A Venezia per i 200 anni delle Gallerie dell’Accademia

Cicognara, Hayez e Canova: la triade della rinascita

Francesco Hayez, Ritratto della famiglia Cicognara, con il busto colossale di Antonio Canova, 1816-1817, Olio su tela (Particolare), Venezia, Casa privata | Courtesy of Gallerie dell'Accademia di Venezia
 

Piero Muscarà

28/09/2017

Venezia - Canova, Hayez, Cicognara. L’ultima gloria di Venezia che apre il 29 settembre a Venezia alle Gallerie dell’Accademia non è certo una mostra mainstream, ma - per dirla con le parole di Fernando Mazzocca, che con Roberto De Feo e Paola Marini è uno dei tre curatori dell’esposizione - “è una mostra controcorrente”.

Certo Canova e Hayez, geni ottocenteschi celebratissimi, sono i due attori principali di questa storia. E che attori. Ma soprattutto lo è quel Leopoldo Cicognara, deus ex machina delle Gallerie, loro primo interprete, non tanto per primogenitura nel ruolo di Presidente dell’Accademia veneziana (che spetta a Tiziano che ne rivestì il ruolo quando nel 1750 l’Accademia fu fondata e ancora aveva sede a San Marco) ma per intento e volontà, sin dal suo insediamento nel 1808 per nomina napoleonica e di nuovo rinnovato alcuni anni più tardi - per indubbi meriti e cultura - dai sovrani che si sostituirono al Bonaparte, quegli Asburgo che acquisirono il dominio sulle Venezie in ragione del trattato di Campoformio.
Si parla di un periodo storico fondamentale nella millenaria storia della Serenissima, che in questa occasione viene precisamente incorniciato in quel momento di passaggio - idealmente tracciato tra il 1815 e il 1822.
1815 come anno che segna il ritorno da Parigi a Venezia, per merito di Antonio Canova dei simboli d’arte più preziosi della storia della Serenissima, spoglie di guerra esibite a Parigi da Napoleone come i quattro cavalli bronzei che erano stati issati in cima all’Arco di Trionfo. 1822 come anno della morte del carissimo amico e sodale di Leopoldo Cicognara, Antonio Canova l’artista più famoso del XIX secolo, nato a Possagno, sbocciato a Venezia e che da Roma dominò la scena artistica europea e internazionale quale sommo interprete di un ideale neoclassico che ricercava nella bellezza il ritrovare l’armonia ideale proprio in un momento in cui il mondo era attraversato da rivoluzioni, guerre e grandi cambiamenti.

La mostra dunque è raffinata. Nel senso che meglio si apprezza avendo lo spettatore avuto modo e tempo per leggere le pagine ricche di informazioni, di aneddoti e di belle immagini che la Marsilio Editore di Cesare De Michelis, qui anche nei panni di Presidente di Venezia Accademia, ha pubblicato ad accompagnamento dell’esposizione. Leggendo si impara come il sottile, ma solido filo che ricollega il nostro passato con il presente non sia solo raccolta di opere d’arte straordinarie, disegni, memorie, souvenir e ammennicoli di un passato glorioso, ma un’idea forte di Accademia quale luogo di una possibile rinascita di una Venezia nel segno delle arti, della cultura, delle arti applicate e quindi artigiane e quindi anche “arti industriali” che il Cicognara ebbe a immaginare.

Sullo sfondo quindi l’idea di quale Venezia reinventare, tramontato il dominio delle terre e dei mari della fu Serenissima (che abdicò alla propria indipendenza per mano di Napoleone nel 1797) e ancora da ricostruire in chiave economica e industriale come seppe fare anni più tardi ai primi del novecento il Conte Volpi di Misurata.

Quindi la scoperta della vocazione romantica, che in Hayez, ma anche in altri epigoni, come trova una sua prima espressione, e che ancor oggi domina l’immaginario di tutti i visitatori che giungono a Venezia d’ogni dove per vivere questa illusione fatta di colori, notti, luci, ombre, gondole lente e remainder che richiamano anche alla lussuosa, eclettica vita da bohemien ante litteram, con “le donne, i servitori e gli animali” che Lord Byron porta in scena sui palcoscenici lagunari dal suo mitologico Palazzo Mocenigo proprio in quegli anni.

E infine il colpo di genio. Cioè l’Omaggio delle Province Venete alla Maestà di Carolina Augusta imperatrice d’Austria cioè dell’operazione di marketing culturale più incredibile dell’800 con cui Leopoldo Cicognara seppe convincere l’Imperatore Francesco I ad accettare in dono per le sue quarte nozze non il “dazio previsto” dei 10.000 zecchini, ma “opere d’arte” realizzate da artisti contemporanei, veneziani.

Come scrisse Cicognara a Canova il 7 gennaio del 1816 il Veneto “darà quel che potrà. Io non vorrei si desse tutto il denaro e vorrei erogare i 10 mila zecchini in tanti lavori di pennello e scalpello tutto veneziano. Non dimenticherò Hayez e Rinaldi e tutti gli altri che qui sono capaci di lavoro. Ma tutto questo non val nulla se per prima parte di questo progetto non v’è opera vostra. Qui ci vorrebbe la sicurezza d’una vostra statua, e sarebbe la Polimnia che potrebbesi battezzare anche per la Musa della Storia”.

Che la dice lunga di quanta sapienza seppe guidare le azioni di questo “eroe dei nostri tempi” . Un genio non comune, un po’ politico, un po’ uomo di arti e di cultura, sicuramente profondo conoscitore e amante della storia delle belle arti ma anche interprete di contemporaneità e attore che sapeva destreggiarsi tra i potenti della terra senza perdere la propria bussola. Certo il Cigognara finì i suoi giorni, dopo l’abbandono nel 1826 del ruolo di Presidente dell’Accademia, in uno stato di prostrazione economica, se non di miseria, non facile da comprendere vista la grandezza del personaggio. Perse il suo scontro con Milano per vedersi restituire a Venezia dalla Pinacoteca di Brera molti di quei tesori dell’arte veneziana che ancor oggi vi sono custoditi. E forse è qui l’origine della sua successiva disgrazia agli occhi austriaci - che un tempo con il cancelliere Metternich avevano trovato in Cicognara un affidabile gestore delle cose pubbliche.

Ma qui, oggi, il ferrarese più famoso di Venezia vince a mano bassa. Non fosse altro perché a lui spetta il merito di aver creato l’embrione di quello che oggi è uno dei musei tra i più visitati in Italia e che oggi nel 2017 decide di celebrare come proprio “duecentenario fondativo” quello del 1817 dell’apertura al pubblico delle proprie collezioni ad opera del Cicognara ed avvenuto sei anni dopo il restauro completato nel 1811 dall’architetto Selva del complesso trittico dell’ex Chiesa di Santa Maria della Carità, del Convento dei Canonici Lateranensi e della Scuola Grande di Santa Maria della Carità che ne compongono la sede.

Sia da nota di corredo l’informazione che la mostra Canova, Hayez, Cicognara. L’ultima gloria di Venezia è stata realizzata con un budget di 850mila euro, che in fondo in tempi di eventi ciclopici quali lo sbarco di Pinault e di Damien Hirst in laguna paiono addirittura poca cosa, e vede un parterre di importanti promotori e contributori. Oltre al patronage del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MIBACT) di Dario Franceschini, che qui è padrone di casa essendo le Gallerie un museo statale, e la presenza della Regione Veneto in spirito con il Governatore Zaia (che nel proprio comunicato stampa ricorda il “moto d’orgoglio veneziano” che anima lo spirito della mostra) e materiale con l’assessore al territorio, cultura e sicurezza Cristiano Corazzari, che ha accompagnato lungo lo snodarsi della bella installazione della mostra nei corridoi e nelle stanze delle Gallerie dell’Accademia la direttrice Paola Marini assieme a ospiti e giornalisti. Ma oltre agli attori politici, questa mostra ha messo insieme molti importanti contributori come Fondazione di Venezia, Michelangelo Foundation for Creativity and Craftmanship, Generali Spa, Fondazione Aldo Furlan e sostenitori attivissimi quali i comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia: Venetian Heritage, Save Venice Inc, The Venice in Peril Fund, The Venice International Foundation, Friends of Venice Italy Inc. e Comité Français pour la Sauvegarde de Venise.

Vedi anche:
• Canova, Hayez, Cicognara. L’ultima gloria di Venezia


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