Campo Aperto. Luciano Caruso

Luciano Caruso, Senza Titolo, 1999

 

Dal 07 Giugno 2019 al 12 Settembre 2019

Firenze

Luogo: Museo Novecento

Indirizzo: piazza di Santa Maria Novella 10

Orari: Lun - Mar - Mer - Sab - Dom | 11:00 - 20:00 Giovedì| 11:00 - 14:00 Venerdì | 11:00 - 23:00. Ultimo ingresso un'ora prima della chiusura

Curatori: Alessandra Acocella

Enti promotori:

  • Comune di Firenze

Telefono per informazioni: +39 055 286132

E-Mail info: info@muse.comune.fi.it

Sito ufficiale: http://www.museonovecento.it


Comunicato Stampa:
Nuovo appuntamento per il ciclo Campo Aperto al Museo Novecento, che dopo Pittura, Pittura di Riccardo Guarneri vede protagonista l'artista - nonché poeta - Luciano Caruso in una mostra curata da Alessandra Acocella. Filosofo di formazione, Caruso (Foglianise, 1944 – Firenze, 2002) rivolge la propria ricerca verso il conferimento di un nuovo valore visivo alla dimensione, altrimenti solo verbale e letteraria, della poesia. Nel suo lavoro assume un ruolo di primo piano la scrittura, della quale accentua gli elementi visuali e materici. Autore di saggi, componimenti poetici e testi critici, Caruso pubblica una vasta serie di opere strettamente connesse con la sua produzione di poesie visuali, libri-opera e libri-oggetto.
 
La mostra intende tracciare alcune traiettorie della sua intensa e poliedrica attività artistica, a partire dagli esordi nel vivace ambiente culturale napoletano al periodo fiorentino, città dove si trasferisce nel 1976. Le opere che costellano il percorso rivelano una ricerca giocata su una costante e caleidoscopica «alchimia degli estremi» (per citare il titolo di uno dei suoi ultimi componimenti poetici): dalla stratificazione dell’elemento tipografico, calligrafico e iconografico, all’essenzialità del segno-gesto, dall’astrazione del processo mentale, all’immersione nella fisicità della materia.
 
Le due sale al primo piano, dedicate agli anni napoletani, ospitano alcuni esemplari della serie Tabulae (1967): grandi fogli del medesimo formato caratterizzati da una composizione verbo-visuale arricchita da scritture calligrafiche, inserti cartacei e materici, stesure e impasti di inchiostro o di colore, nel segno di una “ripetizione differente”. Negli stessi anni, questo “iperlinguaggio visuale” trova il suo polo opposto in esperimenti dall’estremo rigore formale e concettuale. Nascono così gli ideogrammi, tracciati con larghe pennellate di tempera bianca su fogli di varia natura (Ideogramma, 1972), le essenziali espressioni scritturali riattivate mediante un’azione performativa e multisensoriale (Poesia olfattiva / OM, 1970-1975), le pagine bianche di libri-opera, la cui “leggibilità” è affidata unicamente a una sequenza di piccole perforazioni che corrono lungo i bordi o all’interno della superficie cartacea (Opuscula de methodo, de criteriis et de qualitate, 1973).
 
Negli ultimi due decenni di attività, interrottasi prematuramente nel 2002, anno della sua scomparsa, Luciano Caruso prosegue un’originale rielaborazione di temi, tecniche e linguaggi sperimentati negli anni giovanili, come in una sorta di percorso a ritroso. Questo viaggio circolare alla ricerca di un segno originario s’intensifica, negli ultimi anni di vita, attraverso la creazione di poesie visuali, libri-opera e libri-oggetto nei quali l’artista materializza richiami più o meno cifrati ad antiche scritture (Kumana I, 1996) e iscrizioni incompiute (Epigrafe monca, 2002), dove, sulla superficie della pagina, si stagliano tracce scure di segni alfabetici e ideogrammatici. Anche nella coppia di opere Senza titolo (1999) sono presenti tracce del suo precedente percorso creativo e biografico, con l’inserimento, tra i piccoli ritagli giocati sul contrasto bianco/nero, di riproduzioni dei “carmina” figurata medievali, tema al centro dei suoi studi giovanili, così come di pezzi di pellicola, richiamo all’importanza della trascrizione fotografica e filmica nelle sperimentazioni collettive di Continuum, gruppo fondato nel 1967 a Napoli dallo stesso Caruso e Stelio Maria Martini.
 
Inserendosi nel solco della sperimentazione neoavanguardista di “libri illeggibili” (da Bruno Munari a Vincenzo Agnetti) – spiega la curatrice Alessandra Acocella - Caruso esprime attraverso questo e altri esemplari in copia unica l’importanza di riconsiderare – in un’epoca di grande riproducibilità – la pagina non come un sistema chiuso tale da imporre al lettore contenuti, comportamenti, aspirazioni, bensì come campo aperto a una creatività totalizzante, che consenta di risalire alle origini della scrittura in direzione segnica, oggettuale e materica. Afferma l’autore al riguardo: il libro, anche quello uniformato dall’industria culturale, continua a godere di un’aura sacrale e a presentarsi come veicolo di saggezza, messaggio affidato al tempo, ma allo stesso momento costringe a rispettare la sua ideologia castrante, nascosta dietro l’innocente pagina a stampa, che esclude però qualsiasi ricorso alla manualità e vanifica il bisogno/impulso a penetrare nella materia, dal quale pure è nata la scrittura”.
 
“Quella di Caruso – afferma il direttore artistico Sergio Risalitiè stata un’esperienza intellettuale tesa a coniugare arte e politica, secondo una tradizione marxista che non fu solo di teorico, visto che l’artista fin da giovane scopriva l’attività poetica come un’azione politica, accentuando il ‘carattere totalizzante dell’esperienza estetica’”.  In occasione della mostra viene pubblicato un catalogo che riunisce le opere esposte e una selezione di scritti, che offrono, come  ricorda ancora Sergio Risaliti “un esempio del grado di preparazione, lucidità, ispirazione e impegno che nel giovanissimo Caruso fu da subito di livello altissimo, e mai venne meno nel passare degli anni, mentre restava al centro la necessità quasi istintiva di calarsi nella lotta, anche quando cercava di farsi organico, mai però addomesticato e de-limitato. Una lezione memorabile per le generazioni di artisti di oggi e per quanti travaseranno la conoscenza di Caruso dall’arte alla scrittura e viceversa, senza soluzione di continuità. Voglio poi sottolineare il fatto che in questo momento il Museo Novecento espone anche le opere di Vincenzo Agnetti, offrendo così la possibilità di incrociare due esperienze affini come quelle di due artisti che hanno messo al centro della loro ricerca il libro e la parola”.  

 

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