La pubblicazione evidenzia i rischi legati al mercato delle opere del principale esponente dell’arte metafisica.
De Chirico falsario di se stesso
L.S.
01/08/2013
Roma - Un volume scientifico che somiglia a un giallo riapre la ferita del “complotto modernista” ai danni di de Chirico. La pubblicazione dell’Archivio dell’Arte Metafisica, curata da Polo Balducci e Gerd Roos, facendosi largo tra citazioni di atti processuali, documenti d’archivio, testimonianze e perizie, racconta il complesso percorso volto a stabilire l’autenticità dell’opera Piazza d’Italia (Souvenir d’Italie II) di Giorgio De Chirico. Il dipinto ad olio su tela delle dimensioni di 80x31, in calce, sotto la firma, riporta infatti la data 1913 ma, come dimostrato, fu realizzato solo nel 1933, inserito nella retrospettiva tenutasi a Zurigo in quell’anno, e poi venduto al collezionista Alberto Della Ragione dall’artista in persona.
Alcuni passaggi di proprietà più tardi, la tela finisce esposta alla Galleria Il Milione di Milano, dove il commerciante Dario Sabatello l’acquista per rivenderla ad un collezionista americano e, in tale circostanza, si premura di contattare l’artista perchè gli rilasci un documento di provenienza. Ma, colpo di scena: de Chirico dichiara che l’opera è falsa e la fa porre sotto sequestro. Si apre così un lungo contenzioso (1947-1956) che si concluderà con una sentenza della Cassazione che confermerà che il dipinto è un falso.
Per tutti questi anni l’artista avanza la teoria di un complotto modernista atto a squalificare la sua pittura più recente e a immettere falsi sul mercato; tesi che nel libro, ricostruendo la verità storica oltre quella processuale, viene messa in ridicolo. Lo studio di Baldacci e Roos, superando il caso specifico e affrontando altri scandali del dopoguerra, delinea come la falsificazione fosse per de Chirico una pratica sistematica che ingannò collezionisti e mercati con il preciso obiettivo di cavalcare il successo del periodo metafisico. Il groviglio è tuttora inestricabile e pone importanti problemi nella valutazione di autenticità o nella datazione delle opere ascrivibili al periodo 1909-1943 rendendo poco attendibili le autentiche rilasciate e il Catalogo Generale dell’artista.
Alcuni passaggi di proprietà più tardi, la tela finisce esposta alla Galleria Il Milione di Milano, dove il commerciante Dario Sabatello l’acquista per rivenderla ad un collezionista americano e, in tale circostanza, si premura di contattare l’artista perchè gli rilasci un documento di provenienza. Ma, colpo di scena: de Chirico dichiara che l’opera è falsa e la fa porre sotto sequestro. Si apre così un lungo contenzioso (1947-1956) che si concluderà con una sentenza della Cassazione che confermerà che il dipinto è un falso.
Per tutti questi anni l’artista avanza la teoria di un complotto modernista atto a squalificare la sua pittura più recente e a immettere falsi sul mercato; tesi che nel libro, ricostruendo la verità storica oltre quella processuale, viene messa in ridicolo. Lo studio di Baldacci e Roos, superando il caso specifico e affrontando altri scandali del dopoguerra, delinea come la falsificazione fosse per de Chirico una pratica sistematica che ingannò collezionisti e mercati con il preciso obiettivo di cavalcare il successo del periodo metafisico. Il groviglio è tuttora inestricabile e pone importanti problemi nella valutazione di autenticità o nella datazione delle opere ascrivibili al periodo 1909-1943 rendendo poco attendibili le autentiche rilasciate e il Catalogo Generale dell’artista.
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