Filippo de Pisis e les Italiens de Paris
Dal 14 February 2026 al 10 May 2026
Lecce
Luogo: Fondazione Biscozzi | Rimbaud ETS
Indirizzo: Piazzetta Giorgio Baglivi 4
Orari: dal martedì alla domenica, dalle ore 16.00 alle 19.00. Chiuso il lunedì. Mostra aperta al pubblico il 5 aprile (Pasqua), il 6 aprile (Pasquetta), il 25 aprile e il 1° maggio
Curatori: Paolo Bolpagni e Maddalena Tibertelli de Pisis
Costo del biglietto: € 5,00. Ingresso alla collezione permanente + mostra: € 8,00. Ridotto: € 5,00 per gruppi superiori alle quindici unità, residenti a Lecce e provincia, minori di diciotto anni, scolaresche della primaria e delle secondarie, studenti di università, accademie d’arte e conservatori provvisti di tesserino, insegnanti, soci dell’ICOM. Gratuito per bambini fino ai sei anni, diversamente abili (e accompagnatore), un accompagnatore per ogni gruppo, guide turistiche, giornalisti con tesserino
Telefono per informazioni: +39 0832 1994743
E-Mail info: info@fondazionebiscozzirimbaud.it
Sito ufficiale: http://www.fondazionebiscozzirimbaud.it
La mostra indaga l’esperienza degli Italiens de Paris, gruppo di artisti italiani attivi nella capitale francese, accomunati da un’apertura verso l’Europa e da una posizione di parziale e consapevole “fronda” rispetto all’indirizzo dominante del Novecento Italiano.
Cuore della compagine fu il Groupe des Sept, formato da Massimo Campigli, Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi, protagonisti di una stagione espositiva compresa tra il 1928 e il 1933. Il gruppo condivideva riferimenti culturali, consuetudini professionali e una comune visione del classicismo, inteso in chiave moderna, mediterranea e antidogmatica, segnata da libertà formale, pluralità di linguaggi e dialogo con la cultura internazionale.
Massimo Campigli (1895-1971), attivo a Parigi dal 1919, sviluppò uno stile tra purismo e arcaismo, ispirato al tardo Cubismo. Dopo la scoperta dell’arte etrusca nel 1928, elaborò un linguaggio personale fatto di figure femminili monumentali e atemporali, dai colori gessosi e dall’aspetto quasi affrescato.
Giorgio de Chirico (1888-1978), rientrato a Parigi nel 1925, ampliò il suo concetto di classicità attraverso nuovi cicli iconografici, accanto a serie ispirate all’antichità greco-romana e alla tradizione barocca.
Filippo de Pisis (1896-1956), stabilitosi a Parigi nel 1925, affinò un linguaggio pittorico libero e immediato, influenzato dall’Impressionismo e dai Fauves, caratterizzato da una pennellata rapida e nervosa, spesso definita come una vera e propria “stenografia pittorica”.
René Paresce (1886-1937), giunto a Parigi nel 1912, passò da un Cubismo eterodosso a uno stile arcaizzante, ispirato alla pittura toscana del Quattrocento, mantenendo una posizione autonoma e cólta.
Alberto Savinio (1891-1952), arrivato nel 1926, trovò a Parigi la piena maturazione artistica, elaborando una pittura vicina al Surrealismo ma radicata nella poetica metafisica, fondata sull’ironia e sulla “spettralità”, con frequenti riferimenti a una classicità straniata.
Gino Severini (1883-1966), presente a Parigi dal 1906, teorizzò un nuovo classicismo di matrice pitagorica, fondato sul numero e sulla proporzione, applicandolo a una pittura equilibrata e monumentale, ispirata alla Commedia dell’Arte e ai mosaici antichi; tra il 1928 e il 1933 espose stabilmente con il gruppo degli Italiens de Paris.
Mario Tozzi (1895-1979), infine, svolse un ruolo di mediazione tra l’Italia e la Francia, sviluppando un “classicismo attivo” fatto di composizioni monumentali e metafisiche, in cui mito e realtà si fondono in spazi sospesi.
Ad accompagnare e sostenere il gruppo fu il critico d’origine polacca Waldemar George, cultore del classicismo mediterraneo, che si definì “unico difensore a Parigi dell’italianismo considerato come forma d’arte plastica”: fu lui a presentarli alla Biennale di Venezia del 1930 in un’apposita sala intitolata Appels d’Italie. Seguiti dal gallerista Léonce Rosenberg, gli Italiens parteciparono comunque anche alle mostre del Novecento Italiano.
Il percorso espositivo pone al centro della ricerca la figura di Filippo de Pisis (Ferrara, 1896 - Brugherio, Milano, 1956), a partire dal celebre dipinto Dalie (1932), esposto nella prima sala dell’allestimento permanente della Fondazione leccese.
Attorno a un significativo nucleo di oltre venti opere dell’artista ferrarese, realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi Trenta, si sviluppa un confronto diretto con una selezione mirata di dipinti degli altri sei membri del Groupe des Sept, appartenenti alla medesima stagione.
La mostra offre l’occasione di ammirare tre opere mai esposte in Italia, provenienti dal Musée di Grenoble, entrate nelle sue collezioni nel 1933 grazie alla donazione di Emanuele Sarmiento, mecenate italiano trapiantato in Francia dal 1912. Si tratta di I due pesci (1927) e Il piede romano (1927) di Filippo de Pisis e di Natura morta (Katinka) del 1932 di Mario Tozzi.
«Non era soltanto un incontro casuale di pittori residenti più o meno stabilmente a Parigi, ma anche un sodalizio connesso da una certa comunanza di riferimenti ideali e consuetudini umane e professionali», spiega il co-curatore Paolo Bolpagni, sottolineando la coesione culturale e progettuale che caratterizzò l’esperienza degli Italiens de Paris.
La mostra mette in luce affinità e differenze all’interno del gruppo, evidenziandone la comune tensione internazionale e la distanza rispetto a un contesto italiano sempre più orientato verso monumentalismo e la “moderna classicità” teorizzata da Margherita Sarfatti.
La mostra è accompagnata da un catalogo trilingue (italiano, francese e inglese), edito da Dario Cimorelli Editore, con saggi dei curatori e la riproduzione a colori di tutte le opere esposte.
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