Mostra DECLINAZIONI CONTEMPORANEE #4. Residenze d’artista e nuove installazioni site-specific a Torino. Le informazioni sulla mostra DECLINAZIONI CONTEMPORANEE #4. Residenze d’artista e nuove installazioni site-specific, i curatori, gli orari di ingresso, il costo dei biglietti, i numeri per prenotare, il comunicato stampa sulla mostra DECLINAZIONI CONTEMPORANEE #4. Residenze d’artista e nuove installazioni site-specific del museo MAO – Museo d'Arte Orientale di Torino.

Elif Uras, Ghost Money / Ghost Labor, 2025. Underglaze, glaze and gold luster on stoneware, site-specific installation with 190 pieces I Ph. Zeynep Fırat

Elif Uras, Ghost Money / Ghost Labor, 2025. Underglaze, glaze and gold luster on stoneware, site-specific installation with 190 pieces I Ph. Zeynep Fırat

Mappa

  • Città: Torino
  • Provincia: Torino
  • Indirizzo: Via san Domenico 11
  • Telefono: +39 011 443 6932
  • Sito ufficiale

Scheda Mostra

DECLINAZIONI CONTEMPORANEE #4. Residenze d’artista e nuove installazioni site-specific


  • Luogo: MAO – Museo d'Arte Orientale
  • Città: Torino
  • Provincia: Torino
  • Data inizio: 31 Ottobre 2026
  • Data fine: 31 Gennaio 2027
  • Costo del biglietto: Intero € 10 Ridotto € 8
  • Telefono per informazioni: +39 011 443 6932
  • Sito ufficiale

Comunicato Stampa:

Dal 31 ottobre 2026, in occasione di Artissima, il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino presenta la quarta edizione di Declinazioni Contemporanee, il programma di residenze d’artista e commissioni site-specific che porta l’arte contemporanea in dialogo con le collezioni e gli spazi del museo, rileggendo il patrimonio attraverso prospettive e linguaggi del presente.
Il progetto prosegue il percorso intrapreso dal MAO negli ultimi anni, trasformando il museo in uno spazio attivo, capace di generare nuove forme di esperienza e relazioni collaborative, partecipative ed emozionali con il pubblico. 
Le opere degli artisti riattivano gli oggetti delle collezioni, sottraendoli alla loro apparente immobilità e rimettendoli in circolazione attraverso narrazioni differenti. Non reperti da osservare a distanza, ma elementi che, riletti attraverso uno sguardo critico e poetico, riacquistano il loro valore intrinseco – perlopiù religioso, rituale, funerario – e tornano a interrogare le urgenze del nostro tempo.
 
Declinazioni Contemporanee #4 riunisce cinque artisti internazionali – Gala Porras-Kim, Elif Uras, Dayanita Singh, Sissel Tolaas e Driant Zeneli – che, seppur divergenti per sensibilità, pratiche e linguaggi artistici, condividono un comune interesse nell’interrogare le modalità attraverso cui il patrimonio museale viene custodito, esposto e trasmesso.  
Installazioni site-specific, ceramica, fotografia, video, ricerca scientifica e olfattiva ricostituiscono e al tempo stesso destabilizzano le collezioni e Palazzo Mazzonis stesso, che si trasforma in un ricettacolo di interventi narrativi, una pagina bianca pronta ad accogliere nuove storie e traiettorie culturali eurasiatiche.
 
Come afferma Davide Quadrio: “Con il quarto anno del mio mandato, la trasformazione del MAO è giunta a un punto di non ritorno: da museo archeologico è diventato palestra creativa e luogo dove le collezioni sono soggette a una rinascita di senso. O come ha ben descritto Gala Porras-Kim, in una recente conversazione con me: ‘da luogo di conservazione a luogo di vita’”.
Oggetti, immagini e storie provenienti da epoche e geografie molteplici diventano così materia per una riflessione intorno ad alcune questioni interpretative centrali: la conservazione e la trasformazione dell’artefatto nel circuito globale del mercato dell’arte; la memoria e l’idea stessa di archiviazione; il lavoro museale e le economie della cura; la dimensione sensoriale e il rapporto tra storia e linguaggio metaforico; l’oggetto culturale funerario e le relazioni tra tempo, vita e desiderio di eternità, attraverso la cura del defunto. 
 
I PROGETTI
 
Made in China
Galleria Asia Orientale - Cina
Tra gli interventi più incisivi vi sono quelli di Gala Porras-Kim e Sissel Tolaas nella sezione cinese, riscritta come Made in China. Il nuovo allestimento, a cura di Laura Vigo in collaborazione con Brian Yue e in conversazione con Davide Quadrio e il team curatoriale del museo, è il compimento di un lavoro concettuale e formale che riflette il processo sviluppato negli ultimi anni sulla relazione tra oggetto culturale, oggetto/soggetto e collezione museale come materia viva e sempre attuale.
Completamente rinnovato, il percorso si snoda attorno a una serie di teche specchianti che moltiplicano lo spazio e, al centro di ogni sala espositiva, costituiscono un’isola, sarcofago trasparente intorno a cui si svela una nuova lettura delle collezioni che supera un atteggiamento storico-artistico convenzionale e restituisce la complessità dei significati della cultura materiale cinese, oltre il tempo che fu.
Attraverso una selezione di oltre 140 oggetti, databili dal Neolitico alla dinastia Tang, i reperti non sono presentati come passive testimonianze del passato, ma come elementi attivi dell’esperienza umana, la cui funzione e il cui significato emergono anche dalla forma, dalla materialità e dal loro modo di interagire con noi.
 
Gala Porras-Kim
How to Host a Ghost
How to Host a Ghost è la prima restituzione del progetto di Gala Porras-Kim, sviluppata in stretto dialogo con Davide Quadrio dopo quasi quattro anni di collaborazione che ha accompagnato il MAO nel suo percorso di evoluzione. Durante questo periodo, Porras-Kim ha operato come artista in residenza, come un fantasma che si è aggirato nelle collezioni attraverso apparizioni, sguardi e osservazioni. Quello che è accaduto al museo è diventato nutrimento creativo per un elaborato processo artistico e, fin dal primo incontro, ha preso forma un corpo di disegni e idee di interventi in divenire, confluiti oggi in questa prima restituzione all’interno di una delle sale di Made in China. 
L’installazione cristallizza un processo di ricerca legale, tuttora in corso, che intende trasformare temporaneamente un’area del museo in un’effettiva camera mortuaria. Perché? Per ridare degna sepoltura agli oggetti che popolano Made in China.
Una porta nera chiude la sala e lascia aperto soltanto un piccolo varco attraverso cui lo sguardo può affacciarsi su un esercito di figure umane e animali, disposto nello spazio a richiamare una tomba dell’Antica Cina.
The ghost in inglese non è propriamente un fantasma, ma uno spirito, un filamento spirituale che continua ad abitare questi oggetti che accompagnavano il defunto. In quest’opera Porras-Kim cerca legalmente di ridare a queste anime blandule un’abitazione e una dignità, diverse da quelle della consueta esposizione museale. La visione dello spettatore rimane necessariamente parziale: ciò che si vede lascia emergere ciò che è nascosto, un mondo che non può essere completamente osservato, afferrato, catalogato.
La distanza e l’oscurità diventano elementi che evocano la dimensione rituale e funeraria a cui questi oggetti appartenevano, riportando in primo piano la loro funzione originaria di accompagnamento, protezione e conforto ai defunti.
La sua residenza continuerà nel 2027 con una serie di interventi site-specific, sviluppando ulteriormente le riflessioni alla base di How to Host a Ghost.
Un passaggio significativo di questa ricerca è stato il progetto A Recollection Returns with a Soft Touch, realizzato nel 2024 in collaborazione con il MuCiv e presentato a Roma il 2 ottobre dello stesso anno. Co-curata dal MAO, l’opera ha approfondito la relazione tra memoria materiale, conservazione e ritualità, che trova oggi in How to Host a Ghost un’ulteriore declinazione.
La complessità di questo percorso confluirà in un volume pubblicato da Nero, con contributi di Francesco Manacorda, Andrea Viliani e Davide Quadrio, direttori delle istituzioni museali italiane con cui Gala Porras-Kim direttori delle istituzioni museali italiane con cui l’artista ha collaborato negli ultimi anni.
Il progetto è in collaborazione con l’Avvocata Giovanna Altamura e l’Avvocato Andrea Dragone.

Sissel Tolaas  
From Artefact to Real Fact

Sissel Tolaas propone l’intervento From Artefact to Real Fact, concepito in stretto dialogo con Made in China. Il progetto nasce da un percorso di studio e ricerca avviato oltre due anni fa e confluito in una prima fase nell’estate del 2025, quando l’artista ha selezionato un nucleo di oggetti funerari della collezione cinese, diversi per epoca, funzione e materiali, effettuando su di essi prelievi molecolari non invasivi. Attraverso la cattura delle molecole e l’analisi delle loro tracce, Tolaas ha indagato la storia materiale e le trasformazioni che hanno accompagnato gli oggetti nel tempo, per restituirne una lettura attraverso l’olfatto.
Quattro di questi oggetti saranno presentati a rotazione, dando vita a un percorso narrativo ed esperienziale che attraversa le sale della collezione cinese. Un percorso nel percorso, in cui l’artefatto, nella sua presenza fisica – solida, visibile, integra – attraversa un processo di trasformazione che lo conduce dalla dimensione oggettuale a quella olfattiva. La materia si fa odore, un medium immateriale e instabile, impossibile da fissare, possedere o riprodurre integralmente.
Al centro del progetto è l’idea dell’olfatto come archivio paradossale. A differenza delle immagini e dei testi, l’odore sfugge alla documentazione e alla permanenza: non conserva la memoria come una registrazione, ma la riattiva attraverso il corpo. L’odore non descrive l’oggetto, ma ne prolunga la presenza, continuando ad agire anche quando la sua forma materiale è stata trasformata o è venuta meno.
Il rituale è necessariamente collettivo: richiede più corpi, respiri condivisi e un’attenzione comune. La memoria si sposta così dall’oggetto al campo sociale che lo accoglie, generando una molteplicità di ricordi e percezioni legati alla storia corporea di chi partecipa.
From Artefact to Real Fact mette infine in discussione l’idea stessa di conservazione. Ciò che rimane non è l’oggetto nella sua forma originaria, ma l’esperienza che ha prodotto e che continua a vivere nei corpi che l’hanno incontrata. L’opera propone così un’archeologia senza scavo e un archivio senza oggetti, nel quale la perdita della presenza materiale diventa la condizione per una nuova forma di permanenza.

Galleria Asia centro occidentale, penisola arabica e Mediterraneo
 
Elif Uras
Talismans of Shamhat: Gold, Clay and Coins of Care
Fino al 2 maggio 2027
Elif Uras presenta il nuovo intervento Talismans for Shamhat sviluppato in dialogo con la curatrice Defne Ayas e composto da circa 150 oggetti in ceramica appositamente commissionati e lavorati fino ad assumere l’aspetto di monete.
Installate tra le ceramiche medievali del museo – ciotole, piatti e frammenti museo provenienti dall’Asia centrale e occidentale, dalla Penisola Arabica e dal Mediterraneo e databili tra il X e il XIII secolo – l’opera di Uras riattiva la collezione come luogo di scambio, cura, sapere artigianale e lavoro femminile. Le ceramiche storiche, giunte al museo in gran parte svincolate dal contesto culturale e storico che le ha prodotte, sono infatti il risultato di millenni di saperi legati alla coltivazione, all’irrigazione, alla preparazione del cibo, alla lavorazione dell’argilla e alla trasmissione delle competenze tra generazioni. A questo patrimonio culturale hanno contribuito innumerevoli artefici rimasti anonimi, molti dei quali erano donne. È in questa genealogia di lavoro, spesso non riconosciuto, che si inseriscono le monete di Uras: ispirate alla lunga storia di coniazione in Anatolia, si discostano dalle tradizionali rappresentazioni di sovrani e conquiste militari per raffigurare dee, donne della storia e scene di lavoro quotidiano.
Il riferimento a Shamhat, protagonista dell’Epopea di Gilgamesh, richiama il ruolo della cura e del lavoro nella costruzione della civiltà, accompagnando Enkidu dal mondo selvaggio a quello sociale attraverso l’intimità, l’insegnamento e la cura. Il suo lavoro corporeo, emotivo e pedagogico diventa per Uras una figura emblematica del lavoro femminile sul quale si fondano la vita sociale e la trasmissione culturale.
Le monete si ispirano inoltre all’Altın Günü, il “Giorno dell’Oro”, pratica di risparmio collettivo guidata dalle donne e diffusa in Turchia e nella diaspora. Nell’opera di Uras, l’oro diventa simbolo di ricchezza condivisa e solidarietà.
Destinate a circolare anche oltre il museo, le monete si fanno così talismani: oggetti capaci di rendere visibile e riconoscere il valore del lavoro delle donne e delle economie della cura. 

Driant Zeneli  
Chi rubò l’asino di Nasreddin Hodja?

Il progetto di Driant Zeneli nasce dal desiderio di rileggere e attualizzare l’immaginario delle narrazioni tradizionali legate alla figura di Nasreddin Hodja e del suo asino, trasferendole nel contesto urbano contemporaneo di Torino. Mistico, provocatore e uomo di buon senso, Nasreddin Hodja è stato un personaggio della tradizione orale capace di attraversare culture e geografie diverse.
L’opera prende forma attraverso una serie di video realizzati a partire da riprese effettuate in diversi luoghi della città di Torino. Protagonista è l’asino di Nasreddin, che, privato del suo padrone, attraversa le strade della città in un viaggio fino al MAO. Torino diventa così parte integrante della narrazione: non semplice sfondo, ma spazio da attraversare e con cui il protagonista entra in relazione.
Tradizionalmente associato a stereotipi di ignoranza, ostinazione o lentezza, l’asino assume nell’opera di Zeneli una dimensione più complessa e simbolica. È al tempo stesso protagonista della narrazione e scultura in movimento, capace di confrontarsi con lo spazio urbano e con il linguaggio cinematografico.
La scultura dell’asino è stata realizzata attraverso un processo di produzione collettiva che ha coinvolto gli studenti delle Scuole San Carlo, in un percorso che ha unito formazione e pratica artistica e che ha portato la comunità scolastica a partecipare concretamente alla realizzazione dell’opera.
Presentata negli spazi del MAO, l’opera entra in dialogo con le collezioni dedicate all’Asia centro-occidentale, alla Penisola Arabica e al Mediterraneo, mettendo in relazione una tradizione narrativa capace di attraversare secoli e culture con il paesaggio contemporaneo della città e con la sua comunità.

Galleria Asia meridionale e sud-est asiatico
 
Dayanita Singh
ARCHIVIO
Fino al 10 gennaio 2027
Con il progetto espositivo ARCHIVIO, a cura di Andrea Anastasio, Dayanita Singh porta al MAO la propria riflessione sull’archivio come organismo vivo, in continua trasformazione.
Presentato per la prima volta presso l’Archivio di Stato di Venezia dal 17 aprile al 31 luglio 2026 e successivamente al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, ARCHIVIO nasce dall’intreccio tra il lungo lavoro dell’artista sugli archivi istituzionali e il suo archivio personale di immagini realizzate in Italia nell’arco di venticinque anni. La fotografia diventa per Singh una forma di catalogazione e, allo stesso tempo, uno strumento per interrogare il modo in cui la memoria viene costruita, organizzata e conservata.
Al MAO, ARCHIVIO assume una nuova configurazione site-specific, entrando in dialogo con le collezioni del museo e la sua architettura, presentando Blue Measures, una delle strutture modulari della serie dei Pillars, costruita attraverso immagini di fasci di documenti avvolti e legati in tessuti blu, e Time Measures, serie fotografica dedicata agli stessi fasci di colore rosso, ripresi singolarmente e in primo piano. Si tratta di una modalità tradizionale di conservazione dei documenti negli archivi indiani: i tessuti, spesso legati con nodi differenti, proteggono i contenuti e nel corso del tempo si modificano a contatto con la luce e con gli altri fasci. Nelle fotografie dell’artista, le pieghe, i nodi, le scoloriture e le impronte lasciate sui tessuti diventano così tracce del tempo, mentre il contenuto dei fasci rimane invece invisibile.
La pratica di Singh mette così in discussione l’idea dell’archivio come deposito statico del passato e lo trasforma in uno spazio generativo, nel quale le immagini le immagini non sono presentate come documenti conclusivi, ma come elementi mobili, continuamente ricomponibili attraverso sequenze, strutture espositive e accostamenti differenti che possono produrre nuove relazioni e forme di conoscenza.  Il museo diventa, ancora una volta, un luogo in cui il passato non viene semplicemente conservato, ma continuamente riscritto attraverso lo sguardo del presente.