A Palazzo Ducale dal 24 febbraio al 17 giugno

André Kertész, gli scatti del fotografo-poeta in mostra a Genova

André Kertész, Le marché aux animaux, quai Saint-Michel, Paris,1927-1928, Courtesy of Ministère de la Culture et de la Communication / Médiathèque de l’architecture et du patrimoine / Dist Rmn © Donation André Kertés
 

Samantha De Martin

27/02/2018

Genova - Erano i primi del Novecento, quando André Kertész, rovistando nel solaio di una vecchia casa ungherese, si trovò tra le mani un manuale di fotografia. Questo incontro, che fu per lui come una sorta di illuminazione, avrebbe segnato il destino di questo mago dell’obiettivo, dal carattere introverso, convinto assertore della necessità di fotografare qualsiasi aspetto del mondo, dal più banale al più importante.
“Fotografo il quotidiano della vita, quello che poteva sembrar banale prima di avergli donato nuova vita, grazie ad uno sguardo nuovo. Ho cercato gli occhi innocenti, di cui ogni sguardo sembra il primo, le menzogne dietro la superbia ed i sorrisi fatui, fantasmi seduti al sole su delle vecchie sedie. Senza trucchi ho cercato di vedere, ho cercato di capire. Ho cercato di vedere, e quando ho capito, ho lasciato gli occhiali su un tavolo insieme alla pipa”.
Diceva così Kertèsz, il fotografo della strada, tra i maggiori protagonisti del XX secolo, e così diceva di lui un altro gigante, Henri Cartier-Bresson: “Qualsiasi cosa noi facciamo, Kertész l’ha fatto prima”.

Ed eccolo André Kertész girare per Parigi con la sua ICA acquistata nel 1912 dopo il diploma all’Accademia commerciale di Budapest, negli anni della fotografia leggera, con quegli scatti talvolta definiti “troppo loquaci”. Di questi, oltre 180, provenienti dal Jeu De Paume di Parigi, e quattordici rare pubblicazioni dell’epoca in prestito da una collezione privata italiana, ripercorrono, in cinque sezioni, l’intero percorso artistico del maestro ungherese che ha utilizzato gli oltre cinquant’anni di carriera fotografica come un diario visivo in grado di emanare poesia dietro l’anonoma semplicità delle cose quotidiane catturate attraverso prospettive uniche e rivoluzionarie. Palazzo Ducale, sede dal 24 febbraio al 17 giugno della mostra a cura di Denis Curti, diventa così il parterre delle infinite suggestioni frutto della poliedrica mente del maestro, testimone di un’epoca cruciale per il mondo dell’arte e che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, ha assistito alla nascita delle Avanguardie storiche insieme con il cinema e con la fotografia.

Dalla semplicità della vita e dei paesaggi rurali, celebrata nella sezione di apertura, dedicata ai primi anni da fotografo di Kertész in Ungheria, il visitatore passa e esplorare la fase più fortunata del maestro nella travolgente Parigi, a cavallo tra le due guerre. Gli scatti del periodo francese, con le loro atmosfere oniriche, riflettono il carattere così romantico e malinconico di quell’uomo taciturno, entrato a far parte del circolo degli artisti ungheresi che si riuniva al Cafè du Dôme, a Montparnasse, e divenuto amico dei pittori Piet Mondrian, Marc Chagall, Fernand Léger.
Quelli parigini furono anche gli anni degli incontri con Robert Capa, Man Ray e Berenice Abbott. Seguì il periodo del trasferimento negli Stati Uniti, in seguito al contratto di un anno offertogli nel 1936 dall’agenzia fotogiornalistica Keystone di New York. Sebbene negli scatti americani di Kertész il rancore e la frustrazione, derivanti dal mancato interesse riscosso dalle sue opere, restino ai margini delle sue fotografie, un velo di disaffezione si fa strada nella sua poetica.
Ma con la Keystone durò solo un anno. Il panorama fotogiornalistico statunitense richedeva uno stile rigoroso e didascalico. “A loro interessano solo documenti tecnicamente perfetti” scriveva con rammarico l’artista.
Costretto a trascorrere la maggior parte del tempo in casa per motivi di salute, affascinato dalla vista dei tetti e delle strade sul Washington Square Park, Kertész fotografava dalla finestra di casa riuscendo a cogliere i momenti intimi delle persone che attraversavano la piazza.

Nel 1964 grazie al curatore John Szarkowski che ne riabilitò il lavoro riconoscendone la portata pioneristica e dedicandogli una mostra retrospettiva al Museum of Modern Art (MoMa) di New York. Ed è proprio questo evento a introdurre il visitatore di Palazzo Ducale nella quarta sezione, dove è possibile ripercorrere i riconoscimenti internazionali.

L’ultima parte della mostra svela al pubblico alcuni scatti a colori inediti - il colore per Kertész è un fatto decisamente nuovo, pura sperimentazione, curiosità - dedicati al pubblico italiano.
Fu nel 1985, poco prima di morire nella sua casa di New York, che il fotografo degli attimi, delle emozioni passeggere, del profilo dei comignoli sullo sfondo del cielo, del gioco di doppi creato dall'ombra di una forchetta in un piatto, decise di regalare “al popolo francese” i centomila negativi del suo archivio. Nel 1997 ad un'asta di Christie's la stampa Pipa e occhiali di Mondrian fu aggiudicata per oltre 300mila dollari.

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