Mémoires [en hommage à Georges Perec
Anna Guillot, Je me souviens, 2015
Dal 10 Ottobre 2015 al 30 Ottobre 2015
Spoleto | Perugia | Visualizza tutte le mostre a Perugia
Luogo: Chiesa Madonna del Pozzo
Indirizzo: Porta Monterone
Orari: 24/24 h
Curatori: Studio A’87
Enti promotori:
- MINISTERO DEI BENI E DELLE ATTIVITÁ CULTURALI E DEL TURISMO
- AMACI — 11ª Giornata del Contemporaneo
- COMUNE DI SPOLETO
- PALAZZO COLLICOLA ARTI VISIVE
Telefono per informazioni: +39 339 431 9977
E-Mail info: studioa87@libero.it
L’intervento di Anna Guillot per laChiesa Madonna del Pozzo di Spoleto è un sistema mobile di immagini fotografiche di piccolo formato. Nei giorni della mostra, a più riprese, attraverso nuovi scatti, sostituzioni e spostamenti, tali immagini riferiranno della relazione empatica e della sintonia prossemica tra l’artista e la micro architettura. Come riferire di un colloquio, dell’incontro e dello scambio tra due identità: l’artista e la chiesa.
Un libro realizzato a posteriori dirà poi in ordine cronologico e in via definitiva di tali reciprocità.
—Nello scritto “Catena di montaggio” * Luciana Rogozinski indaga il nucleo in cui si dipana la ricerca di Anna Guillot attraverso gli interventi a Spoleto nella Chiesa Madonna del Pozzo e a Palermo, rispettivamente negli Oratori di Giacomo Serpotta San Lorenzo e San Mercurio. Lo stralcio a seguire costituisce un breve focus identificativo del modus operandi dell’artista.
Per Anna Guillot
«Sono variamente altro da un io che non so se esiste»
(F. Pessoa, Ortonimo)
‘Je me souviens’ riprende il tema-guida ripetuto di ricordo in ricordo nelle memorie di Perec, il grande prestigiatore, e ne fa il perno per la costruzione, nello spazio e per tutta la durata dell’evento espositivo, di un Merzbau senza alcun sostegno murario: un work-in progress che attraverso la documentazione della memoria fotografica, a partire dall’immagine dell’Io nella sua propria infanzia e adolescenza, si dilata e viene inglobando dentro il proprio sistema identitario incontri, esperienze, affinità elettive, per la grande ideale colonna dove l’Io contemporaneamente edifica se stesso e si frantuma nei suoi propri riflessi dentro l’Altro, per un previsto infinito. Non sono solo incontri e momenti del passato quelli che vengono accumulati nella schedatura narcisistica del mondo sperimentato, ma anche le circostanze in mutazione dell’evento espositivo in San Mercurio – come anche nella Chiesa Madonna del Pozzo di Spoleto, in forma micro – nei suoi particolari e nel suo divenire. Questa moltiplicazione senza confini del rispecchiamento del Sé genera uno spazio concettuale barocco, che si rende visibile nell’aumento progressivo delle note fotografiche nel tempo e che troverà il proprio luogo definitivo paradossale nel libro che dovrà contenerlo, a evento concluso. Fanno parte dello sconfinamento spaziale dell’opera l’invasione ambientale progressiva, l’uso degli arredi dell’ambiente per il posizionamento della molteplicità fotografica in avanzamento ma anche, in direzione opposta, la citazione di gesti artistici esterni, integrati come modelli nell’itinerario. Vale dunque come singolare citazione – accade in S. Mercurio – anche la teca che contiene ed espone varie operazioni video e performative di Sophie Calle, raccolte da Calle stessa nelle forme/libro: anche in esse si esplicita il modello della dispersione dell’Io, della sua valorizzazione e polverizzazione nei mille confusi incontri quotidiani. Così il piatto di Mona Hatoum, la ‘Deep Throat’ che contiene il video della sua endoscopia, è evocato per una sua partecipazione ideale al pranzo che l’accumulatrice di memoria condivide con un amico e che la copia fotografica mantiene esemplare. Non è solo il contenuto della parte nascosta, interiore del corpo mostrato come cibo nella ‘Deep Throat’ a mettere in abisso la storia di cui la coppia si nutre: è l’intero sistema dell’esistenza sperimentabile e del soggetto che in essa si perde a essere coinvolto. ‘Je me souviens’ prende in prestito il leit motiv di Perec nella sua pratica (antiproustiana) di tesaurizzazione dei ricordi, ma la sua vena intima barocca è altrove. Nel condominio-labirinto de ‘La vie mode d’emploi’, Perec colloca in ogni ambiente un insignificante elemento che ogni volta allude in miniatura all’architettura complessiva: è un gioco di scatole cinesi. Questo è il filo che, raccolto e seguito, rivelerebbe il mistero dell’intero montaggio del romanzo: ma le stanze, nella visione, nel racconto e nella Storia, restano separate.
*L. Rogozinski, “Catena di montaggio”, Folio #9, Ed. KoobookArchive e in Arte e critica n. 80.
Un libro realizzato a posteriori dirà poi in ordine cronologico e in via definitiva di tali reciprocità.
—Nello scritto “Catena di montaggio” * Luciana Rogozinski indaga il nucleo in cui si dipana la ricerca di Anna Guillot attraverso gli interventi a Spoleto nella Chiesa Madonna del Pozzo e a Palermo, rispettivamente negli Oratori di Giacomo Serpotta San Lorenzo e San Mercurio. Lo stralcio a seguire costituisce un breve focus identificativo del modus operandi dell’artista.
Per Anna Guillot
«Sono variamente altro da un io che non so se esiste»
(F. Pessoa, Ortonimo)
‘Je me souviens’ riprende il tema-guida ripetuto di ricordo in ricordo nelle memorie di Perec, il grande prestigiatore, e ne fa il perno per la costruzione, nello spazio e per tutta la durata dell’evento espositivo, di un Merzbau senza alcun sostegno murario: un work-in progress che attraverso la documentazione della memoria fotografica, a partire dall’immagine dell’Io nella sua propria infanzia e adolescenza, si dilata e viene inglobando dentro il proprio sistema identitario incontri, esperienze, affinità elettive, per la grande ideale colonna dove l’Io contemporaneamente edifica se stesso e si frantuma nei suoi propri riflessi dentro l’Altro, per un previsto infinito. Non sono solo incontri e momenti del passato quelli che vengono accumulati nella schedatura narcisistica del mondo sperimentato, ma anche le circostanze in mutazione dell’evento espositivo in San Mercurio – come anche nella Chiesa Madonna del Pozzo di Spoleto, in forma micro – nei suoi particolari e nel suo divenire. Questa moltiplicazione senza confini del rispecchiamento del Sé genera uno spazio concettuale barocco, che si rende visibile nell’aumento progressivo delle note fotografiche nel tempo e che troverà il proprio luogo definitivo paradossale nel libro che dovrà contenerlo, a evento concluso. Fanno parte dello sconfinamento spaziale dell’opera l’invasione ambientale progressiva, l’uso degli arredi dell’ambiente per il posizionamento della molteplicità fotografica in avanzamento ma anche, in direzione opposta, la citazione di gesti artistici esterni, integrati come modelli nell’itinerario. Vale dunque come singolare citazione – accade in S. Mercurio – anche la teca che contiene ed espone varie operazioni video e performative di Sophie Calle, raccolte da Calle stessa nelle forme/libro: anche in esse si esplicita il modello della dispersione dell’Io, della sua valorizzazione e polverizzazione nei mille confusi incontri quotidiani. Così il piatto di Mona Hatoum, la ‘Deep Throat’ che contiene il video della sua endoscopia, è evocato per una sua partecipazione ideale al pranzo che l’accumulatrice di memoria condivide con un amico e che la copia fotografica mantiene esemplare. Non è solo il contenuto della parte nascosta, interiore del corpo mostrato come cibo nella ‘Deep Throat’ a mettere in abisso la storia di cui la coppia si nutre: è l’intero sistema dell’esistenza sperimentabile e del soggetto che in essa si perde a essere coinvolto. ‘Je me souviens’ prende in prestito il leit motiv di Perec nella sua pratica (antiproustiana) di tesaurizzazione dei ricordi, ma la sua vena intima barocca è altrove. Nel condominio-labirinto de ‘La vie mode d’emploi’, Perec colloca in ogni ambiente un insignificante elemento che ogni volta allude in miniatura all’architettura complessiva: è un gioco di scatole cinesi. Questo è il filo che, raccolto e seguito, rivelerebbe il mistero dell’intero montaggio del romanzo: ma le stanze, nella visione, nel racconto e nella Storia, restano separate.
*L. Rogozinski, “Catena di montaggio”, Folio #9, Ed. KoobookArchive e in Arte e critica n. 80.
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