L'avanguardia di Umberto Boccioni

 

23/05/2001

Gli esiti più alti della pittura e scultura futurista sono stati forse raggiunti da Umberto Boccioni, il quale ha contribuito alla fortuna e diffusione dei temi dell’avanguardia anche con alcuni scritti teorici. Dopo aver trascorso gli anni dell’infanzia in giro per l’Italia, Boccioni conclude i suoi studi a Catania, dove presto si avvicina al mondo della letteratura. Non trascorre molto tempo che già nel 1899 lo troviamo a Roma: qui da’ inizio al suo percorso di artista, accostandosi alle ricerche stilistiche della pittura divisionista, avendo come maestro G. Balla. Sono gli stessi anni in cui conosce G. Severini, con il quale condivide le prime esperienze pittoriche che non sortiscono però gli stessi effetti dei suoi futuri capolavori. È il 1906 l’anno della svolta per l’artista: giunge infatti a Parigi, dove la modernità della città e il suo stile di vita cosmopolita hanno un forte impatto sul pittore e sugli sviluppi futuri della sua arte. Tornato in Italia nello stesso anno, dopo aver trascorso un breve soggiorno anche in Russia, Boccioni avverte da subito una sensazione di claustrofobia nei confronti della provinciale cultura italiana e forse anche per questo comincia a distaccarsi dall’insegnamento divisionista di Balla per aprirsi a nuove ricerche pittoriche; contemporaneamente stabilisce la sua dimora a Milano, forse l’unica città in Italia capace di reggere il confronto con le capitali delle avanguardie europee. Non senza difficoltà e ripetuti esperimenti pittorici, oscillanti tra i poli del neoimpressionismo e dell’espressionismo, Boccioni giunge ai rivoluzionari esiti della pittura futurista. Fondamentale a questo punto è l’incontro tra il pittore e Filippo Tommaso Marinetti, avvenuto sul finire del 1909, il quale porterà l’artista a distaccarsi dagli schemi della pittura tradizionale ancora largamente presenti nella sua opera. Siamo già al 1910, anno della pubblicazione del Manifesto pittorico futurista, cui aderiscono Carrà, Russolo, Severini e Balla, oltre naturalmente a Boccioni e Marinetti. Insieme, i sei firmatari del Manifesto si scagliano contro il vecchiume dell’arte italiana, affermando che l’unica legge “morale” della pittura parte dal principio che ogni opera d’arte deve fornire la sensazione del moto continuo e veloce della società moderna; non c’è più posto per la staticità, tutto deve essere “movimento” e amore incondizionato per le innovazioni tecnologiche che guardano solo al futuro. Nascono così capolavori come Rissa in Galleria del 1910, opera in cui gli esiti stilistici sono ancora fermi su posizioni divisioniste, pur presentando temi e soggetti nuovi cari ai futuristi, quali la città, la folla, le luci elettriche, che si configurano come emblemi del nuovo che avanza. Presto nel 1911 con l’accostamento alle tematiche cubiste, l’artista scioglie il nodo che lo legava ancora alle posizioni divisioniste e comincia a rendere l’idea del movimento attraverso la scomposizione in piani diversi degli oggetti, e la molteplicità dei punti di vista da cui il pittore osserva la realtà; tali concezioni si possono ritrovare in opere come La risata (New York) ed Il trittico degli stati d’animo (Milano). Ma la ricerca artistica di Boccioni non si esaurisce nella pittura; dal 1911 inizia l’attività di scultore, sostenendo che ogni oggetto deve essere rappresentato mediante la resa sensibile del suo prolungamento nello spazio. Lo stesso titolo di una sua opera, Forme uniche nella continuità dello spazio, tende a sottolineare la visione in movimento che l’artista ha del mondo. Tutto questo è sistematizzato nel Manifesto tecnico della scultura futurista del 1912, scritto dallo stesso Boccioni. Sarebbe stata una carriera lunga e forse ancora piena di ricerche innovative, se il futurista non si fosse arruolato come volontario nel 1915; a distanza di circa un anno muore infatti a causa di una caduta da cavallo, lasciando un vuoto incolmabile nell’attività dell’avanguardia italiana.

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