Pixelpancho. Androidèi

© Pixelpancho

 

Dal 19 Febbraio 2016 al 03 Aprile 2016

Roma

Luogo: Galleria Varsi

Indirizzo: via di San Salvatore in Campo 51

Orari: da martedì a sabato 12-20; domenica 15-20; lunedì chiuso

Curatori: Galleria Varsi

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39 06 68309410

E-Mail info: info@galleriavarsi.it

Sito ufficiale: http://www.galleriavarsi.it



Inserita dal New York Times nella guida “36 Hours in Rome”, la Galleria Varsi è tra le più giovani realtà che producono street culture nella capitale. Nata nel 2013, continua a rivolgere il suo sguardo alla scena underground, accogliendo i migliori artisti del momento.
Dal 19 febbraio al 3 aprile ospiterà “Androidèi” la mostra personale di Pixelpancho, consacrato tra gli street artists italiani più conosciuti e apprezzati al mondo, con oltre 100.000 followers su Instagram.
Oltre ad aver partecipato ad alcuni dei principali festival di street art, numerose sono le sue esposizioni nelle più prestigiose gallerie d’arte internazionali - Europa, Stati Uniti e Centro America – tra cui la Hoerle - Guggenheim di New York e Stolen Space di Londra.
Pixelpancho arriva a Roma con la sua inconfondibile tag, un piccolo androide.
Ma chi sono gli “Androidèi”?
A raccontarlo ci pensano le opere di Pixelpancho all’interno delle quali i Robot e gli dèi si incontrano per fondersi in un’unica entità soprannaturale. L’uomo è protagonista senza mai comparire in carne ed ossa, la sua pelle sensibile diviene ferro, il suo animo ingranaggio. “Il corpo umano è interessante da un punto di vista anatomico – ha dichiarato Pixelpancho in un’intervista – il modo in cui funziona è veramente affascinante e ispira tutti i miei disegni”.
Spiegare i fenomeni della natura e il ciclo della vita è una necessità intrinseca degli esseri umani che da millenni creano e si appellano a creature supreme per cercare risposte e certezze. Queste creature si evolvono con il passare dei secoli, in relazione alle esigenze legate alle culture che le producono.
È in questo senso che l’uomo proietta sui robot il suo desiderio di perfezione e immortalità. “I robot non muoiono – spiega l’artista – sono ciò che rimane una volta che ce ne saremo andati”.
I robot sono i nuovi dèi.

Prosegue così la riflessione dell’artista torinese sull’uomo, espressa nel tempo attraverso metafore visionarie. Una ricerca che si fonda su una rappresentazione fantastica della realtà e che la trascende per raccontarla attraverso le 19 opere che saranno presenti all’interno della mostra: dipinti in acrilico su pannelli di legno, sketch e incisioni su carta e una scultura in gesso, ceramica e ferro. In linea con il tema della mostra, la Galleria Varsi si trasformerà in una domus romana: le opere si sostituiranno agli affreschi, la natura prenderà possesso dello spazio in un luogo colmo di suggestioni. “Punto di forza della Galleria – ha dichiarato Massimo Scrocca, il fondatore – è proprio la continua mutazione che apportiamo allo spazio, tra installazioni e dipinti sui muri interni, dando così la sensazione al fruitore di entrare a contatto direttamente con la visione dell'artista”.
L’artista realizzerà inoltre un murales nel quartiere Primavalle, in collaborazione con il collettivo Muracci Nostri e gli artisti e realtà locali per portare nella periferia del territorio l'impatto e le suggestioni della street art che ne racconta così storia, simboli e memorie

La Galleria Varsi, location nel centro storico di Roma, anche stavolta apre le sue porte permettendo ad artisti contemporanei e d’avanguardia di alternarsi con mostre personali. Numerosi sono infatti gli artisti (writer, street artists, illustratori, scultori e fotografi) per lo più appartenenti alla street culture, la cui innovazione ha consacrato la galleria come spazio originale nel panorama romano. “Nonostante abbia pochissimi anni di esperienza – dichiara Massimo Scrocca, il fondatore – la Galleria Varsi è sicuramente riconosciuta a livello internazionale, grazie anche alle continue collaborazioni con artisti internazionali del calibro degli Etam Cru, Herakut, Dulk, Etnik, Run, Alice Pasquini, Nosego, M.City, Solo, Daniele Tozzi, Mr. Thoms, Jacopo Mandich, Diamond e due leggende sacre nella scena dei graffiti americana anni 80, Blade eSkeme. Fin dall’inizio, la Galleria ha infatti puntato sull’importanza di comunicare con l'estero tramite i propri canali (sito web, shop online, social, etc) divenendo, soprattutto per i turisti americani, tappa fissa durante un viaggio a Roma”.

Pixelpancho (Torino 1984) è stato introdotto al colore e alla forma da suo nonno, un pittore occasionale. La sua passione per l'arte e il design lo ha portato a iscriversi all'Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e poi all'Accademia di Belle Arti di Valencia, in Spagna, dove si è laureato. In questo periodo ha potuto conoscere le scene dei graffiti e della street art e ha iniziato a utilizzare vernici spray e markers su superfici esterne, distinguendosi ben presto dalla maggior parte degli studenti che ancora usavano soprattutto carta e tele classiche. Nei suoi viaggi tra la sua città natale di Torino e Valencia, Pixelpancho ha potuto cogliere tutte le occasioni per farsi conoscere nelle strade, realizzando muri in molte città europee attraverso l’uso di mezzi diversi come pittura murale, adesivi / poster art. Il tempo trascorso a Parigi, Amsterdam, Varsavia, Vienna e altre città per graffiti jam e mostre in galleria ha anche consentito allo stile di Pixelpancho di evolversi, trasformando i semplici robot iniziali nelle composizioni più complesse che caratterizzano la sua arte odierna. La narrazione nel lavoro di Pixepancho è guidata da un mondo dimenticato che giace sotto una coltre di polvere. Nel suo universo, robot rotti e ammaccati si trovano in decomposizione a terra; i loro organi di ferro e rame arrugginiti cadono e giacciono nell'oblio. Anche se le dimensioni del suo lavoro variano, il suo regno surreale è il filo costante che trafigge lo sguardo dello spettatore e lo accompagna attraverso riferimenti contemporanei e storici. La forza della dimensione fisica e dei gesti che umanizzano i suoi robot sono particolarmente evidenti sui muri di edifici abbandonati in molte città europee, americane e messicane, in cui tutti sono parte integrante di una struttura interconnessa di storie che avvolgono anche i suoi murali, dipinti, e sculture.



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