A Rovereto fino al 14 febbraio 2027
Con Gianni Berengo Gardin, al Mart un anno dopo
Gianni Berengo Gardini, Lignano Sabbiadoro, Udine, 1963 © Eredi Gianni Berengo Gardin - Contrasto
Piero Muscarà
23/10/2026
Trento - Al Mart, prima di varcare la soglia della mostra, si respirava una sottile emozione. Non era attesa. Era qualcosa di più quieto, e più difficile da nominare.
La presentazione fila via liscia. L'assessore provinciale alla cultura Francesca Gerosa, il sindaco Giulia Robol, la direttrice Micol Forti, che firma la curatela con Gabriele Lorenzoni e Alessandra Mauro, introducono il progetto ai giornalisti arrivati in città. Poi arriva la figlia Susanna. E quell'emozione prende forma. La voce si rompe. È la prima volta che vediamo le sue fotografie "da quando è mancato". Un istante soltanto, di commozione sincera. Ed è quella la fotografia più vera della giornata: lo scatto in cui tutto, adesso, prende senso. Perché questo non è soltanto un appuntamento per appassionati di fotografia. È un incontro. Con Gianni Berengo Gardin, un anno dopo.
La mostra Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare è un'antologica, ne traccia il percorso. Ma camminandoci dentro non impari una biografia: capisci uno sguardo. Capisci il suo rapporto con uno strumento che, nelle sue mani, da techné diventa arte. E non è solo la straordinaria capacità di costruire un'inquadratura. È molto di più. È la semplicità del gesto. Attendere. Attendere il momento giusto. Click. "Buona", racconta nel suo videomessaggio Renzo Piano, l'amico di una vita. "Non diceva mai bella".
E così quelle 120 immagini sono un viaggio tra architetture e proporzioni, vie di fuga, l'obiettivo puntato lì dove qualcosa sta per accadere. E lui che, semplicemente, lo fa. Sa farlo, perché GBG lo sguardo ce l'ha. E il tempo, sulle sue fotografie, sembra non essere mai passato.
Gli occhi. Quei movimenti interrotti. Gli uomini, le donne, i bambini. Frammenti di storia, attimi di verità. «Dolcini ai poverini, sampagne al popolo». Le simmetrie speculari nelle strade di Sciacca. La pausa pranzo di una coppia di impiegati su un prato, all'Olivetti. Il volo felice nel cielo di Lignano, appesi a un'altalena. Un padre che solleva il figlio in una Piazza San Marco sommersa quando c'era quell'acqua alta che oggi non c'è più. E Grandi Navi, all'orizzonte.
Non c'è tutto. Ma c'è moltissimo di Gianni Berengo Gardin in questa "prima mostra" del dopo. C'è perfino il Mart, la sua piazza e il suo foyer: due scatti inediti ritrovati da Susanna nell'archivio, fatti per passione durante una vacanza tra le Dolomiti. Come se fosse già passato di qui, ad aspettare.
E sono immagini vive, quelle appese alle pareti. Lo capisci subito: sono attimi immaginati prima addirittura di prendere una forma, in quell'impeccabile bianco e nero con cui il grande fotografo raccontava i suoi mondi. Mondi in cui immergersi. Ancora.

Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1959 courtesy © Eredi Gianni Berengo Gardin - Contrasto
La presentazione fila via liscia. L'assessore provinciale alla cultura Francesca Gerosa, il sindaco Giulia Robol, la direttrice Micol Forti, che firma la curatela con Gabriele Lorenzoni e Alessandra Mauro, introducono il progetto ai giornalisti arrivati in città. Poi arriva la figlia Susanna. E quell'emozione prende forma. La voce si rompe. È la prima volta che vediamo le sue fotografie "da quando è mancato". Un istante soltanto, di commozione sincera. Ed è quella la fotografia più vera della giornata: lo scatto in cui tutto, adesso, prende senso. Perché questo non è soltanto un appuntamento per appassionati di fotografia. È un incontro. Con Gianni Berengo Gardin, un anno dopo.
La mostra Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare è un'antologica, ne traccia il percorso. Ma camminandoci dentro non impari una biografia: capisci uno sguardo. Capisci il suo rapporto con uno strumento che, nelle sue mani, da techné diventa arte. E non è solo la straordinaria capacità di costruire un'inquadratura. È molto di più. È la semplicità del gesto. Attendere. Attendere il momento giusto. Click. "Buona", racconta nel suo videomessaggio Renzo Piano, l'amico di una vita. "Non diceva mai bella".
E così quelle 120 immagini sono un viaggio tra architetture e proporzioni, vie di fuga, l'obiettivo puntato lì dove qualcosa sta per accadere. E lui che, semplicemente, lo fa. Sa farlo, perché GBG lo sguardo ce l'ha. E il tempo, sulle sue fotografie, sembra non essere mai passato.
Gli occhi. Quei movimenti interrotti. Gli uomini, le donne, i bambini. Frammenti di storia, attimi di verità. «Dolcini ai poverini, sampagne al popolo». Le simmetrie speculari nelle strade di Sciacca. La pausa pranzo di una coppia di impiegati su un prato, all'Olivetti. Il volo felice nel cielo di Lignano, appesi a un'altalena. Un padre che solleva il figlio in una Piazza San Marco sommersa quando c'era quell'acqua alta che oggi non c'è più. E Grandi Navi, all'orizzonte.
Non c'è tutto. Ma c'è moltissimo di Gianni Berengo Gardin in questa "prima mostra" del dopo. C'è perfino il Mart, la sua piazza e il suo foyer: due scatti inediti ritrovati da Susanna nell'archivio, fatti per passione durante una vacanza tra le Dolomiti. Come se fosse già passato di qui, ad aspettare.
E sono immagini vive, quelle appese alle pareti. Lo capisci subito: sono attimi immaginati prima addirittura di prendere una forma, in quell'impeccabile bianco e nero con cui il grande fotografo raccontava i suoi mondi. Mondi in cui immergersi. Ancora.

Gianni Berengo Gardin, Venezia, 1959 courtesy © Eredi Gianni Berengo Gardin - Contrasto
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