Al cinema il 4, 5 e 6 ottobre in oltre 100 sale italiane
Il ritorno del grande Michelangelo Merisi da Caravaggio
Caravaggio, Medusa, 1597 until 1598, Uffizi, Google Art Project
Eleonora Zamparutti
28/09/2026
Un uomo in cerca di redenzione, ma senza l'ombra di un rimorso: un personaggio che avrebbe potuto portare in scena William Shakespeare, suo contemporaneo. È il "Caravaggio" in chiave britannica di David Bickerstaff e Phil Grabsky, che Kublai Film distribuisce in oltre cento sale italiane domenica 4, lunedì 5 e martedì 6 ottobre (qui la lista delle città). Il film inaugura I Grandi Maestri, il nuovo progetto che nella stagione 2026-2027 porterà sul grande schermo, attraverso produzioni e coproduzioni europee, alcune delle figure più influenti della pittura, del cinema e della letteratura. E l'inizio è col botto.
Lo incontriamo sulla feluca che da Napoli lo riporta verso Roma, lucido e disperato insieme. Oscilla tra la certezza di una condanna da parte di «quei serpenti di Roma» e la speranza di un'assoluzione che crede di meritare, perché lui, lo dice senza falsa modestia, è «the master of light». Quei serpenti non sono una metafora qualsiasi: sono i capelli della sua Medusa, lo scudo in cui ha fissato per sempre l'orrore di chi viene guardato dai propri nemici. È questa la chiave del film: i quadri non illustrano la vita di Caravaggio, la raccontano. Nella sensualità dei suoi Bacco e dei suoi Musici c'è la sensualità del pittore stesso, giovane, inquieto, affamato di vita; nelle tante teste mozzate, da Oloferne a Golia, c'è il desiderio di vendetta dei suoi nemici, e forse la paura di finire allo stesso modo. Ogni capolavoro diventa una fotografia di un momento della sua esistenza, sospesa tra luce e ombra.
Interpretato da Jack Bannell, questo Caravaggio è il rivoluzionario che, con un realismo senza precedenti, ha dato all'essere umano una nuova rappresentazione, facendo al tempo stesso il gioco del potere. Ma è anche la voce di ogni artista che si consuma una vita intera per consegnarsi all'immortalità: «Se morissi domani, chi si ricorderà di me? Chi racconterà la mia storia?». A quattrocento anni di distanza gli rispondono Bickerstaff e Grabsky, pluripremiati autori di documentari d'arte per la casa di produzione Exhibition on Screen. Nella sua angoscia Caravaggio è abbastanza saggio da dubitare che gli spetti il paradiso, e riconosce a Dio un dono e una condanna: mani capaci di grandi cose e un'anima attraversata da una rabbia profonda.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, I musici, 1597, The Met, New York
Le ore in mare diventano così il tempo del bilancio: una carriera di successo e una macchia d'infamia che non si cancella, l'omicidio di Ranuccio Tomassoni. Il racconto corre d'un fiato da Milano, dove tutto è cominciato, fino a Roma, l'amata Roma, e oltre il punto di non ritorno. Centro della cristianità e crogiolo di talenti, la città brulicava di committenti, nobili, ambasciatori e cardinali; e all'indomani della Controriforma la Chiesa cercava un linguaggio nuovo per contrastare il Protestantesimo. Il realismo di Caravaggio, che mette in scena il dramma umano tra mortalità, violenza e tradimento, era la risposta. Intanto lui fugge dai nemici come un ratto e si chiede se l'arte possa davvero essere la salvezza.
Il film una certezza la ribadisce: attraverso i secoli, Caravaggio ci parla dell'umanità con una forza e un'immediatezza intatte. Spoglia l'arte sacra della sua iconografia tradizionale, la riporta ai significati più profondi e inventa una poetica della luce e dell'ombra che ci riguarda ancora. Quella luce teatrale che taglia le sue tele, nel film diventa la luce di Dio che redime: l'unica alleata capace di scacciare il buio che sentiva dentro di sé.
Resta da sapere se, alla fine di quel viaggio, la luce abbia vinto. Il film non lo dice subito: bisogna salire a bordo della feluca e lasciarsi portare da Caravaggio fino all'ultima riva.
Lo incontriamo sulla feluca che da Napoli lo riporta verso Roma, lucido e disperato insieme. Oscilla tra la certezza di una condanna da parte di «quei serpenti di Roma» e la speranza di un'assoluzione che crede di meritare, perché lui, lo dice senza falsa modestia, è «the master of light». Quei serpenti non sono una metafora qualsiasi: sono i capelli della sua Medusa, lo scudo in cui ha fissato per sempre l'orrore di chi viene guardato dai propri nemici. È questa la chiave del film: i quadri non illustrano la vita di Caravaggio, la raccontano. Nella sensualità dei suoi Bacco e dei suoi Musici c'è la sensualità del pittore stesso, giovane, inquieto, affamato di vita; nelle tante teste mozzate, da Oloferne a Golia, c'è il desiderio di vendetta dei suoi nemici, e forse la paura di finire allo stesso modo. Ogni capolavoro diventa una fotografia di un momento della sua esistenza, sospesa tra luce e ombra.
Interpretato da Jack Bannell, questo Caravaggio è il rivoluzionario che, con un realismo senza precedenti, ha dato all'essere umano una nuova rappresentazione, facendo al tempo stesso il gioco del potere. Ma è anche la voce di ogni artista che si consuma una vita intera per consegnarsi all'immortalità: «Se morissi domani, chi si ricorderà di me? Chi racconterà la mia storia?». A quattrocento anni di distanza gli rispondono Bickerstaff e Grabsky, pluripremiati autori di documentari d'arte per la casa di produzione Exhibition on Screen. Nella sua angoscia Caravaggio è abbastanza saggio da dubitare che gli spetti il paradiso, e riconosce a Dio un dono e una condanna: mani capaci di grandi cose e un'anima attraversata da una rabbia profonda.

Michelangelo Merisi da Caravaggio, I musici, 1597, The Met, New York
Le ore in mare diventano così il tempo del bilancio: una carriera di successo e una macchia d'infamia che non si cancella, l'omicidio di Ranuccio Tomassoni. Il racconto corre d'un fiato da Milano, dove tutto è cominciato, fino a Roma, l'amata Roma, e oltre il punto di non ritorno. Centro della cristianità e crogiolo di talenti, la città brulicava di committenti, nobili, ambasciatori e cardinali; e all'indomani della Controriforma la Chiesa cercava un linguaggio nuovo per contrastare il Protestantesimo. Il realismo di Caravaggio, che mette in scena il dramma umano tra mortalità, violenza e tradimento, era la risposta. Intanto lui fugge dai nemici come un ratto e si chiede se l'arte possa davvero essere la salvezza.
Il film una certezza la ribadisce: attraverso i secoli, Caravaggio ci parla dell'umanità con una forza e un'immediatezza intatte. Spoglia l'arte sacra della sua iconografia tradizionale, la riporta ai significati più profondi e inventa una poetica della luce e dell'ombra che ci riguarda ancora. Quella luce teatrale che taglia le sue tele, nel film diventa la luce di Dio che redime: l'unica alleata capace di scacciare il buio che sentiva dentro di sé.
Resta da sapere se, alla fine di quel viaggio, la luce abbia vinto. Il film non lo dice subito: bisogna salire a bordo della feluca e lasciarsi portare da Caravaggio fino all'ultima riva.
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