Nuovi ritrovamenti nella necropoli di Porta Stabia
In fuga nel buio dall’eruzione. L’IA ricostruisce gli ultimi istanti di un uomo di Pompei in cerca di salvezza
La ricostruzione, attraverso l'intelligenza artificiale, di un abitante di Pompei in fuga
Samantha De Martin
27/04/2026
Napoli - Un uomo fugge nel buio. Sul capo regge un mortaio in terracotta per proteggersi dalla caduta di lapilli e frammenti vulcanici, mentre tra le mani stringe una lucerna in ceramica e un gruzzolo di dieci monete in bronzo.
Il gesto richiama le descrizioni di Plinio il Giovane, testimone oculare di quel 79 d.C, che in una lettera riferisce come le persone in fuga dal Vesuvio cercassero di difendersi dal materiale eruttivo con oggetti o cuscini legati sulla testa. Purtroppo invano: a nulla serviranno contro la furia dell’eruzione che spazza via Pompei in meno di 24 ore.
A distanza di quasi duemila anni i resti di quel fuggitivo sono stati rinvenuti durante recenti scavi nell’area della necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura dell’antica Pompei, condotti nell’ambito del completamento dell’indagine sulla tomba a schola di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher. Gli archeologi impegnati sul campo hanno portato alla luce i resti di un altro individuo che, assieme a lui, ha tentato di fuggire verso la costa durante l’eruzione del Vesuvio.
I resti dei due uomini, morti in momenti diversi dell’eruzione, offrono nuovi elementi per comprendere le dinamiche dell’evento e le condizioni affrontate dagli abitanti nelle vie di fuga. Il più giovane dei due fu probabilmente investito da una corrente piroclastica, ovvero una nube ardente di cenere e gas tossici, mentre l’individuo più adulto sarebbe morto qualche ora prima sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi la testa con il mortaio di terracotta ritrovato accanto al suo corpo, con evidenti segni di frattura. Portava con sé una lucerna in ceramica per orientarsi in condizioni di scarsa visibilità, un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e dieci monete in bronzo.
A ricostruire gli ultimi istanti di vita delle due vittime è l'IA che, lungi dal sostituirsi al lavoro degli archeologi, sotto il loro controllo ne amplia e approfondisce le potenzialità, rendendo adesso accessibile a molti ciò che prima era leggibile solo ad alcuni.

La lucerna rinvenuta | Courtesy Parco archeologico di Pompei
Per la prima volta, il Parco Archeologico di Pompei ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per proporre, in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova – Laboratorio Digital Cultural Heritage, una ricostruzione digitale basata sui dati emersi dalle indagini archeologiche condotte dagli archeologi del ministero della Cultura. Il modello digitale, che propone una ricostruzione della seconda vittima, è stato generato attraverso una combinazione di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, con l’obiettivo di restituire un’immagine scientificamente fondata ma accessibile a tutti.
«Pompei – ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli - è forse il luogo più prestigioso al mondo per la ricerca archeologica dove ogni nuova scoperta illumina in modo entusiasmante la trama della vita antica. Le indagini condotte con questi scavi dimostrano che le metodologie innovative, utilizzate con rigore, possono regalarci nuove prospettive storiche. È in questa direzione che il Ministero della Cultura intende proseguire: rafforzare lo studio e la tutela del nostro patrimonio, sostenendo la ricerca e ampliando la capacità di trasmettere conoscenza in modo sempre più efficace».
La ricostruzione rappresenta un prototipo sperimentale, pensato per rendere i risultati delle ricerche archeologiche maggiormente accessibili a un pubblico di non specialisti.
«La vastità dei dati archeologici a Pompei e oltre è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente - afferma il direttore Zuchtriegel. – Ed è importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie. Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici, raccontando il mondo classico in maniera più immersiva».
Il gesto richiama le descrizioni di Plinio il Giovane, testimone oculare di quel 79 d.C, che in una lettera riferisce come le persone in fuga dal Vesuvio cercassero di difendersi dal materiale eruttivo con oggetti o cuscini legati sulla testa. Purtroppo invano: a nulla serviranno contro la furia dell’eruzione che spazza via Pompei in meno di 24 ore.
A distanza di quasi duemila anni i resti di quel fuggitivo sono stati rinvenuti durante recenti scavi nell’area della necropoli di Porta Stabia, appena fuori le mura dell’antica Pompei, condotti nell’ambito del completamento dell’indagine sulla tomba a schola di Numerius Agrestinus Equitius Pulcher. Gli archeologi impegnati sul campo hanno portato alla luce i resti di un altro individuo che, assieme a lui, ha tentato di fuggire verso la costa durante l’eruzione del Vesuvio.
I resti dei due uomini, morti in momenti diversi dell’eruzione, offrono nuovi elementi per comprendere le dinamiche dell’evento e le condizioni affrontate dagli abitanti nelle vie di fuga. Il più giovane dei due fu probabilmente investito da una corrente piroclastica, ovvero una nube ardente di cenere e gas tossici, mentre l’individuo più adulto sarebbe morto qualche ora prima sotto una fitta pioggia di lapilli, cercando di proteggersi la testa con il mortaio di terracotta ritrovato accanto al suo corpo, con evidenti segni di frattura. Portava con sé una lucerna in ceramica per orientarsi in condizioni di scarsa visibilità, un piccolo anello in ferro al mignolo sinistro e dieci monete in bronzo.
A ricostruire gli ultimi istanti di vita delle due vittime è l'IA che, lungi dal sostituirsi al lavoro degli archeologi, sotto il loro controllo ne amplia e approfondisce le potenzialità, rendendo adesso accessibile a molti ciò che prima era leggibile solo ad alcuni.

La lucerna rinvenuta | Courtesy Parco archeologico di Pompei
Per la prima volta, il Parco Archeologico di Pompei ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale per proporre, in collaborazione con l’Università degli Studi di Padova – Laboratorio Digital Cultural Heritage, una ricostruzione digitale basata sui dati emersi dalle indagini archeologiche condotte dagli archeologi del ministero della Cultura. Il modello digitale, che propone una ricostruzione della seconda vittima, è stato generato attraverso una combinazione di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, con l’obiettivo di restituire un’immagine scientificamente fondata ma accessibile a tutti.
«Pompei – ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli - è forse il luogo più prestigioso al mondo per la ricerca archeologica dove ogni nuova scoperta illumina in modo entusiasmante la trama della vita antica. Le indagini condotte con questi scavi dimostrano che le metodologie innovative, utilizzate con rigore, possono regalarci nuove prospettive storiche. È in questa direzione che il Ministero della Cultura intende proseguire: rafforzare lo studio e la tutela del nostro patrimonio, sostenendo la ricerca e ampliando la capacità di trasmettere conoscenza in modo sempre più efficace».
La ricostruzione rappresenta un prototipo sperimentale, pensato per rendere i risultati delle ricerche archeologiche maggiormente accessibili a un pubblico di non specialisti.
«La vastità dei dati archeologici a Pompei e oltre è ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente - afferma il direttore Zuchtriegel. – Ed è importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie. Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici, raccontando il mondo classico in maniera più immersiva».
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