Il mistero Sharaku

Giappone
 

25/02/2004

La figura di Toshusai Sharaku, ad oggi, è avvolta nel mistero. Non si sa bene chi realmente egli sia, né perché sia sparito nel nulla dopo un’apparizione fulminea nel mondo delle stampe ukiyo-e. Poco più di centoquaranta opere, prodotte in dieci mesi, dal maggio 1794 al febbraio 1795. Poi il buio. La città di Edo, l’odierna Tokyo, vivace laboratorio di artisti e artigiani, le cui stampe erano destinate all’emergente ceto sociale dei mercanti, i chonin , difficilmente avrebbe potuto perdere le tracce in un artista di tale levatura. Le opere ukyo-e, genere che rappresentava “il mondo fluttuante” caro ai chonin, si stampavano, infatti, in larghe tirature e gli artisti esecutori diventavano molto famosi. Per spiegare il mistero Sharaku c’è chi oggi in Giappone sostiene la teoria dell’”altra identità”, ipotizzando che un artista affermato abbia assunto questo pseudonimo temporaneamente. Potrebbe essere il caso di Utamaro o di Hokusai, il quale spesso cambiò identità nel corso della sua lunga ed eclettica carriera (causando non pochi problemi di attribuzione). Mancano tuttavia conferme scientifiche, mentre un breve passo della letteratura coeva, che fa riferimento a Sharaku, suggerisce ipotesi collegate alla società del periodo Edo (l’epoca storica che prende il nome dalla città, che va dal 1615 al 1868). Nell’Ukiyoe Ruiko (Riflessioni sulle tipologie ukiyoe ), infatti, è scritto così: “Sharaku, sebbene si sia dedicato quasi esclusivamente a ritratti di attori kabuki, dipinse in maniera tanto realistica da turbare la suscettibilità di alcuni; le sue opere furono pertanto invise al pubblico per lungo tempo. La sua popolarità sorse e giunse a termine nell’arco di uno o due anni”. I soggetti delle stampe ukyo-e, infatti, dovevano essere rappresentati con una precisa finalità: quella di intrattenere chi le acquistava, conservando il ricordo della vita notturna, dei divertimenti, dei piaceri del quartiere Yoshiwara, come dei personaggi del teatro kabuki o dei lottatori di sumo: le principali attrazioni della città di Edo. I famosissimi personaggi del teatro kabuki poi, erano veri e propri idoli e le stampe che li raffigurano erano appese nelle case, un po’ come si fa oggi con le immagini delle rock-star. L’arte di Sharaku tuttavia, si discosta dal modo tradizionale di celebrare gli attori kabuki e nei famosi ventotto kubi-e (stampe a mezzo busto), che costituiscono il suo fulminante esordio, possiamo vedere lo sguardo ironico e dissacrante che ne caratterizzerà l’opera e forse ne causò l’impopolarità. Con acutezza, infatti, Sharaku non si ferma allo stereotipo del personaggio kabuki, ma riesce a cogliere le caratteristiche dell’attore che lo interpreta, accentuandole fino alla deformazione caricaturistica. I nasi allungati, le bocche larghe, o piccolissime, le smorfie, gli occhi un po’ strabici fecero probabilmente adirare i numerosi ammiratori degli attori kabuki. Era difficile quindi vendere stampe così poco celebrative e tanto divergenti dalle piacevolezze erotiche di un Utamaro, o dalla semplicità delle storie del “mondo fluttuante”. Sharaku così, rimase in ombra fino al 1910, anno in cui fu scoperto e reso famoso dallo studioso tedesco Julius Kurth, col suo libro “Sharaku”. Il successo dell’artista finalmente fu enorme e le stampe ricercatissime. Nelle ventotto ristampe di kubi-e esposte all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, che costituiscono la fase creativa più felice di Sharaku, la composizione è semplice, giocata su pochi elementi, viso, mani, busto, che si combinano in modi diversi, staccandosi dal prezioso sfondo grigio argenteo, colore ottenuto con una particolare e raffinata lavorazione in polvere di mica. Costante è l’uso del bianco e del nero, che gioca un ruolo fondamentale nell’effetto grafico complessivo, contrastando con il grigio e valorizzando i colori delle vesti. Sharaku riesce così a creare un proprio linguaggio fatto di pochi semplici elementi che diventano strumenti d’indagine della realtà umana del mondo kabuki. Linguaggio che, in modo originale, la mostra mette a confronto con quello del graphic design e dell’arte contemporanea, con due sezioni dedicate rispettivamente a ventotto manifesti di noti designer (Shigeo Fukuda, Ikko Tanaka, Susumu Endo ed altri), Graphic Sharaku, e ventitrè opere di artisti (Yukio Fujimoto, Miran Fukuda, Yasumasa Moritura e altri), Homage to Sharaku. L’intento è di riscoprire il fascino e l’attualità del grande artista, ricercando allo stesso tempo corrispondenze con l’estetica del Giappone contemporaneo. SHARAKU – ukyoe e ispirazioni d’oggi - Fino al 14 dicembre. Istituto giapponese di cultura via A. Gramsci 74 Roma Info: tel. 06-3224754 Orario: lun-ven. 9.00-12.30/14.00-18-30 mer. fino alle 17.30 Ingresso libero

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