Un nuovo acquisto per le Gallerie fiorentine
Gli Uffizi acquistano il Mendicante moro di Giacomo Ceruti, un ritratto che sfida le convenzioni
Giacomo Ceruti, Il mendicante moro, 93.5 x 117.5 cm, Olio su tela, 1725-30
Samantha De Martin
10/11/2025
Firenze - Un uomo avvolto da abiti stracciati, raffigurato nel gesto di chi chiede l'elemosina, le pupille vivaci, in contrasto con la sclera bianchissima, scruta lo spettatore con la medesima solennità di un nobile o di un togato.
Il Mendicante moro di Giacomo Ceruti, il pittore degli ultimi, che porta sulla tela un soggetto di origini africane ricorrente con una certa frequenza nell’arte italiana durante il Rinascimento e il Barocco, dai magi alle ancelle dalla pelle scura, è l’ultimo acquisto delle Gallerie degli Uffizi.
Eppure il quadro stride con la raffigurazione canonica del XVIII secolo che tendeva a riprodurre la statuaria dei mori con in mano un piatto, un'urna o un vaso, avvolti da costumi moreschi o turchi, e che riduceva queste figure al rango di servitori che lavoravano come paggi e valletti di camera, con i loro copricapi piumati e relegati a simbolo dell’opulenza del committente.
Al contrario Ceruti indaga la fisionomia con estremo verismo, traendo il volto da un soggetto vero. Il pittore lombardo conosciuto per le sue avanguardistiche e realistiche rappresentazioni di persone appartenenti alle fasce sociali più umili, non esprime nei confronti del Moro la superficiale curiosità per un pittoresco esotico. Questa tela cattura chi osserva per la straordinaria partecipazione umana e per l’individualità di questa persona reale, presentata con grande spessore psicologico.
Il mendicante di Ceruti, vestito di stracci, si pone quindi in netto contrasto con le rappresentazioni del suo tempo. Il pittore attivo nell'Italia settentrionale nel XVIII secolo, si sofferma sugli umili, immortalate non come figure comiche e disumanizzate, ma come parte degna di quel popolo operoso da cui sarebbe emersa a breve la grande borghesia europea.
“Dopo il Matrimonio Mistico di Santa Caterina de’ Ricci di Subleyras – spiega il direttore delle Gallerie degli Uffizi Simone Verde - le collezioni della pittura del XVIII secolo degli Uffizi si arricchiscono di un altro capolavoro, il Mendicante Moro di Giacomo Ceruti. Un unicum assoluto, questo ritratto pieno di classica monumentalità che stravolge le convenzioni iconografiche del suo tempo e allarga i confini culturali di un secolo in cui si fa strada la modernità e si affermano i valori dell’uguaglianza”.
Del Moro, che va ad affiancare un altro dipinto del Pitocchetto conservato agli Uffizi, intitolato Ragazzo con cesta di pesci e granseole, realizzato circa dieci anni dopo il Moro, non si conosce la storia collezionistica. Eppure l’opera è nota agli studiosi per essere stata inserita nella mostra longhiana dedicata ai Pittori della realtà (Milano, 1953), tornato alla ribalta in occasione della recente mostra Giacomo Ceruti nell'Europa del Settecento, curata da Roberta D'Adda, Francesco Frangi e Alessandro Morandotti, svoltasi a Brescia nella primavera del 2023.
Il Mendicante moro di Giacomo Ceruti, il pittore degli ultimi, che porta sulla tela un soggetto di origini africane ricorrente con una certa frequenza nell’arte italiana durante il Rinascimento e il Barocco, dai magi alle ancelle dalla pelle scura, è l’ultimo acquisto delle Gallerie degli Uffizi.
Eppure il quadro stride con la raffigurazione canonica del XVIII secolo che tendeva a riprodurre la statuaria dei mori con in mano un piatto, un'urna o un vaso, avvolti da costumi moreschi o turchi, e che riduceva queste figure al rango di servitori che lavoravano come paggi e valletti di camera, con i loro copricapi piumati e relegati a simbolo dell’opulenza del committente.
Al contrario Ceruti indaga la fisionomia con estremo verismo, traendo il volto da un soggetto vero. Il pittore lombardo conosciuto per le sue avanguardistiche e realistiche rappresentazioni di persone appartenenti alle fasce sociali più umili, non esprime nei confronti del Moro la superficiale curiosità per un pittoresco esotico. Questa tela cattura chi osserva per la straordinaria partecipazione umana e per l’individualità di questa persona reale, presentata con grande spessore psicologico.
Il mendicante di Ceruti, vestito di stracci, si pone quindi in netto contrasto con le rappresentazioni del suo tempo. Il pittore attivo nell'Italia settentrionale nel XVIII secolo, si sofferma sugli umili, immortalate non come figure comiche e disumanizzate, ma come parte degna di quel popolo operoso da cui sarebbe emersa a breve la grande borghesia europea.
“Dopo il Matrimonio Mistico di Santa Caterina de’ Ricci di Subleyras – spiega il direttore delle Gallerie degli Uffizi Simone Verde - le collezioni della pittura del XVIII secolo degli Uffizi si arricchiscono di un altro capolavoro, il Mendicante Moro di Giacomo Ceruti. Un unicum assoluto, questo ritratto pieno di classica monumentalità che stravolge le convenzioni iconografiche del suo tempo e allarga i confini culturali di un secolo in cui si fa strada la modernità e si affermano i valori dell’uguaglianza”.
Del Moro, che va ad affiancare un altro dipinto del Pitocchetto conservato agli Uffizi, intitolato Ragazzo con cesta di pesci e granseole, realizzato circa dieci anni dopo il Moro, non si conosce la storia collezionistica. Eppure l’opera è nota agli studiosi per essere stata inserita nella mostra longhiana dedicata ai Pittori della realtà (Milano, 1953), tornato alla ribalta in occasione della recente mostra Giacomo Ceruti nell'Europa del Settecento, curata da Roberta D'Adda, Francesco Frangi e Alessandro Morandotti, svoltasi a Brescia nella primavera del 2023.
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