Gaetano D’Auria. Il vento in testa. Identità perduta?
Gaetano D'Auria, La Torre, 1973
Dal 17 Maggio 2014 al 29 Giugno 2014
Magenta | Milano | Visualizza tutte le mostre a Milano
Luogo: Galleria Magenta
Indirizzo: via Roma 69
Orari: da Martedì a Domenica 9:30-12:30 / 15:30-19:30
Costo del biglietto: Sabato 17 Maggio 2014 alle ore 17
Telefono per informazioni: +39 02 9791451
E-Mail info: info@galleriamagenta.it
Sito ufficiale: http://www.galleriamagenta.it/
Galleria Magenta è lieta di presentare la nuova installazione artistica che Gaetano D’Auria (classe 1948) allestisce in collaborazione con Elisabetta Cusato presso Galleria Magenta Nuova Dimensione.
In un ideale collegamento tra passato e presente, D’Auria sceglie di inserire come punto di partenza dell’installazione una suggestione visiva particolare, che risale agli esordi della sua carriera artistica: si tratta di un dipinto realizzato nel 1973, mai stato esposto e di singolare affezione per l’artista. La Torre – questo il titolo – è una rivisitazione del tema della Torre di Babele, episodio che, al di là del valore biblico, diventa per D’Auria specchio della società contemporanea. La Torre è vista come l’habitat dove si annidano “giochi di potere” che spesso favoriscono un’omologazione sociale e culturale, a discapito del fiorire di singole menti pensanti, capaci di produrre (e magari opporre) un propria autenticità e una propria visione del mondo.
Dalla riflessione su un’identità collettiva sempre più minacciata dal fenomeno della massificazione, D’Auria passa a una sfera più intima e personale. L’installazione si compone di tre ombrelli capovolti, di cui è sopravvissuta solo la struttura. Sono ombrelli usati e pronti per essere buttati via, ma che Elisabetta Cusato raccoglie e recupera per donare loro una “seconda vita”. D’Auria li fa propri e li reinterpreta come una sorta di ingegnose astronavi, metaforicamente pronte a sondare uno spazio infinito. E’ un viaggio intorno alla vita e al senso di ogni singola vita: ogni astronave raccoglie le gioie e i dolori, ma anche i valori e le convinzioni che formano l’essere più profondo di un uomo e che niente e nessuno potrà mai scalfire: nessuna malattia, nessuna manipolazione, nessun falso profeta. I materiali diversi di cui sono composti gli ombrelli, rappresentano l’essenza della materia umana: sul primo ombrello, fogli, lettere scritte a mano, poesie, simboleggiano la cultura e la conoscenza di una persona (e la sua parte più lirica); i sassi e i vetri rotti appesi sul secondo ombrello, diventa no invece simbolo degli impegni, dei dolori, delle delusioni e delle sofferenze che appartengono ad ogni vita umana; infine, le fotografie e i frammenti di ricordi familiari diventano lo specchio degli affetti e degli amori che riempiono di sentimento il percorso sulla terra.
Tutti i materiali esposti ed utilizzati appartengono alla famiglia dell’artista, in particolare a suo padre, uomo di 94 anni appena compiuti, che da anni combatte contro una malattia che minaccia giorno dopo giorno la cancellazione totale della sua identità, come se un vento dispersivo e caotico stesse spazzando via ogni sua personale caratteristica. Non tutto è ineffabilmente perduto: l’identità è in pericolo, ma la forza di una vita vissuta intensamente, con i propri valori e i propri limiti, nessuno e niente potrà mai negarla, in ogni tempo e in ogni luogo, in quanto vissuta in modo unico.
In un ideale collegamento tra passato e presente, D’Auria sceglie di inserire come punto di partenza dell’installazione una suggestione visiva particolare, che risale agli esordi della sua carriera artistica: si tratta di un dipinto realizzato nel 1973, mai stato esposto e di singolare affezione per l’artista. La Torre – questo il titolo – è una rivisitazione del tema della Torre di Babele, episodio che, al di là del valore biblico, diventa per D’Auria specchio della società contemporanea. La Torre è vista come l’habitat dove si annidano “giochi di potere” che spesso favoriscono un’omologazione sociale e culturale, a discapito del fiorire di singole menti pensanti, capaci di produrre (e magari opporre) un propria autenticità e una propria visione del mondo.
Dalla riflessione su un’identità collettiva sempre più minacciata dal fenomeno della massificazione, D’Auria passa a una sfera più intima e personale. L’installazione si compone di tre ombrelli capovolti, di cui è sopravvissuta solo la struttura. Sono ombrelli usati e pronti per essere buttati via, ma che Elisabetta Cusato raccoglie e recupera per donare loro una “seconda vita”. D’Auria li fa propri e li reinterpreta come una sorta di ingegnose astronavi, metaforicamente pronte a sondare uno spazio infinito. E’ un viaggio intorno alla vita e al senso di ogni singola vita: ogni astronave raccoglie le gioie e i dolori, ma anche i valori e le convinzioni che formano l’essere più profondo di un uomo e che niente e nessuno potrà mai scalfire: nessuna malattia, nessuna manipolazione, nessun falso profeta. I materiali diversi di cui sono composti gli ombrelli, rappresentano l’essenza della materia umana: sul primo ombrello, fogli, lettere scritte a mano, poesie, simboleggiano la cultura e la conoscenza di una persona (e la sua parte più lirica); i sassi e i vetri rotti appesi sul secondo ombrello, diventa no invece simbolo degli impegni, dei dolori, delle delusioni e delle sofferenze che appartengono ad ogni vita umana; infine, le fotografie e i frammenti di ricordi familiari diventano lo specchio degli affetti e degli amori che riempiono di sentimento il percorso sulla terra.
Tutti i materiali esposti ed utilizzati appartengono alla famiglia dell’artista, in particolare a suo padre, uomo di 94 anni appena compiuti, che da anni combatte contro una malattia che minaccia giorno dopo giorno la cancellazione totale della sua identità, come se un vento dispersivo e caotico stesse spazzando via ogni sua personale caratteristica. Non tutto è ineffabilmente perduto: l’identità è in pericolo, ma la forza di una vita vissuta intensamente, con i propri valori e i propri limiti, nessuno e niente potrà mai negarla, in ogni tempo e in ogni luogo, in quanto vissuta in modo unico.
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