, la quale
porterà la salvezza al mondo che sta per finire o recherà l’oblio al
mondo che è già finito. il poeta non crede più a niente perché non
ne vale la pena, ma nello stesso tempo vorrebbe che tutto risorgesse
e il male (certo male) non ci fosse mai stato”. Per questo motivo, il poeta scrive, tra il 1958 e il 1959, il suo “anticanzoniere di
questi ultimi giorni della vita del mondo”: gli “ultimi giorni che
stiamo vivendo, o che ci illudiamo di vivere”.
oltre mezzo secolo dopo Delfini, Felipe riprende l’anticanzoniere
del poeta emiliano per raccontare, metaforicamente, la nuovamente
attesa, e ovunque sbandierata, Fine del mondo: non
attraverso immagini drammatiche o pessimistiche, ma, al contrario,
attraverso il suo peculiare e lussureggiante linguaggio, fatto di
collage floreali, e l’accostamento di questo universo utopico e paradisiaco
con temi e soggetti prelevati dall’iconografia sacra tratta
dai più svariati ambiti religiosi (induisti, cattolici, buddisti ecc.);
ad ogni quadro è poi accostato, a mo’ di titolo, un verso “rubato”
a testi poetici della più varia origine – quasi che l’accostamento
delle immagini, dei fiori e del fluire del verso poetico potesse essere
in grado, come in una sorta di “mantra”, di allontanare con la
sua forza la temuta Fine del mondo.
A dar forza e accrescere, anche plasticamente, questo assemblaggio
di elementi armonicamente divergenti, è una serie di cornici
– realizzate in legni pregiati e dipinte a mano – quasi ad
“estendere” nello spazio l’universo floreale di Felipe, come in
una naturale continuazione del meticoloso lavoro dell’artista
(“certosino e ossessivo come il rosario quotidiano di una monaca
di clausura”, come l’ha definito Vittorio sgarbi) anche al di fuori
della superficie della tela.
Antonio Delfini – un “anticanzoniere di questi ultimi giorni della
vita del mondo”, come la definì il suo autore – Felipe Cardeña
affronta, a suo modo, il senso di straniamento legato al bombardamento
di “notizie” rimbalzate sulla stampa sull’attesa Fine del
mondo del 2012.
“Nel mondo”, scriveva Delfini nella prefazione del suo anticanzoniere,
“sta accadendo qualcosa. se non è la fine, resta tuttavia
qualcosa (forse, tutto) che non si riconnette al passato. il poeta vuol
bene al passato: vede una bambina con una rosa in mano, la quale
porterà la salvezza al mondo che sta per finire o recherà l’oblio al
mondo che è già finito. il poeta non crede più a niente perché non
ne vale la pena, ma nello stesso tempo vorrebbe che tutto risorgesse
e il male (certo male) non ci fosse mai stato”. Per questo motivo, il poeta scrive, tra il 1958 e il 1959, il suo “anticanzoniere di
questi ultimi giorni della vita del mondo”: gli “ultimi giorni che
stiamo vivendo, o che ci illudiamo di vivere”.
oltre mezzo secolo dopo Delfini, Felipe riprende l’anticanzoniere
del poeta emiliano per raccontare, metaforicamente, la nuovamente
attesa, e ovunque sbandierata, Fine del mondo: non
attraverso immagini drammatiche o pessimistiche, ma, al contrario,
attraverso il suo peculiare e lussureggiante linguaggio, fatto di
collage floreali, e l’accostamento di questo universo utopico e paradisiaco
con temi e soggetti prelevati dall’iconografia sacra tratta
dai più svariati ambiti religiosi (induisti, cattolici, buddisti ecc.);
ad ogni quadro è poi accostato, a mo’ di titolo, un verso “rubato”
a testi poetici della più varia origine – quasi che l’accostamento
delle immagini, dei fiori e del fluire del verso poetico potesse essere
in grado, come in una sorta di “mantra”, di allontanare con la
sua forza la temuta Fine del mondo.
A dar forza e accrescere, anche plasticamente, questo assemblaggio
di elementi armonicamente divergenti, è una serie di cornici
– realizzate in legni pregiati e dipinte a mano – quasi ad
“estendere” nello spazio l’universo floreale di Felipe, come in
una naturale continuazione del meticoloso lavoro dell’artista
(“certosino e ossessivo come il rosario quotidiano di una monaca
di clausura”, come l’ha definito Vittorio sgarbi) anche al di fuori
della superficie della tela.
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