B#SIDE WAR FESTIVAL - Prisoners

Prisoners, installazione di arte pubblica

 

Dal 27 Maggio 2017 al 24 Giugno 2017

Roma

Luogo: Sedi varie

Indirizzo: sedi varie

Enti promotori:

  • Patrocinata da UNESCO
  • Assessorato al Primo Municipio di Roma

Sito ufficiale: http://www.bsidewar.org/



Dopo il tour a Udine, Gradisca d'Isonzo, Pirano e Genova, B#SIDE WAR FESTIVAL arriva nella capitale. IoDeposito Ong, in collaborazione e con il patrocinio dell'assessorato al Primo Municipio di Roma, presenta sabato 27 maggio alle ore 18 Prisoners, opera concettuale di arte pubblica dell'artista Joshua Cesa, presso Piazza San Silvestro.

L'installazione, patrocinata dall'UNESCO, sarà fruibile gratuitamente dal 27 al 28 maggio, lungo i vicoli dell'area di Piazza San Silvestro, dalle 18 alle 22. Per la prima volta a Roma, questa nuova esperienza artistica è il primo di tre eventi dedicati all'opera, in arrivo nella capitale: il secondo è in programma per il 10 e 11 giugno all'Ex Manicomio Santa Maria della Pietà (dalle 18 alle 22) mentre, il terzo, per il 24 giugno presso il MAAM – Museo dell’Altro e dell’Altrove (dalle 10 alle 20).

Gli appuntamenti romani con IoDeposito Ong rientrano nell’ambito della terza edizione della rassegna artistica e culturale B#SIDE WAR, ideata e promossa attraverso numerosi eventi nazionali ed internazionali quali mostre d’arte e installazioni artistiche, performing, conferenze, progetti di ricerca e pubblicazioni.

In un'Europa che cento anni fa si configurava come una grande prigione a cielo aperto, quasi quindici milioni di persone vivevano intrappolate in carceri di guerra inumane. A fianco a loro, altrettanti civili soccombevano tra campi di rifugiati, campi d’evacuazione o tra le propria mura domestiche, prigionieri di una realtà di distruzione e di privazione. Attraverso la sua installazione, l'artista Joshua Cesa coinvolge lo spettatore a esplorare le tematiche legate alla prigionia, permettendo di interfacciarsi con una visione poli-focale della storia tra passato e presente. Prisoners nasce infatti dall'esigenza di indagare l’esperienza della prigionia in senso percettivo e, partendo dal vissuto storico della Grande Guerra, innesca una riflessione 'sensoriale' e contemporanea sull’idea della reclusione, invariabile implicazione di tutti i conflitti. L'installazione si realizza attraverso una serie di strutture cubiche poste a terra le quali, squadrate e monolitiche, si aprono al dinamismo mostrando l’immagine di numerosi prigionieri che dal loro interno, disperati, cercano l’uscita. Un contenitore che si fa quindi metafora di tutte le reclusioni -non solo quelle dovute alle guerre conclamate ma, anche, a quelle sommesse- in un tempo in cui l’uomo è prigioniero soprattutto di se stesso: inevitabile chiedersi quali siano, allora, i reali confini di una cella. Prisoners riesce a farsi vera e propria esperienza artistica, portando in sé due linguaggi apparentemente molto diversi: la fissità e la perfezione della figura geometrica dialoga e si relaziona col movimento disperato e primordiale di chi, nello schermo, sa di non potersi liberare.

Un ruolo fondamentale gioca la scelta dei luoghi specifici in cui si è scelto di allestire, di volta in volta, l'installazione: con la precisa intenzione di iniziare dal Centro per poi allontanarsi in periferia, l'installazione entrerà infatti in contatto con diverse tipologie di fruitori, generando approcci distinti al messaggio artistico. Il percorso del primo appuntamento si snoda partendo dunque dal centro storico, luogo per antonomasia di raffinatezza ed eleganza nel quale si incontrano, quasi per caso, questi racconti. Nello spazio urbano della romana Piazza San Silvestro, l'imbattersi casuale negli schermi di Prisoners induce a riflettere sul paradosso dell’incontro-scontro tra la libertà del passante e la condizione esasperata del prigioniero, fuori da ogni tempo e da ogni luogo, risvegliando in tal modo una preziosa -seppur scomoda- memoria storica. Una forte connessione vibra anche tra l'opera e la seconda location romana, un ex manicomio: quelle mura custodiscono infatti la memoria di una prigionia sofferta e brutale subita da chi, confinato lì per molti anni, è stato sottratto alla vita -e dunque alla libertà- perché 'pazzo'. Inseriti in un contesto di forte valore simbolico, i cubi diventano allora contenitore e contenuto e, soprattutto, testimonianza primordiale della disperazione di chi oggi non riesce a liberarsi, così come non hanno potuto farlo i 'pazienti' un tempo qui emarginati. A chiudere la rassegna romana, il 24 giugno, un ex mattatoio di periferia ora Museo: qui, la complessa emergenza sociale dell'immigrazione riscopre il messaggio universale dell’arte, strumento di conoscenza, integrazione e protezione. Ecco che il pensiero corre allora all’emarginazione e alla precarietà quali prigioni da cui uscire appare impossibile, così come in Prisoners gli schermi si fanno pareti immobili contro cui il prigioniero si infrange, inutilmente. Mai come in questa cornice ciascun prigioniero, proprio come ciascun visitatore, è portatore di una propria storia: ogni prigione è diversa, ogni storia è diversa. «Essere qui è un traguardo molto importante per la nostra rassegna, il B#SIDE WAR FESTIVAL: Roma offre orizzonti di riflessione profonda, grazie al caleidoscopico crocevia di culture che ha tessuto, da sempre, la fitta tela della storia di questa città» spiega Giulia Di Paola, responsabile della neo-nata sede romana di IoDeposito Ong «in un territorio la cui identità è tutt'oggi profondamente legata al proprio vissuto bellico, storico e artistico, la riflessione innescata da Prisoners sul dramma dei conflitti offre, sicuramente, un nuovo e multifocale punto di vista».

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