Viaggio onirico con l'arte nelle città italiane

Nel fuoco e nella luce di Napoli con Bruegel, Renoir, Turner, van Wittel

Anton Sminck van Pitloo, Castel dell'Ovo dalla spiaggia, 1820 circa, Olio su tela, 103 x 76 cm, Roma, Galleria Nazionale di Arte Moderna
 

Samantha De Martin

31/03/2020

Napoli - Hans Christian Andersen, che di fiabe se ne intendeva, era rimasto stregato della “Napoli bianco vestita che dorme tra i monti viola...con il nero Vesuvio che leva il capo cinto da rossi riccioli”.
Dai pennelli di Bruegel alle serigrafie di Andy Warhol, la città cara ai romantici, che Stendhal considerava "la più bella dell’universo", rimase scolpita nelle opere dei maggiori artisti di ogni tempo.
In attesa di tornare a respirarla, a farci nuovamente inebriare di salsedine e di vento lungo via Caracciolo e a srotolare la matassa di voci ed odori nel gomitolo che avvolge via Toledo, per incantarci di fronte alla magia del Cristo Velato e dei suoi tanti musei, immaginiamo di percorrerla come in un sogno di sole e colore.
Proviamo allora ad ascoltare le sue tante anime, a sfogliarle grazie alle vedute degli artisti che tradussero in tela la malìa esercitata dalla sua travolgente bellezza.

Bruegel il Vecchio, “Battaglia nel porto di Napoli”
Iniziamo a scoprire Napoli attraverso il suo porto e quel Castel dell’Ovo che tanto dovette affascinare anche al pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio che fu in Italia dal 1551 al 1553, passando per Roma, Napoli e Messina.
Sull’isolotto di tufo di Megaride, unito alla terraferma da un sottile istmo di roccia dove venne fondata Parthènope nell'VIII secolo a.C. per mano cumana, aveva la sua monumentale villa, nel I secolo a.C, Lucio Licinio Lucullo, dotata di una ricchissima biblioteca e circondata da allevamenti di murene e alberi di pesco.
Un'antica leggenda vuole che il nome Castel dell’Ovo derivi dal fatto che il poeta latino Virgilio abbia nascosto nelle segrete dell'edificio un uovo magico che aveva il potere di mantenere in piedi l'intera fortezza.


Pieter Bruegel il Vecchio, Battaglia nel porto di Napoli, Olio su tavola, 71.2 x 42.2 cm, Roma, Galleria Doria Pamphilj

Nella sua Battaglia nel porto di Napoli, Bruegel descrive una battaglia navale, probabilmente inventata, che coinvolge diverse imbarcazioni. Sullo specchio di mare abbracciato dal golfo scivolano galere e velieri, barche a remi, tra sbuffi di fumo e poco leggibili traiettorie di palle di cannone. Dallo sfondo emerge il Vesuvio, raffigurato con un orizzonte rialzato, oltre la metà del dipinto, secondo un espediente, tipico degli artisti fiamminghi, che conferisce alla veduta un respiro particolarmente ampio.
Riconosciamo diversi monumenti: a sinistra Castel dell'Ovo, Castel Nuovo, la perduta Torre San Vincenzo e i moli semicircolari.
L'opera fu eseguita in Italia, in maniera del tutto innovativa rispetto al genere delle battaglie e delle tempeste di mare, benché stilisticamente si ricolleghi alle fonti del paesaggio fiammingo cinquecentesco. La descrizione minuziosa, fedele alla realtà dei luoghi, e il punto di vista sopraelevato, a volo d’uccello, sono infatti tipici di quel mondo.

Finita l’emergenza sanitaria potremo ammirare questa testimonianza del pittore olandese presso la Galleria Doria Pamphilj di Roma, dove il dipinto è conservato. L’artista lo avrebbe realizzato una volta rientrato nelle Fiandre, sulla base di disegni effettuati durante il soggiorno napoletano. I velieri rappresentati furono anche soggetto di una serie di incisioni tra il 1560 e il 1565.

Turner e l’ eruzione del Vesuvio
Non si può parlare di Napoli senza far riferimento al Vesuvio, il “superbo monte”, o “sterminator” - come lo definì Giacomo Leopardi, che alle pendici del vulcano, nella settecentesca Villa Ferrigni, trascorse i suoi ultimi giorni di vita - che affascinò scrittori, artisti, poeti.
Nel dipinto Vesuvio in eruzione, William Turner compone la scena con i toni del fuoco in arancione e ocra. Il pittore della luce tinge il cielo di nero, trasformando il mare in uno specchio di avvenimenti celesti. La montagna, descritta nel dettaglio, è al centro di questa scena apocalittica. Luminosa come un fulmine, spara il fuoco verso un cielo fumoso, avvolto da una luce mistica. L’atmosfera è sfocata in colori quasi impressionisti.


William Turner, Eruzione del Vesuvio, 1817-1820, Acquerello, 39.7 x 28.6 cm, Yale Center for British Art, Paul Mellon Collection

Turner fu in Italia tra il 1819 e il 1820, facendo tappa a Torino, Milano, Como, Verona, Venezia, Roma, Napoli, Paestum e Lerici. Coltivava amicizie con geologi pionieri, tra cui John MacCulloch e Charles Stokes, mentre sui suoi quaderni di schizzi registrava nel dettaglio i fenomeni geologici. L’acuto sostenitore del Sublime nel 1815 espose la sua tela L'eruzione dei Monti Souffrier, nell'isola di Saint Vincent, mentre due anni dopo l'editore di stampe W. B. Cooke gli commissionò gli acquerelli che avrebbero dovuto mostrare il vulcano in eruzione e riposo. Turner non visitò l'Italia fino al 1819 e potrebbe aver realizzato i suoi disegni del Vesuvio seguendo il lavoro di un altro disegnatore, molto probabilmente James Hakewill.

Nella baia di Napoli con Renoir
Per godere appieno dell’anima calorosa di Napoli, basta spostare la nostra passeggiata onirica tra i colori vibranti di Renoir, nell’atmosfera vivace de La baia di Napoli, dove il fruscio delle carrozze, le chiacchiere di pescatori e giovani coppie sembrano arrivare all’orecchio dell’osservatore da un’atmosfera senza tempo.
Immaginiamo di affacciarci anche noi al balcone - il cui angolo è rappresentato in basso a sinistra della composizione - dal quale il pittore osserva la scena. La sua posizione offriva una vista iconica del porto, con il vulcano sullo sfondo a sputare fumo nel cielo.
Nel 1881 il pittore francese decise di far tappa in Italia per studiare l’arte antica e i maestri del Rinascimento. Fu un viaggio di lavoro e sperimentazione. Rapito dalla luce e dalla bellezza della città partenopea, Renoir la immortalò con maestria e La baia di Napoli - oggi parte delle collezioni del MET – Metropolitan Museum of Art – di New York - è la più vivida testimonianza della sua attività nel Belpaese.

Van Wittel e Largo di Palazzo
Dal lungomare Caracciolo ci spostiamo verso Largo di Palazzo, l’attuale Piazza del Plebiscito. A fornirci una veduta di come doveva presentarsi nel Settecento l’attuale cuore pulsante della città è l’olandese Gaspar van Wittel, uno degli iniziatori del vedutismo moderno.
Una volta completato il palazzo Reale, lo slargo, battezzato "largo di Palazzo", divenne un polo decisionale della città, centro della vita cortigiana. Nel primo ventennio del Seicento il lato del Largo rivolto verso il mare venne abbellito con diverse sculture, tra cui una maestosa fontana a tre archi progettata da Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino, ed un colossale busto di Giove rinvenuto a Pozzuoli, il Gigante di Palazzo.
Le incisioni di Nicolas Perrey ricordano anche gli scenografici addobbi, spesso allestiti in occasione di eventi legati alla famiglia reale. All'inizio dell'Ottocento la piazza cambiò completamente volto. L’abbattimento dei diversi conventi preesistenti consentì infatti di allargare lo spazio. Così già nel 1809 Gioacchino Murat poté avviare i lavori per la "Grande e pubblica piazza", il cosiddetto "Foro Gioacchino" con i due palazzi gemelli (il Palazzo dei Ministri di Stato e il Palazzo per il Ministero degli Esteri). L'attuale nome della piazza fu scelto dopo che il plebiscito del 21 ottobre 1860 decretò l'annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna.


Gaspar Van Wittel, Veduta di Napoli con Largo di Palazzo, Olio su tela, 125 x 75 cm, Napoli, Collezione Intesa Sanpaolo, Gallerie Italia Palazzo Zevallos Stigliano

Van Pitloo, “Castel dell’Ovo dalla spiaggia”

Ritorniamo a Castel dell’Ovo, dove il tramonto ha già disteso le sue tinte su un mare calmo. Ad accompagnarci in questa ultima passeggiata onirica nel cuore di Napoli è Anton Sminck van Pitloo, considerato, insieme all'allievo Giacinto Gigante, tra gli esponenti più sensibili della cosiddetta Scuola di Posillipo.
Il suo Castel dell’Ovo dalla spiaggia, conservato oggi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, a Roma, infonde un senso di pace e di serenità.

Il pittore olandese, fra i primi a dipingere all'aria aperta, abbandonò il vedutismo d'impronta classicista privilegiando un'osservazione romantica del dato naturalistico, caratterizzata da una sensibile attenzione alle vibrazioni della luce e dei colori. Pitloo impiegò l'innovativa tecnica della pittura a olio su carta montata su tela o cartone (la cosiddetta «carta intelata»). 

Due pescatori sono intenti a portare una barca sulla battigia, altri personaggi si adoperano nelle ultime attività del giorno. Ci uniamo a loro, immaginando il profumo intenso del mare, mentre lo sguardo raggiunge il Vesuvio che si allunga all’orizzonte come una visione fantastica.

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