CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI

Affresco della Cappella Scrovegni a Padova
30/04/2002
Giotto giunge a Padova nel 1302, probabilmente chiamato dai frati di Sant’Antonio, per decorare alcuni ambienti della Basilica.
Ma il più significativo intervento nella città veneta è indubbiamente quello relativo alla cappella di proprietà di Enrico Scrovegni che nel 1304 commissiona la decorazione a fresco delle pareti proprio all’artista toscano.
La cappella è un vano rettangolare, coperto a botte, con pareti prive di membrature architettoniche.
Obiettivo finale di Giotto e della bottega da lui guidata è quello di condensare il Nuovo Testamento nelle trentanove scene dipinte: partendo dalle vicende dei genitori di Maria, Gioacchino e Anna, per proseguire con le Storie della Vergine e di Gesù, e chiudere in controfacciata con il Giudizio Universale narrato nell’Apocalisse. Inoltre vengono realizzate quattordici allegorie a monocromo dei Vizi e delle Virtù nell’alto zoccolo perimetrale.
L’intero programma sembra avere l’intenzione di offrire a chi entra nella cappella dei perfetti esempi di condotta, in modo da giungere al giorno del Giudizio senza il timore della dannazione, raffigurata come monito sulla parete di ingresso.
L’abside verrà affrescata solo tra il 1317 ed il 1320 con “Storie della Vergine dopo la morte di Cristo” da pittori dell’orbita giottesca, che però traducono in una sorta di vernacolo il linguaggio del maestro.
Tornando al ciclo di Giotto, va ricordato che gli affreschi vengono completati in meno di 1000 giorni (1304-06), con la tecnica tutta medievale delle “pontate”: l’intonaco viene steso per fasce orizzontali (tre registri più quello destinato alle “grisailles”), corrispondenti appunto ai piani di ponteggio, da quella più in alto a quelle inferiori. L’equipe di frescanti si dispone sul ponteggio secondo un alto tasso di specializzazione, in modo da velocizzare notevolmente il lavoro.
Sono tre anni che cambiano la storia dell’arte, anticipando tecniche pittoriche e ispirando soluzioni successive, a tal punto da giustificare la definizione di affreschi protorinascimentali.
In tutto il ciclo ricorre l’azzurro dei fondi che nella volta è addirittura dominante. Significativo che proprio in area veneta Giotto mitighi l’avversione nei confronti dell’arte bizantina e sviluppi una pittura profondamente tonale. Il colore viene utilizzato in maniera plastica, contro ogni luogo comune che vorrebbe Giotto grande disegnatore, ma poco abile col colore. Altra idea inesorabilmente crollata quella di un Giotto pittore olimpicamente sereno: non solo il Giudizio si contrappone a quest’idea, ma soprattutto lo splendido “Compianto sul Cristo” e un particolare della “Strage degli Innocenti”. In quest’ultima iconografia Giotto inserisce i rigagnoli delle lacrime sulle gote delle madri piangenti, rinvenute grazie ai restauri e mai inserite precedentemente.
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