Dal 20 ottobre al Museo degli Innocenti

Artemisia a Firenze, la libertà di essere artista

Artemisia Gentileschi, Giuditta e l’ancella con la testa di Oloferne, 1622 circa. Olio su tela. Musei Vaticani, Città del Vaticano
 

Francesca Grego

19/10/2026

Firenze - Una stagione di rinascita, e poi la consacrazione definitiva, culminata con l’ammissione all’Accademia delle Arti e del Disegno, un riconoscimento che nessuna donna era mai riuscita a conquistare. Questo significò per Artemisia Gentileschi il trasferimento da Roma a Firenze, dopo la drammatica esperienza del processo che seguì lo stupro da parte del pittore Agostino Tassi. Per la prima volta una mostra indaga su questi anni cruciali e lo scenario non poteva che essere la città dei Medici. Al Museo degli Innocenti dal 21 ottobre 2026 al 4 aprile 2027, Artemisia Gentileschi a Firenze è il racconto di una parabola artistica tra le più alte e significative della pittura barocca, e al tempo stesso un affresco del vivace milieu del Granducato nel XVII secolo. 

Sono circa 50 i capolavori riuniti a questo scopo dai curatori Cristina Acidini, Sandro Bellesi e Costantino d’Orazio: dipinti che raramente è possibile ammirare insieme o esposti al pubblico in via eccezionale, arrivati da prestigiosi musei e collezioni private, da scoprire in tutta la loro forza e originalità a confronto con le opere di altri artisti dell’epoca. Tra questi c’è Caravaggio, che fu per Artemisia un maestro e una fonte di ispirazione. Lo testimonia in mostra il quadro Giuditta con l’ancella (1610-1620 circa), che nel 1880 il catalogo della Collezione Corsini attribuiva al Merisi. Gli studi dello storico Roberto Longhi avrebbero portato a un colpo di scena. A realizzarlo sarebbe stata Gentileschi nel periodo fiorentino, disseminando la tela di raffinati omaggi al maestro: dalla drammatica costruzione verticale all’intensità della luce notturna, dalle pose delle figure - un richiamo alla Vocazione di San Matteo - al pomolo della scimitarra, che evoca la celebre Medusa. Caravaggio è presente in mostra con il Ragazzo che monda un frutto nella versione Dickinson, un dipinto al centro di un acceso dibattito: di questo soggetto esistono infatti numerose repliche e ad oggi nessuno sa quale sia l’originale autografo di Caravaggio. 


Artemisia Gentileschi, Allegoria dell'Inclinazione, 1615-16 circa. Olio su tela, 152 × 61 cm. Firenze, Casa Buonarroti, crédit Firenze, Casa Buonarroti, Archivio Buonarroti

Ma torniamo ad Artemisia e ai sette anni (dal 1613 al 1620) che trascorse a Firenze. Qui la giovane, poco più che ventenne e sposata in nozze riparatrici con il modesto pittore Pierantonio Stiattesi, si rese autonoma dall’ingombrante personalità del padre Orazio ed ebbe finalmente modo di affermarsi come artista, libera dalla morbosa attenzione che il processo per stupro aveva catalizzato attorno a lei a Roma.  A Firenze strinse legami con scienziati come Galileo Galilei e intellettuali come Michelangelo Buonarroti il Giovane, nipote del genio rinascimentale, oltre a lavorare per il granduca Cosimo II de’ Medici e altri prestigiosi committenti. Artemisia fu l’unica artista donna scelta da Michelangelo il Giovane per partecipare all’impresa della decorazione di Casa Buonarroti, pensata per celebrare virtù del celebre prozio. Alla pittrice, che allora era in attesa del secondo figlio, toccò l’Allegoria dell’Inclinazione, quella forza irresistibile e innata che fin dalla giovinezza aveva attratto Michelangelo verso l’arte. Artemisia aderì con attenzione al programma iconografico, mettendoci del suo: ne venne fuori una monumentale figura femminile somigliante nel volto all’artista stessa, dall’espressione languida e un corpo nudo e sensuale che alcuni decenni dopo sarebbe stato pudicamente coperto di veli da Baldassarre Franceschini il Volterrano. Per questo lavoro la pittrice percepì la cospicua somma di 34 fiorini d’oro, più del triplo dei colleghi incaricati di dipingere le altre virtù. Concepita per il soffitto della Galleria Buonarroti, al Museo degli Innocenti l’opera potrà essere ammirata da vicino grazie a un prestito eccezionale, dovuto al restauro che di recente ne ha ripristinato la brillantezza originaria. 

Nonostante l’ambiente artistico competitivo, a Firenze per Artemisia le commissioni fioccano. Tra i soggetti più richiesti figurano le eroine della Bibbia, della storia e della mitologia classica: Giuditta, Cleopatra, Giaele, Maria Maddalena, che l’artista interpreta sempre con un tocco personale. Le sue eroine sono donne consapevoli, spesso al centro dell’azione, capaci di determinare il corso della storia. Accanto alla pittura sacra e mitologica, c’è spazio anche per il ritratto: in quelli di Gentileschi i volti emergono con decisione, con sguardi diretti e una forte coscienza dello spazio. Ma è nell’abbigliamento che l’artista si esprime con particolare raffinatezza. Sete, velluti, pizzi, gioielli non sono semplici ornamenti, ma contribuiscono a definire il carattere della persona rappresentata: eleganza e individualità coincidono, e l’apparire diventa parte essenziale dell’identità. 


Artemisia Gentileschi, Giuditta con la sua ancella (dettaglio), 1618-1619. Olio su tela. Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze