Guida alla Biennale Arte Venezia 2026
Venezia diffusa: i padiglioni della Biennale nella città
Lavar Munroe, A City of Gold (Panel no. 2), 2025 |Courtesy © the artist
Laura Bellucci
17/04/2026
Venezia - Se i Giardini funzionano come un sistema chiuso, leggibile, quasi teatrale, i padiglioni diffusi a Venezia operano in modo opposto. Non c’è un ingresso, non c’è un ordine. Si incontrano per caso, si cercano, si perdono.
Qui la Biennale si mescola alla città, e il contesto non è mai neutro. Anzi, diventa parte integrante del lavoro. Alcuni padiglioni lavorano proprio su questa idea di attraversamento. Non a caso è questo "l'angolo" scelto dal padiglione del paradiso caraibico delle Bahamas, più sogno che nazione nell'immaginario comune, che porta a Venezia In Another Man’s Yard . Le Bahamas aprono questo percorso con un’impostazione che chiarisce subito una cosa: qui la rappresentanza nazionale non passa per un’identità fissa, ma per una pratica condivisa. Il padiglione costruisce il proprio centro attorno al concetto di collaborazione, ma non nel senso più immediato del termine. Non si tratta solo di lavorare insieme, ma di mettere in relazione tempi diversi, generazioni differenti e persino dimensioni spirituali.Il dialogo tra gli artisti Beadle e Munroe si sviluppa attraverso materiali, gesti e riferimenti comuni, ma soprattutto attraverso Junkanoo, il festival processionale che da secoli attraversa la cultura bahamiana. Non è un semplice elemento folklorico o decorativo. Junkanoo funziona come una struttura profonda, un sistema che tiene insieme estetica, comunità e dimensione rituale.È qui che il padiglione trova la sua forza. Non rappresenta una cultura, ma la attiva. La memoria non viene esposta, ma performata. Il gesto artistico si intreccia con pratiche collettive che esistono da molto prima della Biennale e che continueranno dopo. In questo senso, il padiglione delle Bahamas introduce una chiave di lettura fondamentale per tutta la Venezia diffusa: l’arte non come oggetto isolato, ma come processo che attraversa tempo, corpi e comunità. Da qui in poi, il percorso si frammenta.
Domus Diasporica sposta il discorso sulla casa, ma la casa non è mai stabile. Quella proposta a Palazzo Malipiero dal Padiglione della Bosnia Erzegovina una costruzione mobile,"a pezzi", attraversata da storie di migrazione, di perdita e di ricostruzione. Non c’è un centro, ma una serie di nuclei che si aggregano e si disperdono, proprio come accade nella città.
Più strutturato, ma altrettanto aperto, è The Federation of Minor Practices, il progetto scelto dal Padiglione Bulgaria - che ha trovato ospitalità al Centro Don Orione alle Zattere - per la Biennale d'Arte 2026 a Venezia e che lavora su una dimensione collettiva e politica. Non un’unica voce, ma una costellazione di pratiche minori, marginali, che insieme costruiscono un discorso alternativo. Qui la questione non è rappresentare una nazione, ma mettere in discussione il concetto stesso di rappresentanza.
L'esposizione NZNDA che dà il titolo al Padiglione del Camerun a Palazzo Canal a Dorsoduro introduce un’altra traiettoria ancora. Il progetto si muove tra architettura, spazio e identità, lavorando su una relazione diretta con il contesto veneziano. Non è un padiglione che si impone, ma che si inserisce, quasi mimetizzandosi, e proprio per questo chiede uno sguardo più attento.
Simba Moto: Seize the Fire è invece uno dei progetti più esplicitamente performativi. Qui siamo in Congo e il luogo d'elezione è Palazzo Canal a Dorsoduro. Il fuoco non è solo un elemento simbolico, ma una forza attiva, trasformativa. Il lavoro si muove tra energia, corpo e gesto, costruendo un’esperienza che non si esaurisce nella visione ma si sviluppa nel tempo.
Il Padiglione di Cuba, Hombres libres / Free Men, è uno di quelli che più chiaramente si prestano a una lettura in chiave arte e propaganda. Contenuti blindati, comunicato stampa ancora da venire. Il titolo stesso introduce una tensione immediata "guevariana": libertà come condizione dichiarata o come costruzione? Il progetto si muove su questa ambiguità, interrogando le forme attraverso cui l’identità viene rappresentata, narrata, esposta. Non è mai completamente chiaro se si tratti di affermazione o di messa in discussione, e proprio questa ambivalenza lo rende interessante.
Accanto ai padiglioni nazionali, alcuni eventi collaterali funzionano come veri e propri punti di attrazione. È il caso di Taiwan, che appunto per opportunità geopolitiche non è presente tra i padiglioni nazionali, e che è a Venezia ospite del Palazzo delle Prigioni dove il Taipei Fine Arts Museum presenta Screen Melancholy di Li Yi-Fan.
Qui il discorso si sposta su un terreno diverso, quello del rapporto tra immagine e tecnologia. Il progetto nasce da una riflessione sulla “malinconia dello schermo”, una condizione legata al sovraccarico visivo e all’ansia prodotta dall’ambiente digitale contemporaneo. Il lavoro si costruisce come un ambiente immersivo in cui video, sculture e spazio architettonico si intrecciano.
Il Palazzo delle Prigioni non è solo una sede, ma un elemento attivo. Il passato del luogo, legato alla detenzione e alla reclusione, entra in dialogo con un presente in cui la prigionia assume forme diverse, meno visibili ma altrettanto pervasive. Il video principale, lungo un’ora, costruisce una narrazione frammentata, quasi un flusso di coscienza digitale, in cui l’immagine non è più finestra sul mondo ma superficie che ci trattiene. Le grandi sculture stampate in 3D - arti, mani, frammenti di corpo - trasformano lo spazio in una sorta di teatro anatomico contemporaneo, dove il confine tra reale e digitale si dissolve progressivamente. Lo spettatore non guarda semplicemente, ma è immerso in un sistema in cui guardare significa anche essere guardati.
Rispetto ai Giardini, qui la Biennale cambia natura. Non è più una sequenza, ma una dispersione. Non si costruisce una mappa unica, ma molte mappe possibili. Ed è forse proprio in questa dispersione che emerge una delle dimensioni più interessanti: Venezia non è solo lo sfondo della Biennale, ma il suo vero campo di tensione. I padiglioni diffusi non si limitano a occupare spazi, ma li mettono in relazione, li attraversano, li riscrivono. Un viaggio a volo d’uccello non basta a esaurirli. Ma serve a capire dove tornare.
Tutte le mostre di Venezia nei giorni della Biennale Arte Venezia 2026

Li Yi-Fan, Screen Melancholy (screenshot), 2026, 60min, video installation | Courtesy © Li Yi-Fan, TFAM of Taiwan Collateral Event 2026
Qui la Biennale si mescola alla città, e il contesto non è mai neutro. Anzi, diventa parte integrante del lavoro. Alcuni padiglioni lavorano proprio su questa idea di attraversamento. Non a caso è questo "l'angolo" scelto dal padiglione del paradiso caraibico delle Bahamas, più sogno che nazione nell'immaginario comune, che porta a Venezia In Another Man’s Yard . Le Bahamas aprono questo percorso con un’impostazione che chiarisce subito una cosa: qui la rappresentanza nazionale non passa per un’identità fissa, ma per una pratica condivisa. Il padiglione costruisce il proprio centro attorno al concetto di collaborazione, ma non nel senso più immediato del termine. Non si tratta solo di lavorare insieme, ma di mettere in relazione tempi diversi, generazioni differenti e persino dimensioni spirituali.Il dialogo tra gli artisti Beadle e Munroe si sviluppa attraverso materiali, gesti e riferimenti comuni, ma soprattutto attraverso Junkanoo, il festival processionale che da secoli attraversa la cultura bahamiana. Non è un semplice elemento folklorico o decorativo. Junkanoo funziona come una struttura profonda, un sistema che tiene insieme estetica, comunità e dimensione rituale.È qui che il padiglione trova la sua forza. Non rappresenta una cultura, ma la attiva. La memoria non viene esposta, ma performata. Il gesto artistico si intreccia con pratiche collettive che esistono da molto prima della Biennale e che continueranno dopo. In questo senso, il padiglione delle Bahamas introduce una chiave di lettura fondamentale per tutta la Venezia diffusa: l’arte non come oggetto isolato, ma come processo che attraversa tempo, corpi e comunità. Da qui in poi, il percorso si frammenta.
Domus Diasporica sposta il discorso sulla casa, ma la casa non è mai stabile. Quella proposta a Palazzo Malipiero dal Padiglione della Bosnia Erzegovina una costruzione mobile,"a pezzi", attraversata da storie di migrazione, di perdita e di ricostruzione. Non c’è un centro, ma una serie di nuclei che si aggregano e si disperdono, proprio come accade nella città.
Più strutturato, ma altrettanto aperto, è The Federation of Minor Practices, il progetto scelto dal Padiglione Bulgaria - che ha trovato ospitalità al Centro Don Orione alle Zattere - per la Biennale d'Arte 2026 a Venezia e che lavora su una dimensione collettiva e politica. Non un’unica voce, ma una costellazione di pratiche minori, marginali, che insieme costruiscono un discorso alternativo. Qui la questione non è rappresentare una nazione, ma mettere in discussione il concetto stesso di rappresentanza.
L'esposizione NZNDA che dà il titolo al Padiglione del Camerun a Palazzo Canal a Dorsoduro introduce un’altra traiettoria ancora. Il progetto si muove tra architettura, spazio e identità, lavorando su una relazione diretta con il contesto veneziano. Non è un padiglione che si impone, ma che si inserisce, quasi mimetizzandosi, e proprio per questo chiede uno sguardo più attento.
Simba Moto: Seize the Fire è invece uno dei progetti più esplicitamente performativi. Qui siamo in Congo e il luogo d'elezione è Palazzo Canal a Dorsoduro. Il fuoco non è solo un elemento simbolico, ma una forza attiva, trasformativa. Il lavoro si muove tra energia, corpo e gesto, costruendo un’esperienza che non si esaurisce nella visione ma si sviluppa nel tempo.
Il Padiglione di Cuba, Hombres libres / Free Men, è uno di quelli che più chiaramente si prestano a una lettura in chiave arte e propaganda. Contenuti blindati, comunicato stampa ancora da venire. Il titolo stesso introduce una tensione immediata "guevariana": libertà come condizione dichiarata o come costruzione? Il progetto si muove su questa ambiguità, interrogando le forme attraverso cui l’identità viene rappresentata, narrata, esposta. Non è mai completamente chiaro se si tratti di affermazione o di messa in discussione, e proprio questa ambivalenza lo rende interessante.
Accanto ai padiglioni nazionali, alcuni eventi collaterali funzionano come veri e propri punti di attrazione. È il caso di Taiwan, che appunto per opportunità geopolitiche non è presente tra i padiglioni nazionali, e che è a Venezia ospite del Palazzo delle Prigioni dove il Taipei Fine Arts Museum presenta Screen Melancholy di Li Yi-Fan.
Qui il discorso si sposta su un terreno diverso, quello del rapporto tra immagine e tecnologia. Il progetto nasce da una riflessione sulla “malinconia dello schermo”, una condizione legata al sovraccarico visivo e all’ansia prodotta dall’ambiente digitale contemporaneo. Il lavoro si costruisce come un ambiente immersivo in cui video, sculture e spazio architettonico si intrecciano.
Il Palazzo delle Prigioni non è solo una sede, ma un elemento attivo. Il passato del luogo, legato alla detenzione e alla reclusione, entra in dialogo con un presente in cui la prigionia assume forme diverse, meno visibili ma altrettanto pervasive. Il video principale, lungo un’ora, costruisce una narrazione frammentata, quasi un flusso di coscienza digitale, in cui l’immagine non è più finestra sul mondo ma superficie che ci trattiene. Le grandi sculture stampate in 3D - arti, mani, frammenti di corpo - trasformano lo spazio in una sorta di teatro anatomico contemporaneo, dove il confine tra reale e digitale si dissolve progressivamente. Lo spettatore non guarda semplicemente, ma è immerso in un sistema in cui guardare significa anche essere guardati.
Rispetto ai Giardini, qui la Biennale cambia natura. Non è più una sequenza, ma una dispersione. Non si costruisce una mappa unica, ma molte mappe possibili. Ed è forse proprio in questa dispersione che emerge una delle dimensioni più interessanti: Venezia non è solo lo sfondo della Biennale, ma il suo vero campo di tensione. I padiglioni diffusi non si limitano a occupare spazi, ma li mettono in relazione, li attraversano, li riscrivono. Un viaggio a volo d’uccello non basta a esaurirli. Ma serve a capire dove tornare.
Tutte le mostre di Venezia nei giorni della Biennale Arte Venezia 2026

Li Yi-Fan, Screen Melancholy (screenshot), 2026, 60min, video installation | Courtesy © Li Yi-Fan, TFAM of Taiwan Collateral Event 2026
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