Sette anni di lavori, 24.000 oggetti e un sipario che si riapre
A Gent, nelle Fiandre, c'è una nuova casa per il design
Allestimento della mostra "Public Matter(s): Design and Democracy" in corso al Museo del Design di Gent fino all'11 aprile 2027
Eleonora Zamparutti
02/10/2026
C'è fermento lungo la Drabstraat, a Gent. È mattina presto e al numero 10 ci sono ancora poche persone, ferme davanti a una monumentale tenda d'alluminio che sembra gonfiata dal vento. È appena accostata, come un sipario prima che cominci lo spettacolo. Ha anche un nome, Freeze Frame 82.2, e mi dicono che l'ha firmata lo studio Unfold di Anversa. Pesa 250 chili ed è il nuovo ingresso del Design Museum di Gent, che riapre al pubblico dopo un cantiere durato sette anni, quattro dei quali a porte chiuse. Non è un caso che per entrare si debba scostare una tenda: al di là di quel sipario si apre un universo di invenzioni, di oggetti, di possibilità. E la voglia di varcarlo è immediata.
La hall è un grande spazio inondato dalla luce di una vetrata affacciata sulla strada; il bancone della biglietteria è ancora in allestimento, e il fuori sembra continuare dentro, oltre i muri. Quattro gradini e si scende nel cortile, su cui si affacciano gli edifici storici riportati al loro splendore: il bianco candido delle pareti, il blu ciano delle cornici alle finestre. Sono i colori della Gent contemporanea.
Le Fiandre voltano pagina
Con questo museo le Fiandre guardano avanti, e lo fanno a pochi mesi da un'altra inaugurazione importante. Lo scorso maggio, a mezz'ora di treno, Bruges ha aperto il Brusk, il nuovo polo espositivo firmato da Robbrecht en Daem e Olivier Salens che è destinato a diventare il cuore del suo quartiere dei musei: sale che riprendono la spazialità delle chiese medievali, un auditorium, uno spazio aperto alla comunità, e la lunga tradizione artistica della città in dialogo con la creatività contemporanea. Gent risponde con il design.
La città è conosciuta nel mondo per l'Adorazione dell'Agnello mistico dei fratelli van Eyck, custodita nella cattedrale di San Bavone, e chi arriva da Bruxelles ci mette appena mezz'ora di treno. Da domani ha anche un nuovo punto di osservazione su se stessa. Dall'ultimo piano della nuova ala del museo, il Loft, lo sguardo corre sui tetti a gradoni, sui campanili, sui canali che in questa stagione si tingono del verde quasi fluo di un'alga. Non c'è altro monumento a Gent, nemmeno il castello dei Conti, che offra una vista così.
«La cultura è un diritto fondamentale», afferma Astrid De Bruycken, assessora alla cultura, al progresso sociale e alla salute della città. «Questo museo darà voce al design per immaginare il mondo che verrà. Si radica nella storia della città per dare forma a ciò che Gent vorrà essere. Per i giovani sarà un luogo dove sentirsi a casa, uno spazio che unisce le generazioni e collega Gent al mondo». Non a caso il museo riapre mentre la città è attraversata dal suo Festival del Design (3 - 11 ottobre 2026), aperto a tutti.

Il nuovo Design Museum di Gent
Da museo dei modelli a casa del design
Per capire il nuovo bisogna tornare al 1903, quando industriali e artisti di Gent si unirono per fondare un museo dei modelli: un luogo in cui gli artigiani potessero trovare ispirazione, ma aperto anche al grande pubblico, con l'obiettivo di educare all'apprezzamento delle arti applicate e al «buon gusto». Quegli oggetti, i modelli appunto, sono ancora oggi il cuore della collezione, che conta più di 24.000 pezzi ed è la più importante del Belgio.
Oltre un secolo dopo, l'ambizione è cambiata di segno. Il Design Museum Gent non vuole più parlare soltanto agli esperti, ma alle famiglie, agli abitanti del quartiere, a chi non si è mai occupato di design e tuttavia lo vive ogni giorno attraverso le cose che usa. Design come vivibilità, sostenibilità, appartenenza: la qualità dei luoghi in cui ci si sente a casa.
«Che cosa significa questo museo per me?», si chiede l'architetto Andy Groarke, fondatore dello studio londinese Carmody Groarke, che ha progettato la nuova ala con i belgi di ATAMA. «Non è una celebrazione degli oggetti. È un'istituzione aperta, un luogo dove le persone possano sentirsi a proprio agio. Ed è un'espressione della cultura del design belga».
Un'architettura che respira
Quello che era un insieme affascinante ma frammentario di edifici, dal Cinquecento al Novecento, è oggi un organismo unico. Lo studio RE-ST ha restaurato le parti storiche tutelate, a cominciare dallo settecentesco Hotel De Coninck, mentre la nuova ala ha occupato un passaggio malandato e un lotto rimasto vuoto nel cuore della città. Il risultato è che il cortile, da sempre perno del palazzo, è finalmente diventato un giardino e una bussola: tutti gli spazi gli girano intorno ad anello, e le ampie vedute che si aprono su di esso orientano il visitatore senza bisogno di cartelli. Una circolazione verticale accessibile a tutti completa il disegno.
La nuova ala aggiunge sei zone, pensate su tre principi: accoglienza, accessibilità, flessibilità. Si parte dalla Stadskamer, la "stanza della città", con reception e bookshop, ad accesso libero: un luogo in cui fermarsi, riposare, e dove i quartieri e le comunità di Gent possono presentare le proprie creazioni. Si sale al Forum per le conferenze, all'Atelier per i laboratori, alla Vitrine per le mostre temporanee, fino al Loft panoramico del quarto piano. Persino il seminterrato, dove si movimentano le opere, lascia intravedere la vita del museo dietro le quinte. E gli spazi educativi, di solito confinati ai piani bassi e poco luminosi, qui sono stati portati in alto, nella luce.
C'è poi la materia. La nuova ala è in legno e mattoni bianchi, e quei mattoni hanno una storia: sono Gent Waste Brick, ottenuti per il 70% da macerie edilizie della città e induriti con la calce, senza fornace e quindi con emissioni di CO₂ ridotte al minimo. Ne sono stati prodotti più di 82.000, da BC Materials, nell'ex arsenale di Gent, sotto gli occhi degli abitanti che hanno potuto seguire il processo dal vivo, e il progetto ha ricevuto due Henry van de Velde Awards. Le loro dimensioni ricalcano quelle dei mattoni dell'Hotel De Coninck, il bianco dialoga con le case della Drabstraat, la sagoma della facciata ricorda le case delle corporazioni e le dimore patrizie della città. Un edificio nuovo che sembra esserci sempre stato.
«Questo ampliamento non mira a creare più museo», riassume Katrien Laporte, direttrice uscente, «ma qualcosa che sia più di un museo: un luogo in cui la comunità possa interpretare il presente, mettendo la rilevanza sociale al centro di una società diversa e complessa».
Modelli dal passato per il futuro

Dorothy Hafner voor Rosenthal, Theepot van het servies Flash, 1984-1985, foto Design Museum Gent
Come può una collezione di design ispirare ancora, nel 2026? Da questa domanda è partita la curatrice Evelien Bracke per il nuovo allestimento permanente, Collection. Models from the Past for the Future. La risposta è tornare alle origini: alla funzione per cui il museo era nato, quella di offrire modelli. Circa cinquecento oggetti che al loro tempo hanno aperto nuove strade, alcuni oggi da rileggere con occhio critico, altri sorprendentemente attuali, sono raccolti intorno a cinque temi che parlano delle sfide di oggi.
Copia racconta come copiare sia sempre stato il modo migliore per imparare, e insieme apra domande su originalità e autorialità: si va dai neostili dell'Ottocento al postmodernismo ironico del belga Pieter De Bruyne, che proprio in questo museo veniva a studiare i mobili antichi. Comfort mette in discussione il benessere a portata di interruttore che il Novecento ci ha regalato bruciando combustibili fossili, e riscopre il comfort dimenticato degli arazzi, degli specchi, delle tende pesanti; c'è anche una vetrina dove nulla è ciò che sembra, con materiali che ne imitano altri, l'avorio che non è avorio, il pizzo che non è pizzo. Migrazione ricorda che non viaggiano solo le persone ma anche idee, tecniche e materiali, spesso dentro storie coloniali di scambio e sfruttamento. Piegatura segue il legno curvato, dalle sedie Thonet al compensato contemporaneo. Connessioni, infine, mette al centro le reti di persone che rendono possibile il design, con un omaggio a Céline Dangotte, figura visionaria e socialmente impegnata dell'Art Déco belga.
In mezzo, il dialogo con il presente: cinque designer contemporanei sono stati invitati a lavorare su un oggetto della collezione. Perfino il carattere tipografico delle sale è nato così, ridisegnato a partire dalla calligrafia di Armand Heins, il primo curatore. E poiché 24.000 oggetti non stanno in nessuna sala, c'è Searcher, l'installazione di Studio Digitaal che usa l'intelligenza artificiale per esplorare la collezione non solo per autore o per epoca, ma per somiglianze di forma, colore e parola. Perdersi, qui, è un metodo.
Al primo piano, intanto, la mostra inaugurale Public Matter(s): Design and Democracy pone una domanda che riguarda tutti: il modo in cui viviamo insieme e prendiamo decisioni è davvero ben progettato? Dalle schede elettorali ai parlamenti, ci ricorda che della democrazia non siamo solo utenti, ma anche progettisti. Ne parleremo presto, con calma.
Oltre il sipario
Quando esco, nel pomeriggio, la tenda d'alluminio della Drabstraat è spalancata. Da domani la scosteranno studenti, famiglie, turisti arrivati da Bruxelles. È forse questo il senso di un museo che ha scelto un sipario al posto di una porta: non custodire gli oggetti del passato, ma rimetterli in scena, perché ognuno ci trovi un modello per il proprio futuro. A Gent, il design è tornato a casa. E la casa, ora, è di tutti.

Unfold, Freeze Frame 82.2, 2026. Foto © Michiel De Cleene per il Design Museum, Gent
La hall è un grande spazio inondato dalla luce di una vetrata affacciata sulla strada; il bancone della biglietteria è ancora in allestimento, e il fuori sembra continuare dentro, oltre i muri. Quattro gradini e si scende nel cortile, su cui si affacciano gli edifici storici riportati al loro splendore: il bianco candido delle pareti, il blu ciano delle cornici alle finestre. Sono i colori della Gent contemporanea.
Le Fiandre voltano pagina
Con questo museo le Fiandre guardano avanti, e lo fanno a pochi mesi da un'altra inaugurazione importante. Lo scorso maggio, a mezz'ora di treno, Bruges ha aperto il Brusk, il nuovo polo espositivo firmato da Robbrecht en Daem e Olivier Salens che è destinato a diventare il cuore del suo quartiere dei musei: sale che riprendono la spazialità delle chiese medievali, un auditorium, uno spazio aperto alla comunità, e la lunga tradizione artistica della città in dialogo con la creatività contemporanea. Gent risponde con il design.
La città è conosciuta nel mondo per l'Adorazione dell'Agnello mistico dei fratelli van Eyck, custodita nella cattedrale di San Bavone, e chi arriva da Bruxelles ci mette appena mezz'ora di treno. Da domani ha anche un nuovo punto di osservazione su se stessa. Dall'ultimo piano della nuova ala del museo, il Loft, lo sguardo corre sui tetti a gradoni, sui campanili, sui canali che in questa stagione si tingono del verde quasi fluo di un'alga. Non c'è altro monumento a Gent, nemmeno il castello dei Conti, che offra una vista così.
«La cultura è un diritto fondamentale», afferma Astrid De Bruycken, assessora alla cultura, al progresso sociale e alla salute della città. «Questo museo darà voce al design per immaginare il mondo che verrà. Si radica nella storia della città per dare forma a ciò che Gent vorrà essere. Per i giovani sarà un luogo dove sentirsi a casa, uno spazio che unisce le generazioni e collega Gent al mondo». Non a caso il museo riapre mentre la città è attraversata dal suo Festival del Design (3 - 11 ottobre 2026), aperto a tutti.

Il nuovo Design Museum di Gent
Da museo dei modelli a casa del design
Per capire il nuovo bisogna tornare al 1903, quando industriali e artisti di Gent si unirono per fondare un museo dei modelli: un luogo in cui gli artigiani potessero trovare ispirazione, ma aperto anche al grande pubblico, con l'obiettivo di educare all'apprezzamento delle arti applicate e al «buon gusto». Quegli oggetti, i modelli appunto, sono ancora oggi il cuore della collezione, che conta più di 24.000 pezzi ed è la più importante del Belgio.
Oltre un secolo dopo, l'ambizione è cambiata di segno. Il Design Museum Gent non vuole più parlare soltanto agli esperti, ma alle famiglie, agli abitanti del quartiere, a chi non si è mai occupato di design e tuttavia lo vive ogni giorno attraverso le cose che usa. Design come vivibilità, sostenibilità, appartenenza: la qualità dei luoghi in cui ci si sente a casa.
«Che cosa significa questo museo per me?», si chiede l'architetto Andy Groarke, fondatore dello studio londinese Carmody Groarke, che ha progettato la nuova ala con i belgi di ATAMA. «Non è una celebrazione degli oggetti. È un'istituzione aperta, un luogo dove le persone possano sentirsi a proprio agio. Ed è un'espressione della cultura del design belga».
Un'architettura che respira
Quello che era un insieme affascinante ma frammentario di edifici, dal Cinquecento al Novecento, è oggi un organismo unico. Lo studio RE-ST ha restaurato le parti storiche tutelate, a cominciare dallo settecentesco Hotel De Coninck, mentre la nuova ala ha occupato un passaggio malandato e un lotto rimasto vuoto nel cuore della città. Il risultato è che il cortile, da sempre perno del palazzo, è finalmente diventato un giardino e una bussola: tutti gli spazi gli girano intorno ad anello, e le ampie vedute che si aprono su di esso orientano il visitatore senza bisogno di cartelli. Una circolazione verticale accessibile a tutti completa il disegno.
La nuova ala aggiunge sei zone, pensate su tre principi: accoglienza, accessibilità, flessibilità. Si parte dalla Stadskamer, la "stanza della città", con reception e bookshop, ad accesso libero: un luogo in cui fermarsi, riposare, e dove i quartieri e le comunità di Gent possono presentare le proprie creazioni. Si sale al Forum per le conferenze, all'Atelier per i laboratori, alla Vitrine per le mostre temporanee, fino al Loft panoramico del quarto piano. Persino il seminterrato, dove si movimentano le opere, lascia intravedere la vita del museo dietro le quinte. E gli spazi educativi, di solito confinati ai piani bassi e poco luminosi, qui sono stati portati in alto, nella luce.
C'è poi la materia. La nuova ala è in legno e mattoni bianchi, e quei mattoni hanno una storia: sono Gent Waste Brick, ottenuti per il 70% da macerie edilizie della città e induriti con la calce, senza fornace e quindi con emissioni di CO₂ ridotte al minimo. Ne sono stati prodotti più di 82.000, da BC Materials, nell'ex arsenale di Gent, sotto gli occhi degli abitanti che hanno potuto seguire il processo dal vivo, e il progetto ha ricevuto due Henry van de Velde Awards. Le loro dimensioni ricalcano quelle dei mattoni dell'Hotel De Coninck, il bianco dialoga con le case della Drabstraat, la sagoma della facciata ricorda le case delle corporazioni e le dimore patrizie della città. Un edificio nuovo che sembra esserci sempre stato.
«Questo ampliamento non mira a creare più museo», riassume Katrien Laporte, direttrice uscente, «ma qualcosa che sia più di un museo: un luogo in cui la comunità possa interpretare il presente, mettendo la rilevanza sociale al centro di una società diversa e complessa».
Modelli dal passato per il futuro

Dorothy Hafner voor Rosenthal, Theepot van het servies Flash, 1984-1985, foto Design Museum Gent
Come può una collezione di design ispirare ancora, nel 2026? Da questa domanda è partita la curatrice Evelien Bracke per il nuovo allestimento permanente, Collection. Models from the Past for the Future. La risposta è tornare alle origini: alla funzione per cui il museo era nato, quella di offrire modelli. Circa cinquecento oggetti che al loro tempo hanno aperto nuove strade, alcuni oggi da rileggere con occhio critico, altri sorprendentemente attuali, sono raccolti intorno a cinque temi che parlano delle sfide di oggi.
Copia racconta come copiare sia sempre stato il modo migliore per imparare, e insieme apra domande su originalità e autorialità: si va dai neostili dell'Ottocento al postmodernismo ironico del belga Pieter De Bruyne, che proprio in questo museo veniva a studiare i mobili antichi. Comfort mette in discussione il benessere a portata di interruttore che il Novecento ci ha regalato bruciando combustibili fossili, e riscopre il comfort dimenticato degli arazzi, degli specchi, delle tende pesanti; c'è anche una vetrina dove nulla è ciò che sembra, con materiali che ne imitano altri, l'avorio che non è avorio, il pizzo che non è pizzo. Migrazione ricorda che non viaggiano solo le persone ma anche idee, tecniche e materiali, spesso dentro storie coloniali di scambio e sfruttamento. Piegatura segue il legno curvato, dalle sedie Thonet al compensato contemporaneo. Connessioni, infine, mette al centro le reti di persone che rendono possibile il design, con un omaggio a Céline Dangotte, figura visionaria e socialmente impegnata dell'Art Déco belga.
In mezzo, il dialogo con il presente: cinque designer contemporanei sono stati invitati a lavorare su un oggetto della collezione. Perfino il carattere tipografico delle sale è nato così, ridisegnato a partire dalla calligrafia di Armand Heins, il primo curatore. E poiché 24.000 oggetti non stanno in nessuna sala, c'è Searcher, l'installazione di Studio Digitaal che usa l'intelligenza artificiale per esplorare la collezione non solo per autore o per epoca, ma per somiglianze di forma, colore e parola. Perdersi, qui, è un metodo.
Al primo piano, intanto, la mostra inaugurale Public Matter(s): Design and Democracy pone una domanda che riguarda tutti: il modo in cui viviamo insieme e prendiamo decisioni è davvero ben progettato? Dalle schede elettorali ai parlamenti, ci ricorda che della democrazia non siamo solo utenti, ma anche progettisti. Ne parleremo presto, con calma.
Oltre il sipario
Quando esco, nel pomeriggio, la tenda d'alluminio della Drabstraat è spalancata. Da domani la scosteranno studenti, famiglie, turisti arrivati da Bruxelles. È forse questo il senso di un museo che ha scelto un sipario al posto di una porta: non custodire gli oggetti del passato, ma rimetterli in scena, perché ognuno ci trovi un modello per il proprio futuro. A Gent, il design è tornato a casa. E la casa, ora, è di tutti.

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