Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti
Dal 27 Marzo 2026 al 26 Luglio 2026
Vicenza | Visualizza tutte le mostre a Vicenza
Luogo: Basilica Palladiana
Indirizzo: Piazza dei Signori
Orari: Da martedì a domenica, ore 10-18 Ultimo ingresso: 30 minuti prima della chiusura Lunedì chiuso Aperture straordinarie: 5, 6 e 25 aprile, 1 maggio, 1 e 2 giugno
Enti promotori:
- Comune di Vicenza
- Basilica Palladiana
Costo del biglietto: Intero € 12,00 Ridotto € 10,00 Gratuito Minori di 6 anni, giornalisti accreditati (esibizione del tesserino in regola con l’iscrizione all’ordine), guide turistiche abilitate con tesserino di riconoscimento, persone con disabilità e 1 accompagnatore per chi presenti necessità, 1 accompagnatore per gruppo, 2 accompagnatori per ogni gruppo scolastico, Tessera ICOM – International Council of Museums in corso di validità
Telefono per informazioni: +39 0444 222855
E-Mail info: iat@comune.vicenza.it
Sito ufficiale: http://www.mostraguidoharari.it/
"Guido Harari. Incontri. 50 anni di fotografie e racconti", in programma alla Basilica Palladiana di Vicenza dal 27 marzo al 26 luglio, non è una semplice retrospettiva. È un manifesto su cosa significa fotografare l'altro: non catturarlo, ma incontrarlo. Presentata oggi alla Basilica Palladiana, la mostra è promossa dal Comune di Vicenza in collaborazione con Rjma progetti culturali e Wall of Sound Gallery. Alla presentazione sono intervenuti il sindaco di Vicenza Giacomo Possamai, l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin, il fotografo Guido Harari e Shel Shapiro (musicista, produttore discografico e attore).
«Questa è una Basilica Palladiana come non l’abbiamo mai vista, grazie a un allestimento davvero pazzesco – ha detto il sindaco Giacomo Possamai -. Un percorso visivo ed emozionale che attraverso i decenni della seconda metà del Novecento arriva fino ai nostri giorni. In questo viaggio ci accompagnano le foto di tutti i più grandi musicisti contemporanei e di tanti artisti e personaggi di fama mondiale. Sono immagini che in ciascuno di noi accendono ricordi ed emozioni. Una proposta che consente tanti piani di lettura differenti, totalmente nuova e affascinante per i vicentini e per tutti coloro che verranno a Vicenza per visitare questa mostra. Ringrazio l’assessore alla cultura Ilaria Fantin e il suo staff per una scelta che conferma il nostro obiettivo di mandato di rendere la Basilica Palladiana un luogo vivo, capace di trasformarsi per accogliere proposte culturali sempre diverse. Un processo che stiamo applicando a tutto l’ecosistema dei nostri spazi espositivi, da quelli tradizionali ai più innovativi».
«Dopo moltissimi anni, la Basilica Palladiana torna ad accogliere una grande esposizione fotografica. E lo fa offrendo un allestimento che si inserisce con un approccio curato, in pieno dialogo e rispetto del monumento - spiega l’assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città Ilaria Fantin -. Trecento fotografie capaci di attivare ricordi, suggestioni e connessioni personali. Il percorso si sviluppa attraverso i volti di artisti provenienti da mondi diversi, nei quali ciascuno può riconoscere riferimenti culturali e tracce della propria esperienza. Nelle fotografie di Guido Harari, il ritratto supera la dimensione documentaria della celebrità per assumere un valore più profondo: le immagini restituiscono storie, emozioni e aspetti autentici dei soggetti. Aspetti che il fotografo sa cogliere grazie alla sua grande sensibilità, un onore e una grande opportunità poterlo ospitare nella nostra città».
La mostra riunisce oltre 300 fotografie, installazioni, filmati originali, proiezioni, manifesti e memorabilia che documentano tutte le fasi di un percorso eclettico: dagli esordi negli anni Settanta come fotografo e giornalista musicale fino a un lavoro che ha attraversato editoria, pubblicità, moda, reportage e, soprattutto, il ritratto come luogo di prossimità e ascolto.
LA MUSICA COME GRAMMATICA DELLO SGUARDO
Per Harari la musica non è mai stata solo un soggetto. È una grammatica, un modo di organizzare lo sguardo. Ogni ritratto nasce come variazione, improvvisazione controllata, incontro che si gioca nel tempo breve e denso dello scatto. Anche quando il soggetto non è un musicista, l'approccio resta musicale: ascolto reciproco, assenza di gerarchie, relazione viva e fisica. Non esiste un genere preciso a cui ricondurre questa pratica. Tutti vengono percepiti e raccontati come se fossero rockstar, chiamati a entrare in una relazione intensa. «Non c'è nessun genere - osserva Harari - ma sicuramente è una fotografia da guardare ad alto volume!»
Questo legame profondo con la musica entra in risonanza anche con Vicenza e il suo territorio attraverso le immagini dedicate al jazz - diverse delle quali mai esposte prima (Jaco Pastorius e George Benson, e ancora Keith Jarrett, Miles Davis, Art Ensemble of Chicago, Joe Zawinul, Wayne Shorter, Herbie Hancock, Jimmy Scott, Marcus Miller, Pat Metheny, Jan Garbarek, Gil Evans, Hannibal Lokumbe)– e la collaborazione con la trentesima edizione del festival New Conversations – Vicenza Jazz, in programma dal 15 al 25 maggio 2026.
IL GIOCO COME METODO
Ma come si entra davvero in relazione con un soggetto? Harari ha scelto il gioco. Non leggerezza superficiale, ma strategia precisa: creare le condizioni perché l'altro possa smettere di recitare se stesso.«L'idea era di coinvolgere i soggetti in un gioco, di non prendersi sul serio, e di calarsi invece in una dimensione in cui poter scoprire e rivelare qualcosa di inedito di sé» – spiega. C'è poi l'attrazione per il volto. Per lo sguardo, prima di tutto. Harari non ha mai nascosto di essere poco interessato al contesto in senso descrittivo: è il viso, semmai, a diventare paesaggio. «Ci sono fisionomie che rompono gli schemi -, osserva - e da sempre ne sono attratto».
I ritratti esposti alla Basilica Palladiana si dispiegano come un grande spartito visivo. Musicisti, artisti, intellettuali, scienziati, attivisti e persone comuni non sono mai ridotti a icone. Sono restituiti in immagini che risuonano di umanità, presenza, irripetibilità. Da Fabrizio De André a Bob Dylan, da Vasco Rossi a David Bowie – protagonista dell’immagine di copertina della mostra – da Lou Reed a Kate Bush, da Paolo Conte a Ennio Morricone. Accanto a loro, cineasti, architetti, stilisti, sportivi, scienziati e pensatori: Wim Wenders, Renzo Piano, Giorgio Armani, Carla Fracci, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Roberto Baggio, Anselm Kiefer, Dario Fo e Franca Rame, fino a Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, José Saramago, Jane Goodall.
L'ALLESTIMENTO: UN DIALOGO CON PALLADIO
Il percorso espositivo, progettato dagli architetti Giorgio e Giulio Simioni, nasce da un dialogo consapevole con la monumentale spazialità del Salone dei Cinquecento della Basilica Palladiana. L'allestimento organizza le sezioni della mostra come ambienti distinti ma in relazione continua tra loro e con l'architettura rinascimentale, dando vita ad atmosfere, sequenze narrative, dispositivi di visione che permettono al visitatore di attraversare mezzo secolo di pratica fotografica come si attraversa una partitura.
IL PERCORSO: SETTE SEZIONI E UN PANTHEON SOSPESO
La mostra si articola in sette sezioni che seguono la cronologia della carriera di Harari senza ridursi a semplice successione temporale. Ogni ambiente corrisponde a una diversa modalità di relazione con il soggetto. Si parte dalla stanza dell'adolescenza, ricostruita come luogo originario: poster alle pareti, riviste musicali, fotografie, pagine di diario, copertine di dischi, autografi e memorabilia. È qui che musica e immagini iniziano a intrecciarsi come strumenti di conoscenza del mondo. Non un archivio nostalgico, ma la mappa di una formazione dello sguardo. Gli anni Sessanta, il suono del rock come annuncio di un mondo nuovo. E poi i fotografi: Astrid Kirchherr, Jim Marshall, Art Kane, Cesare Monti, Luca Greguoli.
Dal privato si passa al pubblico: il palco, il cuore pulsante della musica dal vivo. I concerti diventano rivelazioni visive: David Bowie, Bob Dylan, Lou Reed, Bob Marley, Prince, Tina Turner emergono in immagini scattate a ridosso della scena, nel punto esatto in cui l'energia del suono si trasforma in presenza fotografabile. Poi lo sguardo arretra e scivola dietro le quinte. Nel backstage delle tournée, lontano dalla spettacolarità, Harari cerca un tempo diverso: più lento, più vicino, più vero. È qui che l'incontro diventa possibile. Seguendo l'esempio di Annie Leibovitz, allestisce il suo piccolo studio portatile ovunque: negli alberghi come nei backstage dei palasport, persino in strada.
Molte fotografie sono improvvisate in pochi minuti nei frangenti più improbabili. Come ha scritto Laurie Anderson, è davvero un “kamikaze”, una cartina di tornasole che preferisce lasciare campo aperto all'immaginazione e all'imprevisto. Con Fabrizio De André, Paolo Conte, Peter Gabriel, Kate Bush, Frank Zappa, Vinicio Capossela, Pino Daniele, Vasco Rossi: nonpiù l'artista sul palco, ma la persona nel momento in cui abbassa la guardia.
La sezione successiva segna un passaggio cruciale: il ritratto come risultato di frequentazioni, ritorni, relazioni costruite nel tempo. Si instaura quello che Harari chiama "il buon tempo" della fotografia: un livello di massima concentrazione, un silenzio gravido di intenzioni, carico di desiderio e curiosità. Una modalità di incontro non intellettuale, totalmente emozionale, assai vicina a una specie di innamoramento.
Progressivamente la musica cessa di essere l'unico orizzonte. La fotografia si apre ad altri mondi, altri linguaggi. Scrittori, cineasti, coreografi, pensatori, attivisti entrano nell'inquadratura non come personaggi ma come interlocutori. Alle soglie del Duemila, sentendo l'urgenza di fotografare le eccellenze che avevano reso grande l'Italia nel mondo, Harari avvia il progetto "Italians": un censimento che è anche scommessa sul futuro. Da Beppe Severgnini a Margherita Hack, da Ennio Morricone a Roberto Benigni, da Giorgio Armani a Rita Levi Montalcini, il progetto si rivela un work in progress inarrestabile che continua ad espandersi da trent'anni.
A completare il percorso, una sezione inedita rispetto agli allestimenti precedenti: una sorta di Pantheon personale composto da 24 ritratti di grande formato sospesi nello spazio. Sono i ritratti del cuore, i volti che hanno accompagnato l'intera carriera di Harari e che oggi dialogano tra loro in una costellazione sospesa: George Harrison, Leonard Cohen, Jane Goodall, Lou Reed e Laurie Anderson, Bebe Vio, Joni Mitchell, Marcello Mastroianni, Frank Zappa, Pat Metheny, José Saramago.
La visita può essere fruita anche attraverso un'audioguida con la voce narrante dello stesso fotografo, che restituisce contesto, memoria e senso degli incontri.
Il percorso è accompagnato da filmati d'epoca, videointerviste e dal documentario di Sky Arte dedicato a Harari - “Guido Harari. Sguardi randagi”, diretto da Daniele Cini e prodotto da Tekla Films per RaiDoc - che verrà proiettato questa sera alle ore 20.30 al cinema Odeon, presentato da Guido Harari (biglietti: https://odeonvicenza.18tickets.it/film/74543)
LA CAVERNA MAGICA: TORNARE UMANI
Èil cuore esperienziale della mostra: in un ambiente separato, appositamente allestito, prende forma la Caverna Magica. Un dispositivo relazionale pensato per sospendere il rumore del mondo e riattivare un rapporto diretto, reale, con l'altro. In giornate dedicate, su prenotazione, chiunque può farsi ritrarre da Harari. Le persone entrano senza copione da rispettare, senza immagine da difendere. «Le persone si liberano di tutte le sovrastrutture e giocano con la propria immagine: correggono, inventano, sabotano la percezione che hanno di sé, quella che offrono a sé stessi e agli altri» - racconta Harari. Il gioco, ancora una volta, non è evasione: è condizione di libertà. Ciò che accade nella Caverna non è la produzione di un'immagine standardizzata, ma la costruzione di una relazione. Uno sguardo che accoglie senza invadere. Un'attenzione autentica che cambia radicalmente il senso del fotografare. «Ho creato l'ambiente ideale perché si rimanga umani», dice Harari.
Chi lo desidera riceve una stampa Fine Art firmata dall'autore nel formato 30x42 cm. Ma c'è di più: i ritratti realizzati vengono esposti in tempo reale lungo il perimetro esterno delle pareti dell'esposizione, dando vita a una mostra nella mostra intitolata "Occhi di Vicenza". Il pubblico non è più solo spettatore: diventa parte dell'opera.
"Guido Harari. Incontri" arriva alla Basilica Palladiana non come celebrazione di una carriera conclusa, ma come riaffermazione di un principio: fotografare è incontrare. In un'epoca in cui l'immagine è diventata merce di scambio e performance, Harari rivendica il valore del tempo, della relazione, dell'ascolto. Una fotografia che, come Harari ha letto su una parete della camera oscura di Mario Giacomelli, non nasce per dare risposte, ma per sollevare nuove domande. Continuare a guardare, a incontrare, a interrogarsi. A fotografare.
La mostra è organizzata da Comune di Vicenza, Musei civici di Vicenza, Basilica Palladiana di Vicenza, in collaborazione con Rjma progetti culturali e con Wall of Sound Gallery.
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