La Generazione Beat dal Cantagiro al Parco Lambro

Caterina Caselli

 

Dal 07 Ottobre 2017 al 07 Gennaio 2018

Brescia

Luogo: Ma.Co.f - Centro della Fotografia Italiana di Brescia

Indirizzo: via Moretto 78

Curatori: Renato Corsini, Jean Luc Stote


Comunicato Stampa:
Il Ma.Co.f, Centro della Fotografia Italiana di Brescia è lieto di annunciare la prossima grande mostra. “La Generazione Beat - dal Cantagiro al Parco Lambro” inaugurerà sabato 7 ottobre 2017 alle ore 19. Una selezione di fotografie vintage, cimeli e manifesti ripercorre la storia del fenomeno beat in Italia, partendo dai ritratti ai cantanti della tradizione italiana, passando per la documentazione dei festival pop e della corrente hippie per arrivare alla controcultura teatrale del Living Theatre e Hair.

Accanto all'esposizione, subito dopo il vernissage, ecco il concerto ”Beat Beat Beat!” curato da Jean Luc Stote, con due mini showcase di Bee Bee Sea e Ottavia Brown, e il concerto di Roberto Bellan Hammond Groove. Durante la serata e per tutta la durata dell'esposizione, sarà in vendita il vinile 33 giri con l'incisione dei brani della serata.

La mostra sarà visitabile fino al 7 gennaio 2018, durante gli orari di apertura del museo (dal martedì alla domenica dalle 15-19).

Testo critico di Renato Corsini
La “beat generation” (diverse sono le attribuzioni date all’origine del termine “beat” dagli
stessi fondatori) nasce agli inizi degli anni 50 negli Stati Uniti. Fu Jack Kerouac nel 1948
ad usare per la prima volta l’espressione “beat generation” ed i suoi principali artefici (Jack
Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Neal
Cassady) ne proposero il concetto di un movimento artistico, poetico e letterario, legato ad
un diverso modo di porsi rispetto alle tematiche sociali dell’America di quel periodo.
L’esaltazione della libertà individuale, l’uso di droghe, la negazione delle regole imposte dal
sistema, l’apertura ad un diverso modo di intendere l’amore ed il rifiuto della guerra,
trovarono nel romanzo “on the road” di Kerouac il loro indiscusso e più famoso
testamento. Il messaggio anticonformista e la filosofia di vita della “beat generation”
arrivarono in Italia intorno agli anni 60 grazie alle puntuali e condivise traduzioni di
Fernanda Pivano che intrattenne con i suoi protagonisti rapporti di amicizia durante i
prolungati soggiorni in America. Nel 1963, il termine “beat” viene preso a prestito, anche
se con diversa declinazione, dal fenomeno musicale inglese che inizia a diffondersi in
quell’anno e che di fatto determina quella “British invasion” destinata ad entrare
prepotentemente in Italia , supportata dal mercato discografico nazionale, con il contributo
di alcune riviste giovanili come Ciao Amici (1963), Big (1965) e Giovani (1966). La nostrana
“generazione beat”, il cui emblema popolare è rappresentato dai “cappelloni” e dalle
minigonne di britannica importazione, si sviluppa inizialmente come esigenza musicale di
natura prevalentemente commerciale che trova i suoi maggiori interpreti in una nutrita
schiera di complessi e di singoli cantanti protesi a propagandare una “nuova generazione
di giovani contestatori”. Nascono le prime canzoni di protesta che sono quasi sempre
cover di successi d’oltre manica che individuano spesso, nei testi rifatti, alcuni legami con
la “beat generation americana”.
Se Allen Ginsberg nel poema “urlo” inizia con la frase “Ho visto le migliori menti della mia
generazione……” Francesco Guccini in “Dio è morto” apre con “Ho visto la gente della mia
età ……”
Rimane comunque un fenomeno controllato dal sistema e dall’establishment economico
tanto che se ne fa portavoce anche la più commerciale della manifestazioni canore italiane
che è il Festival di S. Remo. L’edizione del 1966 apre ai complessi e affianca alla tradizione
melodica la musica beat. Il “Cantagiro” ne è la consacrazione estiva che riesce a coinvolgere
in maniera più diretta migliaia di giovani. Se ne accorge anche la Chiesa Cattolica che,
dopo il concilio Vaticano II, avvalla in termini liturgici e rituali i primi esperimenti di
“messa beat”, durante la quale le chitarre elettriche di alcuni gruppi si sostituiscono
all’organo nell’interpretazione della musica sacra.
Il “Piper club” di Roma e una miriade di locali di provinciale imitazione invadono il paese
creando di fatto i primi momenti di inconscia aggregazione. Sono l’Equipe 84, i Rokes, i
Nomadi, i Dik Dik e i Camaleonti insieme a Caterina Caselli, Patty Pravo (la ragazza del
Piper), Gianni Pettenati, Riki Maiocchi e i già noti Gianni Morandi e Rita Pavone che,
insieme a tanti altri, scalano le classifiche dei 45 giri più venduti, più gettonati nei jukebox
e radio trasmessi nelle rubriche di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore. Canzoni come
“L’isola di White”, “Bandiera gialla”, “Sognando la California” diventano alcuni degli inni
di una generazione che sta’ prendendo, forse un po’ confusamente, coscienza della propria
forza. Il sessantottino maggio francese è alle porte e la musica beat diventa il collante per
le prime contestazioni studentesche che negli anni a venire sono destinate a cambiare la
storia di una generazione. Sugli echi di Woodstock (1969) e dell’Isola di White (1968)
nascono i primi tentativi di festival pop in Italia. Nel 1969 a Roma il “First International
pop festival”, nel 1970 sempre a Roma il festival alle “Terme di Caracalla” e a partire
dall’anno successivo la serie dei festival pop organizzati dalla rivista alternativa Re Nudo:
nel 1971 a Ballabio, nel 72 a Zerbo sul Po (Pavia), nel 73 all’Alpe del Viceré (Albavilla) e dal
74 al 76 al Parco Lambro di Milano. L’atmosfera e le aspirazioni non sono più certo quelle
del Cantagiro o di S. Remo. La musica andava gestita lontana dal business e sottratta ai
“padroni della musica” che ne sfruttavano il mercato. L’evento pop si politicizza e il nome
festival lascia posto alla “Festa del proletariato giovanile”. Sul palco, tra l’esibizione di un
gruppo e l’altro, le spiegazioni politiche e le implicazioni sociali sono ancora farraginose e
la conquista della libertà, tra l’odore del patchouli e la marijuana, è per lo più demandata
all’esibizione dei corpi nudi; lo spogliarsi delle vesti come allegoria del rifiuto delle
convenzioni. La stessa nuda provocazione ostentata nel musical di riferimento “Hair” che
legandosi alle esperienze teatrali del già collaudato Living theatre arriverà in Italia come
riferimento della contro-cultura e dell’ happening alternativo. Milano ne è il centro con
tutte le sue implicazioni e contraddizioni: l’eroina incomincia a disgregare il tessuto
giovanile delle periferie, le organizzazioni rivoluzionarie ed extra parlamentari segnano il
passo e diventano strutture rigide e verticali, dopo la strage di Piazza Fontana il panorama
delle lotte studentesche cambia radicalmente, lo slogan “oggi ho visto nel corteo tante facce
sorridenti, gli operai vicino agli studenti” è intristito dalla lotta armata e l’ultimo Festival
Pop del parco Lambro nel 1976 è l’emblema della fine di un sogno, dell’utopia della
“fantasia al potere”, del “peace and love” dei figli dei fiori che sembrano già appartenere ad
un’altra generazione.
Solo più tardi la “beat generation” americana approda finalmente e fisicamente in Italia.
Dopo le incursioni di Jack Kerouac nel 1966 accompagnato fa Fernanda Pivano e il
cantante Gian Pieretti, nell'estate del 1979 a Castel Porziano, in un tratto di spiaggia del
lido di Ostia, Allen Ginberg, Peter Orlovsky, Gregory Corso, William Burroghs e Lawrence
Ferlinghetti partecipano al “festival Internazionale dei Poeti”. Se il Parco Lambro fu un
momento di aggragazione e di spontaneità creativa, questo raduno si trasforma in un
happening contraddittorio nel quale poesia, musica, contestazione, qualunquismo e
disorganizzazione si fondono in un'unica componente: quella confusione ideologica non
cercata e provocata con cui si dovranno confrontare le nuove generazioni.
Renato Corsini

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