Un pioniere della Street Photography al Brescia Photo Festival 2026

I fantasmi di Bruce Gilden a Brescia

Bruce Gilden, Donna, Las Vegas, Nevada, USA, 2014 (dettaglio) | Courtesy © Bruce Gilden/Magnum Photos
 

Eleonora Zamparutti

27/03/2026

Brescia - A un certo punto, nelle fiabe, arriva il mostro. E non importa quanto sia sgradevole: lo si guarda.

La prima grande antologica italiana dedicata al fotografo di New York Bruce Gilden, A Closer Look - dopo la tappa al Kunstfoyer di Monaco di Baviera - approda al Museo di Santa Giulia di Brescia ed è affiancata dall’intervento Grace / Grazia. Bruce Gilden per Raffaello alla Pinacoteca Tosio Martinengo. E' una mostra che costruisce con precisione quasi chirurgica una dinamica primaria: attrazione e repulsione. Non è un effetto collaterale. È il dispositivo.

Un racconto già scritto
“La mostra fa parte di una trilogia americana”, ricorda la presidente di Fondazione Brescia Musei, Francesca Bazoli.
Dopo l’intervento di David LaChapelle nel 2023, che aveva tradotto la lezione del pittore del Settecento lombardo, Giacomo Ceruti, in una potente allegoria contemporanea della marginalità, e dopo la grande retrospettiva dedicata a Joel Meyerowitz nel 2025 - più intima, più luminosa, più narrativa - Gilden introduce una frattura.

Se LaChapelle costruiva e Meyerowitz osservava, Gilden irrompe.

Il nuovo progetto si propone in chiave di attualità: restituire uno sguardo su un’America in trasformazione, difficile da decifrare.
Gilden, in questo schema, è il punto di rottura. O meglio: è il punto in cui la rottura viene messa in scena.


Bruce Gilden, Untitled, Fifth Avenue, New York City, USA, 1992 © Bruce Gilden Magnum Photos

L’anima secondo Gilden
Bruce Gilden conosce perfettamente il proprio ruolo. “Quello che vedo nella macchina fotografica è quello che fotografo. Queste foto sono me” afferma senza mezzi termini.
Alla mia osservazione sulla violenza che attraversa i volti e le inquadrature, Gilden corregge subito il tiro: “Non è violenza, è energia.”
Forse ha ragione. Ma è un’energia che arriva sempre addosso a qualcuno.

Il suo metodo è noto, quasi iconico e muscolare: avvicinarsi troppo, usare il flash come un colpo secco, interrompere il flusso della strada. I volti si contraggono, gli occhi si spalancano.

Se le tue fotografie non sono buone, è perché non eri abbastanza vicino.
La citazione di Robert Capa, che Gilden scopre da ragazzo al MoMA, diventa un manifesto. E insieme, col tempo, qualcosa di più: una postura. Quella del combattente. Non è un caso che lui stesso evochi il pugilato come possibilità mancata nella sua vita. Per Bruce Gilden il corpo a corpo non è una metafora: è una forma mentis.


Bruce Gilden, A closer look, Brescia, Museo di Santa Giulia, 2026 - foto Erika Serio courtesy Fondazione Brescia Musei

La costruzione di un personaggio
Ma Gilden non è solo un fotografo. È anche - consapevolmente - un personaggio. Te lo dice subito, appena comincia a parlarti. Il padre gangster, l’infanzia difficile, la strada, la droga, la rabbia: tutto concorre a costruire una mitologia precisa, quella del “dannato” traslata nella fotografia.

“Io fotografo quello che sono”, dichiara, marcando la sua netta distanza da una fotografa come Diane Arbus: lei scendeva nella strada da un mondo alto, lui rivendica appartenenza. È un racconto potente. E, come tutti i racconti potenti, funziona.


Bruce Gilden, Untitled, Port-au-Prince, Haiti, 1990 © Bruce Gilden, Magnum Photos

Tecnica e effetto
Il percorso espositivo si articola in due momenti distinti. Nelle prime sale, le immagini in bianco e nero degli esordi restituiscono una New York ruvida, attraversata da figure che sembrano emergere dal margine della visibilità. Coney Island, Brooklyn, Fifth Avenue: è qui che Gilden impara a stare dentro il flusso urbano, a muoversi - come ricorda il curatore Denis Curti - “con i piedi”, consumando letteralmente la città.

Poi la geografia si allarga: Haiti, visitata sedici volte, diventa un luogo chiave, non tanto per la povertà quanto per quella forma di intensità che Gilden continua a cercare ovunque. E poi i personaggi della Yakuza, della mafia.

Nella seconda parte della mostra, Faces, il colore sostituisce il bianco e nero e la distanza si annulla definitivamente. I volti esplodono nell’inquadratura. Il flash li investe frontalmente, li isola, li espone. Non c’è più contesto, non c’è più narrazione: solo presenza.

“Ci mostra persone che normalmente non vediamo”, ha osservato Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei, sottolineando come questi soggetti, con i loro “occhi sbarrati”, finiscano per interrogare direttamente chi guarda.

E’ difficile però non vedere negli scatti in bianco e nero come quella reazione - lo sguardo sbarrato, il volto colto nell’istante di rottura - sia anche il prodotto di un meccanismo rodato. Non è solo ciò che fotografa. È come lo provoca.


Installation View, Bruce Gilden, Fondazione Brescia Musei © Erika Serio


Mostri, ma per chi?
Guardando l’esposizione, si ha la sensazione di attraversare una galleria di figure che sfuggono a ogni norma estetica. Volti segnati, corpi eccessivi, presenze marginali. Mostri, verrebbe da dire. Ma la questione non è la loro bruttezza. È la nostra.

Gilden lavora esattamente su questo: sul limite del nostro sguardo, sul punto in cui il pudore cede e lascia spazio a una fascinazione meno confessabile. “Lui appartiene a una tribù e gli altri lo riconoscono” afferma il curatore Denis Curti. “E’ sempre arrabbiato. Mi fa venire in mente il Truman Capote di “A sangue freddo”: alla fine diventi partecipe del racconto. Infondo le cose sono sempre le stesse, è il nostro modo di rappresentarle che cambia”.

Quando si fa notare a Gilden che è risaputo che il brutto eserciti un’attrazione particolare, la risposta è rigorosa, perfettamente in linea con la sua anima punk: “Ma questo è bello!”.


Installation View, Bruce Gilden, Fondazione Brescia Musei © Erika Serio


Dentro il sistema
Eppure, dentro questa radicalità, qualcosa non torna del tutto. Lo stesso fotografo che rivendica appartenenza alla strada, che costruisce la propria identità sulla prossimità e sull’urto, è anche un professionista perfettamente integrato nel sistema dell’immagine contemporanea.

Ha lavorato per i grandi marchi del lusso. Sa rispondere a un brief. Sa produrre immagini che funzionano.
“Sono abbastanza professionale da fare il lavoro che mi viene commissionato.” Non c’è contraddizione esplicita. Piuttosto, una doppia appartenenza. Come se il “bad boy” della street photography potesse, all’occorrenza, rientrare nei ranghi - senza mai perdere del tutto la propria aura di outsider. Un equilibrio sottile, che fa parte del gioco.


Bruce Gilden, Christ Blessing, Brighton Beach, New York City, USA, 2026 © Bruce Gilden Courtesy Fondazione Brescia Musei


Raffaello vs Gilden
Alla Tosio Martinengo, il discorso si complica ulteriormente. Mentre a New York l'istituzione museale sulla Fifth Avenue manda in scena il grande spettacolo di Raffaello - la sua grazia, la sua distanza, la sua perfezione, l’essere fuori da ogni dimensione temporale e spaziale sono oggetto della mostra “Raphael. Sublime Poetry” in corso al Metropolitan Museum, che accoglie il dittico prestato dal museo di Brescia e allieta i visitatori newyorkesi -, ai bresciani Gilden regala la sua versione in chiave contemporanea. Non ideale. Non armonica. Non distante.

Ha pensato a lungo prima di decidere dove allestire il set : in prima battuta gli era venuta in mente l’idea di scattare su un rooftop a Manhattan, poi ha preferito come sfondo il mare. Così ha convocato a Coney Island, in pieno inverno, tra vento e freddo estremo, un biker, a cui aveva allungato 1000 bigliettoni verdi per incoraggiarlo, e un paio di modelli come alternativa nel caso in cui il suo “Redentore” gli avesse dato buca. Il risultato non è una citazione. È uno scarto. E la domanda resta sospesa: che cosa significa, per un autore che ha costruito tutta la propria pratica sulla strada, sulla frizione, sull’assenza di pudore, confrontarsi con la Grazia? 


Bruce Gilden, The Angel, Brighton Beach, New York City, USA, 2026 © Bruce Gilden Courtesy Fondazione Brescia Musei


Un gioco a più livelli
Il progetto funziona. Funziona perché Gilden è esattamente ciò che serve: una figura abbastanza radicale da disturbare, abbastanza riconoscibile da essere leggibile, abbastanza integrata da essere gestibile.

Un autore che può mettere in scena l’America più ruvida, più scomoda, più esposta - un mondo che potrebbe arrivare fino a qui, ci fa notare la sindaca di Brescia, Laura Castelletti - senza mai uscire davvero dal perimetro del sistema che la racconta.

E forse è proprio qui che il lavoro trova il suo punto più interessante. Non nella denuncia. Non nella provocazione. Ma nella consapevolezza - più o meno esplicita - di essere parte di una narrazione. Anche quando sembra volerle assestare un bel gancio di sinistro.

Guardare (e riconoscere)
Alla fine, ciò che resta non è tanto l’urto delle immagini. È la sensazione di aver assistito a un doppio movimento: da una parte, la costruzione di un’immagine - quella di Gilden, del suo mondo, dei suoi volti; dall’altra, la costruzione di uno sguardo - il nostro. Un invito a guardare il mostro, insomma. Ricordandosi, però, che anche il mostro è, in fondo, una figura costruita.