Giulio Paolini. Il Mondo Nuovo

Giulio Paolini. Il Mondo Nuovo, Massimo De Carlo, Milano. Installation view

 

Dal 15 Giugno 2020 al 15 Settembre 2020

Milano

Luogo: Massimo De Carlo

Indirizzo: piazza Belgioioso 2

Telefono per informazioni: +39 02 36636990

E-Mail info: belgioioso@massimodecarlo.com

Sito ufficiale: http://www.massimodecarlo.com



La galleria Massimo De Carlo è lieta di presentare Il mondo nuovo, la prima personale di Giulio Paolini negli spazi di
Palazzo Belgioioso a Milano. La mostra riunisce un corpus di opere inedite, realizzate dall’artista per l’occasione.

Il progetto rappresenta uno dei due episodi espositivi che vedono Paolini impegnato a Milano nel corso del 2020; è infatti
prevista la personale dal titolo Qui dove sono presso la Galleria Christian Stein di Corso Monforte, a partire dal mese di
settembre.

Il titolo della mostra di Palazzo Belgioioso, Il mondo nuovo, è ispirato all’omonimo affresco dell’artista veneziano
Giandomenico Tiepolo (1727-1804): rappresenta una folla di curiosi in attesa di accedere a una sorta di lanterna magica
che proietta al suo interno fantasiose immagini di luoghi esotici. Come nell’affresco del Tiepolo è la curiosità per l’ignoto,
per un futuro sconosciuto, a caratterizzare la scena, così anche nelle opere di Paolini in mostra è la dimensione temporale
a fare da protagonista. L’ossessione per il trascorrere del tempo nella vita dell’autore, nella storia dell’arte, o
nell’avvicendarsi delle ore, attraversa tutte le opere.

Il visitatore è accolto nella sala d’ingresso dall’opera Il mondo di prima, 2020 composta da un tavolo antico su cui sono
disposti, in ordine sparso, sette portaritratti che presentano altrettanti fotomontaggi. Figura ricorrente è l’autore da
bambino colto in diverse circostanze immaginarie, atelier di artisti, palcoscenici teatrali, sale espositive, in contemplazione
di dipinti antichi o di nudi femminili. La disposizione casuale dei portaritratti forma una sorta di labirinto, mentre il
tavolo rotondo su cui sono posati sottolinea l’appartenenza dell’opera a una dimensione domestica, intima. Accanto al
tavolo, su una sedia, un fotomontaggio incorniciato riproduce Giulio bambino ad attenderci sulla soglia della sala stessa in
cui ci troviamo, in un repentino ritorno al presente. Come in un fotoreportage immaginario, l’artista di oggi si ritrae in
ambienti prediletti appartenenti ad epoche passate. Con un gioco di scarti temporali, Paolini fa confluire in poche
immagini situazioni ideali, una serie di “previsioni al passato” dell’artista di oggi e “promesse di futuro” del bambino di
ieri.

L’opera Expositio, 2019-20 – al centro del salone – è articolata in quattro basi di diversa altezza poste ai vertici del fregio
quadrato a pavimento. L’insieme suggerisce un “teatro di posa”, dove ciascuna delle quattro basi presenta un oggetto
diverso creando così un “luogo eletto”, destinato al compiersi dell’atto espositivo. Al suolo il calco in gesso della Venere di
Fidia, quello della testa di Afrodite, un’immagine di cielo notturno stampata su tessuto, un assieme di materiali cartacei
riferiti a progetti di allestimento dell’artista e una lampada alogena creano virtualmente il luogo dove l’opera potrà
prendere corpo. Expositio mette in questione la visibilità di un soggetto che pur dichiaratamente “esibito” si sottrae al
nostro sguardo. Guardiamo i calchi di una scultura classica ed altri oggetti, eppure, nel qui e ora della loro esposizione la
visione compiuta si dissolve nell’istante stesso in cui si annuncia.

Sotto le stelle (Sculptor), 2020, composto da un medagliere corredato di ganci dorati, propone la riproduzione di un volto
maschile dello scultore neoclassico Lorenzo Bartolini (1777-1850), attorniato da frammenti di una mappa stellare. Sul
bordo superiore della cornice è posato un diadema di cartoncino dorato, mentre un frammento della mappa pone in
risalto il nome della costellazione “Sculptor”. Il diadema – attributo di dignità e virtù – cinge idealmente il volto maschile,
qui chiamato ad evocare l’idea stessa di scultura. Come recita il titolo, l’opera rende omaggio alla pratica scultorea
attraverso una simbolica ambientazione notturna.

Giorno e notte, 2020 è composto da tre elementi a sfondo rispettivamente bianco, grigio e nero, accostati a formare un
tracciato prospettico. Il punto di fuga dell’elemento centrale – riporta in scala ridotta l’immagine del trittico stesso; le
diagonali della prospettiva ospitano inoltre quattro valletti, figure ricorrenti nel repertorio paoliniano, servi di scena e
testimoni discreti del rito della rappresentazione. L’intera composizione è animata dal fluire di corpi celesti ed elementi
astrali in una simmetrica contrapposizione tra luce e buio, giorno e notte.

La parete di fondo ospita, infine, Il mondo nuovo, 2020 titolo ripreso dall’omonimo affresco del Tiepolo; ventitré collage
in cornici dorate sono liberamente allestite intorno a una cornice dorata centrale, più grande, che inquadra un foglio
vergine. Ciascun collage riporta un frammento tratto da opere su carta recenti dell’artista, ispirate all’affresco del Tiepolo.
Come a noi spettatori dell’affresco barocco non è dato conoscere l’oggetto dello sguardo delle figure rappresentate –
ovvero le prime proiezioni di lanterne magiche, esotici diorama di mondi sconosciuti – così il “mondo nuovo” di Paolini
si concentra e si esaurisce nell’inquadratura della cornice centrale vuota, che rinnova sempre da capo un’attesa di scoperta
puntualmente delusa dai fatti.

Il piccolo spazio attiguo al salone ospita l’opera Fuori tempo, 2020 dove, su una base, sono sovrapposti elementi cartacei di
origine diverse e misure decrescenti: un cartoncino grigio sostiene un’edizione dell’artista raffigurante pennellate
multicolori, su cui, a sua volta, è posata la riproduzione fotografica di una cornice dorata vuota. I fogli fungono da piano
d’appoggio a un’antica tavolozza reperita tra i ricordi di famiglia e a una clessidra vuota, in posizione coricata. Fuori
tempo mostra una compresenza di elementi estranei tra loro per natura materiale e tuttavia affini nell’evocare momenti
del passato e ricondurci a una dimensione temporale irrimediabilmente superata.

Giulio Paolini nasce a Genova il 5 novembre 1940. Nel 1942 la sua famiglia si trasferisce a Bergamo, per motivi legati alla
professione del padre, e nel 1952 si stabilisce definitivamente a Torino. Segue una formazione grafica e si avvicina all’arte
frequentando mostre e gallerie; dopo alcune prove sperimentali, nel 1960 realizza Disegno geometrico, vera e propria
dichiarazione d’intenti, che rimarrà il punto di eterno ritorno della sua ricerca artistica.
Le prime amicizie nel mondo dell’arte segnano l’esordio della sua carriera, che prende avvio nel 1964 con la prima mostra
personale alla Galleria La Salita a Roma. Nella seconda metà degli anni Sessanta consolida i suoi assunti concettuali e la
sua posizione di completa autonomia rispetto all’effervescente clima dominante dell’epoca. Germano Celant, conosciuto
tramite Carla Lonzi, scrive il testo per il catalogo di una personale alla Galleria del Leone a Venezia nel 1967 e lo coinvolge
nella nascente scena dell’Arte povera, invitandolo nelle rassegne da lui curate negli anni 1967-71.
Dai primi anni Settanta stringe contatti internazionali e tiene numerose mostre in gallerie e musei. Tra le maggiori
antologiche si ricordano quelle al Palazzo della Pilotta a Parma (1976), allo Stedelijk Museum di Amsterdam (1980), al
Nouveau Musée di Villeurbanne (1984), alla Staatsgalerie di Stoccarda (1986), alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di
Roma (1988), alla Neue Galerie am Landesmuseum Joanneum di Graz (1998), alla Fondazione Prada a Milano (2003), al
Kunstmuseum di Winterthur (2005), al MACRO Museo d’Arte Contemporanea Roma (2013), alla Whitechapel Gallery di
Londra (2014) e alla Fondazione Carriero di Milano (2018).
È stato invitato più volte alla Documenta di Kassel (1972, 1977, 1982, 1992) e alla Biennale di Venezia (1970, 1976, 1978,
1980, 1984, 1986, 1993, 1995, 1997, 2013).
Dichiarando fin dagli inizi la sua intima appartenenza alla storia dell’arte, Paolini si mantiene volutamente all’interno
delle stanze dell’arte, interrogando gli attori stessi dell’esperienza artistica: l’autore, lo spettatore, lo sguardo, lo spazio
della rappresentazione. Dalle indagini analitiche degli anni Sessanta, la sua pratica si sviluppa progressivamente verso
installazioni e allestimenti formalmente più complessi, che dal 2000 orientano l’attenzione principalmente sull’atto
dell’esporre e sullo studio d’artista. Fin dagli esordi ha accompagnato il proprio lavoro con note e scritti, raccolti in diversi
libri.

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