Senso Plurimo 6. Patrizia Emma Scialpi. Neith
Senso Plurimo 6. Patrizia Emma Scialpi. Neith
Dal 6 Marzo 2015 al 6 Aprile 2015
Luogo: Cantieri Teatrali Koreja
Indirizzo: via Guido Dorso 70
Curatori: Marinilde Giannandrea
Telefono per informazioni: +39 0832 242000
E-Mail info: info@teatrokoreja.it
Sito ufficiale: http://www.teatrokoreja.it
Quarto appuntamento di Senso Plurimo n.6, rassegna di arti visive dei Cantieri Teatrali Koreja curata dalla giornalista e critica Marinilde Giannandrea. Testo di Valeria Raho.
Venerdì 6 marzo alle ore 19.00 inaugura Neith progetto di Patrizia Emma Scialpi.
Neith è il nome di un ipotetico satellite del pianeta Venere avvistato da vari astronomi a partire dal XVII secolo e ufficialmente da Giovanni Domenico Cassini nel 1686. Nel 1766 il direttore dell’osservatorio di Vienna, Maximilian Hell, pubblicò un trattato nel quale dichiarava che tutte le osservazioni del satellite erano illusioni ottiche, arrivando infine alla conclusione che Neith in realtà non era mai esistito.
Con questa premessa Patrizia Emma Scialpi ci introduce al suo viaggio dentro le costanti relazioni tra “arte e illusione”, in quel processo di messa a fuoco mentale che circonda l’attribuzione di significato alle immagini che osserviamo. Costruisce un piccolo planetario domestico che trova casa dentro i limiti terrestri, trasformando il dettaglio in un satellite, il movimento in un razzo interstellare. Recupera e costruisce con lo stupore dello sguardo (il suo e il nostro) una misteriosa bellezza e, come spesso succede nei suoi lavori, l’autosservazione diventa un trampolino per riflessioni più ampie che includono in questo caso l’asperità di quei desideri che lanciamo alle stelle. Perché non è sempre facile distinguere ciò che giunge dal di fuori da ciò che noi supponiamo di sapere, disincagliare i sogni da quell’ingombrante peso terrestre che ci ancora ai dati dell’esperienza visiva e alle supposizioni della nostra memoria emotiva.
In questo costante alternarsi tra terra e spazio, tra vincolo del vicino e quel peso della gravità che non ci concede di liberare sguardo oltre i limiti dell’ancoraggio, si possono però – e direi per fortuna – verificare scoperte che inducono a osservare con occhi nuovi il mondo visibile, in un processo che si attiva misteriosamente dentro le forme, i colori, la luce e le immagini in movimento. Perché in questa minimale visione planetaria, che Patrizia ha costruito e alla quale Stefano Urkuma De Santis ha dato un suono, si potenzia di fatto quella confusa ambiguità della visione che sta dietro il velo dell’illusione, e si concede, nonostante tutto, la possibilità di trovare uno spazio per quella che Coleridge chiama una «volontaria e momentanea sospensione dell’incredulità». (Marinilde Giannandrea)
Venerdì 6 marzo alle ore 19.00 inaugura Neith progetto di Patrizia Emma Scialpi.
Neith è il nome di un ipotetico satellite del pianeta Venere avvistato da vari astronomi a partire dal XVII secolo e ufficialmente da Giovanni Domenico Cassini nel 1686. Nel 1766 il direttore dell’osservatorio di Vienna, Maximilian Hell, pubblicò un trattato nel quale dichiarava che tutte le osservazioni del satellite erano illusioni ottiche, arrivando infine alla conclusione che Neith in realtà non era mai esistito.
Con questa premessa Patrizia Emma Scialpi ci introduce al suo viaggio dentro le costanti relazioni tra “arte e illusione”, in quel processo di messa a fuoco mentale che circonda l’attribuzione di significato alle immagini che osserviamo. Costruisce un piccolo planetario domestico che trova casa dentro i limiti terrestri, trasformando il dettaglio in un satellite, il movimento in un razzo interstellare. Recupera e costruisce con lo stupore dello sguardo (il suo e il nostro) una misteriosa bellezza e, come spesso succede nei suoi lavori, l’autosservazione diventa un trampolino per riflessioni più ampie che includono in questo caso l’asperità di quei desideri che lanciamo alle stelle. Perché non è sempre facile distinguere ciò che giunge dal di fuori da ciò che noi supponiamo di sapere, disincagliare i sogni da quell’ingombrante peso terrestre che ci ancora ai dati dell’esperienza visiva e alle supposizioni della nostra memoria emotiva.
In questo costante alternarsi tra terra e spazio, tra vincolo del vicino e quel peso della gravità che non ci concede di liberare sguardo oltre i limiti dell’ancoraggio, si possono però – e direi per fortuna – verificare scoperte che inducono a osservare con occhi nuovi il mondo visibile, in un processo che si attiva misteriosamente dentro le forme, i colori, la luce e le immagini in movimento. Perché in questa minimale visione planetaria, che Patrizia ha costruito e alla quale Stefano Urkuma De Santis ha dato un suono, si potenzia di fatto quella confusa ambiguità della visione che sta dietro il velo dell’illusione, e si concede, nonostante tutto, la possibilità di trovare uno spazio per quella che Coleridge chiama una «volontaria e momentanea sospensione dell’incredulità». (Marinilde Giannandrea)
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