Dal 7 maggio a Palazzo delle Esposizioni
Da Gaza all’America di Trump, in mostra gli scatti del World Press Photo 2026
Carol Guzy, Separated by ICE, ZUMA Press, iWitness, for Miami Herald © Carol Guzy I Courtesy World Press Photo
Francesca Grego
07/05/2026
Roma - Sbarcano a Roma gli scatti vincitori del World Press Photo 2026, il concorso di fotogiornalismo che dal 1955 premia le immagini che meglio hanno saputo raccontare eventi e fenomeni dell’attualità globale nel corso dell’anno. In anteprima per l’Italia a Palazzo delle Esposizioni, si svelano le 42 fotografie selezionate dalla giuria indipendente tra le 57.376 proposte inviate da 3.747 fotografi di 141 Paesi del mondo: immagini che riflettono la complessità della realtà contemporanea, tra guerre e squilibri di potere, crisi ambientali e drammatiche conseguenze dei conflitti in atto, ma anche storie di ricostruzione e resilienza, che schiudono spiragli di luce in un momento di profonda inquietudine. Da oggi, giovedì 7 maggio, fino al 29 giugno, i visitatori della mostra potranno rivivere attraverso lo sguardo dei reporter premiati le emergenze che hanno animato la scena mediatica nel 2025, o scoprire notizie e realtà che non hanno ricevuto lo spazio meritato, magari oscurate da urgenze più pressanti.
La Foto dell’Anno 2026, vincitrice assoluta del concorso, conduce nel cuore di tenebra dell’America di Trump. Separati dall’ICE di Carol Guzy (Zuma Press, iWitness, per il Miami Herald) è stata scattata all’interno di uno dei pochi edifici federali statunitensi dove è stato consentito l’accesso ai fotografi, in un corridoio del Jacob K. Javits Federal Building di New York. L’immagine mostra una famiglia separata dagli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement (ICE): il padre Luis, un migrante ecuadoriano incensurato, è in stato di fermo dopo un’udienza presso il Tribunale per l’Immigrazione. La moglie Concha e i tre figli sono sconvolti dal trauma e costretti a fronteggiarne le conseguenze economiche, essendo Luis l’unica fonte di reddito della famiglia. “Quello documentato da Guzy”, sottolinea la didascalia della foto, “non è un caso isolato, ma l’effetto di una politica applicata in modo indiscriminato a persone che si presentano alle udienze in buona fede. È la prova documentata di una politica governativa attuata sistematicamente proprio nei confronti di chi segue le regole che gli sono state date”. “Questo premio appartiene certamente a loro, non a me”, ha dichiarato la vincitrice del concorso.

Saber Nuraldin, Aid Emergency in Gaza, EPA Images © Saber Nuraldin I Courtesy World Press Photo
Anche gli altri due scatti finalisti sono testimoni di storie forti. Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin (EPA Images) ritrae un gruppo di palestinesi mentre si arrampica su un camion di aiuti umanitari che entra nella Striscia attraverso il valico di Zikim, nel tentativo di procurarsi farina, durante una “sospensione tattica” delle operazioni dell’esercito israeliano. “Questa immagine - ha commentato la giuria del World Press Photo - rende visibile la portata e l’urgenza della carestia nel secondo anno di guerra a Gaza. La composizione diretta costringe lo spettatore a fermarsi, offrendo una prova visiva della fame e della distruzione che circonda la scena”.
L’altra immagine finalista - I processi delle donne Achi - arriva dal Guatemala e documenta un atto di giustizia a lungo atteso. Protagonista è Doña Paulina Ixpatá Alvarado, detenuta e aggredita per 25 giorni nel 1983, e ritratta dal fotografo Victor J. Blue per il New York Times Magazine insieme ad altre donne Achi fuori da un tribunale di Città del Guatemala il 30 maggio 2025. Quel pomeriggio tre ex membri delle pattuglie di autodifesa civile sono stati condannati a 40 anni di carcere per stupro e crimini contro l’umanità. Per quasi mezzo secolo, il gruppo di donne indigene Maya Achi di Rabinal ha continuato a vivere nelle stesse comunità degli uomini che le avevano violentate, talvolta come vicine di casa. La guerra civile in Guatemala ha portato infatti al genocidio di migliaia di persone Maya Achi per mano dell’esercito e di forze paramilitari locali sostenute dallo Stato, che hanno utilizzato la violenza sessuale come arma sistematica per sottomettere le comunità indigene. Nel 2011 36 donne hanno rotto il silenzio, avviando una battaglia legale contro i loro aggressori durata 14 anni.
“Il fotogiornalismo non è mai stato un lavoro facile”, ha commentato la presidente della giuria globale Kira Pollack: “Non è mai stato redditizio, né sicuro, né garantito da un pubblico. Eppure i fotografi partono. Vanno nei tribunali e nelle zone di conflitto, negli angoli più silenziosi del mondo, dove la storia si sta scrivendo senza testimoni. Lo fanno perché credono che vedere sia importante. Che le prove contino”.

Victor J. Blue, The Trials of the Achi Women, for The New York Times Magazine © Victor J. Blue I Courtesy World Press Photo
La Foto dell’Anno 2026, vincitrice assoluta del concorso, conduce nel cuore di tenebra dell’America di Trump. Separati dall’ICE di Carol Guzy (Zuma Press, iWitness, per il Miami Herald) è stata scattata all’interno di uno dei pochi edifici federali statunitensi dove è stato consentito l’accesso ai fotografi, in un corridoio del Jacob K. Javits Federal Building di New York. L’immagine mostra una famiglia separata dagli agenti dell’Immigration and Custom Enforcement (ICE): il padre Luis, un migrante ecuadoriano incensurato, è in stato di fermo dopo un’udienza presso il Tribunale per l’Immigrazione. La moglie Concha e i tre figli sono sconvolti dal trauma e costretti a fronteggiarne le conseguenze economiche, essendo Luis l’unica fonte di reddito della famiglia. “Quello documentato da Guzy”, sottolinea la didascalia della foto, “non è un caso isolato, ma l’effetto di una politica applicata in modo indiscriminato a persone che si presentano alle udienze in buona fede. È la prova documentata di una politica governativa attuata sistematicamente proprio nei confronti di chi segue le regole che gli sono state date”. “Questo premio appartiene certamente a loro, non a me”, ha dichiarato la vincitrice del concorso.

Saber Nuraldin, Aid Emergency in Gaza, EPA Images © Saber Nuraldin I Courtesy World Press Photo
Anche gli altri due scatti finalisti sono testimoni di storie forti. Emergenza umanitaria a Gaza di Saber Nuraldin (EPA Images) ritrae un gruppo di palestinesi mentre si arrampica su un camion di aiuti umanitari che entra nella Striscia attraverso il valico di Zikim, nel tentativo di procurarsi farina, durante una “sospensione tattica” delle operazioni dell’esercito israeliano. “Questa immagine - ha commentato la giuria del World Press Photo - rende visibile la portata e l’urgenza della carestia nel secondo anno di guerra a Gaza. La composizione diretta costringe lo spettatore a fermarsi, offrendo una prova visiva della fame e della distruzione che circonda la scena”.
L’altra immagine finalista - I processi delle donne Achi - arriva dal Guatemala e documenta un atto di giustizia a lungo atteso. Protagonista è Doña Paulina Ixpatá Alvarado, detenuta e aggredita per 25 giorni nel 1983, e ritratta dal fotografo Victor J. Blue per il New York Times Magazine insieme ad altre donne Achi fuori da un tribunale di Città del Guatemala il 30 maggio 2025. Quel pomeriggio tre ex membri delle pattuglie di autodifesa civile sono stati condannati a 40 anni di carcere per stupro e crimini contro l’umanità. Per quasi mezzo secolo, il gruppo di donne indigene Maya Achi di Rabinal ha continuato a vivere nelle stesse comunità degli uomini che le avevano violentate, talvolta come vicine di casa. La guerra civile in Guatemala ha portato infatti al genocidio di migliaia di persone Maya Achi per mano dell’esercito e di forze paramilitari locali sostenute dallo Stato, che hanno utilizzato la violenza sessuale come arma sistematica per sottomettere le comunità indigene. Nel 2011 36 donne hanno rotto il silenzio, avviando una battaglia legale contro i loro aggressori durata 14 anni.
“Il fotogiornalismo non è mai stato un lavoro facile”, ha commentato la presidente della giuria globale Kira Pollack: “Non è mai stato redditizio, né sicuro, né garantito da un pubblico. Eppure i fotografi partono. Vanno nei tribunali e nelle zone di conflitto, negli angoli più silenziosi del mondo, dove la storia si sta scrivendo senza testimoni. Lo fanno perché credono che vedere sia importante. Che le prove contino”.

Victor J. Blue, The Trials of the Achi Women, for The New York Times Magazine © Victor J. Blue I Courtesy World Press Photo
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