Cenni biografici
D'Annunzio
17/03/2001
Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863 da una famiglia di buona borghesia abruzzese (suo padre era un mercante) e sin dai primi studi nel collegio Cicognigni di Prato cercò di distinguersi dagli altri suoi coetanei. Fu un allievo modello, specie nelle materie letterarie, e a sedici anni pubblicò il suo primo libro di poesie “Primo vere”, dimostrando non solo di possedere un nutrito bagaglio retorico-umanistico in linea con il magistero carducciano, ma di essere già padrone di una raffinata tecnica espressiva. Gli stessi insegnanti, del resto, lo ricordano come “un giovane di svegliato ingegno” con una forte immaginazione. Non a caso, dopo la pubblicazione del suo primo lavoro, fece pervenire ai giornali la notizia della sua prematura morte ai giornali per smentirla in occasione dell’uscita della sua seconda opera “Canto Nuovo” (1882), così da garantirsi una maggiore pubblicità.
Il pensiero di essere in qualche modo diverso, predestinato ad ascoltare “parole più nuove/che parlano gocciole e foglie/lontane” lo spingeva a guardare lontano, oltre i limiti stabiliti dalla sua realtà provinciale.
Il suo desiderio era quello di vivere una vita inimitabile, una vita dove fossero evidenti i segni “dei misteri veduti/degli amori goduti/degli aromi bevuti”.
Per questo, appena giunto a Roma, non si rassegnò alla ristretta cerchia dei circoli giornalistici e letterari e tentò immediatamente di conquistare gli ambienti aristocratici, forte del suo precoce successo.
Dapprima diventò il primo vero reporter delle cronache mondane dell’epoca, collaborando a giornali quali il “Fanfulla”, “Capitan Fracassa”, “Cronaca Bizantina”, poi cercò di imporre il suo stile e, soprattutto, la sua estetica di raffinato conoscitore dell’arte, inventando la figura del dandy attento alla languida eleganza dell’apparire.
Nel 1883 sposò Maria Hardouin, duchessa di Gallese, nonostante il divieto furente del padre. Un matrimonio scandalo, disertato da tutta la nobiltà romana, che però assicurò al vate una pubblicità insperata, vero e proprio trampolino di lancio per la sua successiva produzione artistica, concretizzando in lui l’idea del superuomo, del cantore del “volo divino del mondo” .
Iniziò così una sorprendente ascesa nel firmamento letterario con opere memorabili, quali “Intermezzo di rime”, “Isotteo ”, “Elegie Romane”, “Il Piacere”, “Giovanni Episcopo “, “L’innocente “, “Poema paradisiaco”.
arte
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vittoriale
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