Alla Fondazione Prada dal 9 maggio al 24 settembre

Vezzoli guarda la Rai: viaggio negli anni ’70 attraverso lo schermo

Raffaella Carrà, Canzonissima 1970 | Courtesy of Rai Teche
 

Francesca Grego

28/04/2017

Milano - “La Rai è la nostra storia, l’orologio che ha battuto le ore dell’infanzia, dell’adolescenza delle persone della mia generazione”: a dirlo non è Fabio Fazio, ma Francesco Vezzoli, fra gli artisti più affermati della scena italiana.

Presentato nella sede Rai di via Asiago a Roma, il grande progetto che Vezzoli dedica, insieme a Fondazione Prada, agli anni Settanta della tv pubblica nazionale.
Un viaggio intenso, ma al tempo stesso giocoso e surreale, in un decennio carico di tensioni e cambiamenti, che ha visto la tv fungere al contempo da specchio e da motore di trasformazioni sociali di vasta portata. Un intreccio di sguardi in cui, prima ancora di farsi arte, la storia diventa intimo vissuto, per essere restituita come memoria collettiva in un accattivante flusso di associazioni e immagini messe a disposizione dall’immenso archivio delle Teche Rai.

Il terrorismo, l’austerity, le proteste di piazza, le istanze femministe si accompagnano all’avvento del colore sul piccolo schermo, alla sperimentazione di nuovi format, a inchieste d’autore e produzioni di alto contenuto culturale che sanciscono la piena cittadinanza dell’arte e dei suoi protagonisti nell’habitat catodico. Un patrimonio “d’avanguardia, molto più wild ed excinting di quanto tutti avessero capito”, sottolinea Vezzoli, che lo reinterpreta in chiave contemporanea in un’indagine in bilico fra estetica dei media e ricerca sociale. Un ponte “archeologico” indispensabile a comprendere gli attuali intrecci fra arte e new media, come spiega Astrid Welter di Fondazione Prada.

Curata dall’artista, TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai aprirà i battenti il 9 maggio nella sede milanese della Fondazione, con un percorso che occuperà quasi interamente gli ampi spazi ricavati da Rem Koolhas nella struttura di una ex distilleria.
L’allestimento immersivo curato da M/M (Paris) aggiungerà al contesto espositivo di stampo museale la fantasmagoria degli schermi e il dinamismo delle immagini video, valorizzandone il fascino con alternanze di buio e luce studiate ad hoc.
 
Con il supporto curatoriale di Cristina Perrella e la consulenza scientifica di Massimo Bernardini e Marco Senaldi, il passato si fa materia viva in un racconto che corre parallelo su più piani, per prendere forma in tre sezioni.
“Arte e Televisione”, introdotta dai Paesaggi TV di Mario Schifano, riflette sulle declinazioni artistiche del piccolo schermo, dove i percorsi di protagonisti della scena italiana come Alighiero Boetti, Alberto Burri, Renato Guttuso, Michelangelo Pistoletto s’intrecciano con le trasposizioni di capolavori del teatro e della letteratura di Giulio Paolini e con esperimenti innovativi come Il televisore che piange di Fabio Mauri.

“Politica e Televisione” si immerge in profondità nel clima degli Anni di Piombo, attraverso estratti di telegiornali vintage, mentre le creazioni di Nanni Balestrini, Ketty La Rocca, Carla Accardi danno conto di come l’arte abbia rielaborato le inquietudini di un’epoca.

“Intrattenimento e Televisione” racconta invece gli albori di una nuova era, in cui varietà serali e salotti pomeridiani annunciano i prodromi della tv commerciale degli anni Ottanta. Un fenomeno su tutti, l’esposizione del corpo femminile, sospeso tra liberazione sessuale e desiderio consumistico, al centro di performance come La Spia Ottica di Giosetta Fioroni, che l’estro di Vezzoli mette in scena attraverso spezzoni tratti da Milleluci, Stryx, Sotto il Divano e opere di artiste come Lisetta Carmi e Paola Mattioli.

E per finire la Trilogia della Rai, mostrata in anteprima nel quartier generale della Radiotelevisione Italiana di via Asiago. Un montaggio di frammenti televisivi, dove cultura alta e popolare si mescolano in un godibile amarcord: Ermanno Olmi e la Carrà, Dario Argento e Fellini, Cicciolina e Antonioni riconciliano una volta per tutte due facce dell’Italia di quegli anni, la fascinazione pop e la mente colta e “politica”, componenti essenziali della formazione dello stesso Vezzoli.

Racconta l’artista: “Da piccolo sono stato un bambino politico, politicizzato. Arrivavo sulla spiaggia di Riccione con La Repubblica, Il Manifesto e Novella 2000 sotto il braccio. Le signore lì intorno mi guardavano come se fossi un alieno. La mia crescita è stata scissa tra due poli: genitori colti che mi portavano al Centre Pompidou e ai concerti di De Gregori, e poi le nonne, che come strumento educativo avevano la tv. Questa mostra rappresenta un tentativo urgente, quasi psicanalitico di trovare un compromesso”. Obiettivo raggiunto.

Per chi volesse andare oltre la profonda leggerezza dell’allestimento, è disponibile un esauriente catalogo, che accanto alle immagini presenta importanti testi di autori legati al mondo dell’arte, della televisione e della sociologia dei media, come Nicolas Bourriaud, Germano Celant, Carolyn Christov-Bakargiev, Hans Ulrich Obrist, Letizia Ragaglia, Lynn B. Spiegel, Carlo Freccero, Lucia Annunziata.

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