Nuovi equilibri in Europa e nel Mediterraneo
La nuova diplomazia culturale passa per l’archeologia. E Roma è di nuovo caput mundi
Tempio di Baal, Palmira
Eleonora Zamparutti
23/01/2026
La nuova diplomazia culturale del governo Meloni sceglie il Colosseo come proprio quartier generale, da cui proietta il raggio della sua azione verso l’Europa meridionale e il Mediterraneo, una delle regioni più densamente popolate al mondo e la più ricca di siti archeologici.
L’archeologia diventa così terreno di dialogo, spazio condiviso in cui intessere relazioni, scambiare informazioni e mettere a fattor comune approcci e visioni.
Mentre a Roma si sono dati appuntamento oltre settanta relatori – tra studiosi, professionisti e responsabili di siti archeologici dell’area mediterranea – per le giornate del convegno ArcheoSite. Il presente dell’archeologia (21-23 gennaio), dedicato alla tutela, alla gestione e alla valorizzazione dei siti tra Europa e Mediterraneo, il ministro della cultura Alessandro Giuli è voltato a Tunisi per inaugurare al Museo Nazionale del Bardo la mostra "Magna Mater tra Zama e Roma".
L’esposizione, che arriva nella capitale del Nord Africa dopo la tappa romana al Colosseo, presenta trenta sculture inedite, datate tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C., rinvenute nel sito di Zama e restaurate in Italia da un’équipe congiunta di restauratori italiani e tunisini. Ma l’impegno del nostro Paese non si esaurisce nella mostra: proseguirà con un nuovo progetto di ricerca, restauro e valorizzazione del grande santuario della Magna Mater e di Attis a Zama, oltre che del sito di El-Jem, l’antica Thysdrus.
Il rinnovato ponte verso la Tunisia si affianca a un’altra iniziativa che si era svolta due anni fa, sempre al Colosseo, in occasione della mostra "Göbeklitepe: L’enigma di un luogo sacro", dedicata al sito neolitico situato nel Sud-est della Turchia, considerato l’insediamento monumentale più antico mai scoperto.
Con l’auspicio di attivare «una rete permanente tra istituzioni europee e del Mediterraneo» – parole di Alfonsina Russo, direttore del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale e promotrice delle giornate di studio – l’archeologia si conferma un potente strumento per la comunità locale capace di far dialogare passato e presente, dando forma al contemporaneo, come sottolinea Simone Quilici, direttore del Parco archeologico del Colosseo.
Le sfide che oggi l’archeologia è chiamata ad affrontare sono molteplici e spaziano dalle crisi naturali a quelle umane, fino alle più recenti legate all’overtourism. Si fa strada un nuovo approccio alla disciplina: da semplice accumulo di rovine di un passato glorioso, immobili e prive di contatto con il presente, come era immaginata l'archeologia 200 anni fa, diventa sempre più specchio del mondo attuale. In questo processo, strumenti innovativi come il digitale si rivelano fondamentali per la comunicazione e per incentivare le visite di prossimità, restituendo i luoghi alla cittadinanza.
Con oltre 14 milioni di visitatori all’anno, il Colosseo rappresenta emblematicamente le criticità legate all’overtourism. Per Simone Quilici diventa prioritario «restituire il monumento ai romani», rimettendo al centro il tema della cittadinanza e del territorio, inteso non solo come insediamento urbano ma anche come paesaggio naturale, creando un legame di continuità con il parco dell'Appia antica.
Dinamica e fragile, continuamente sollecitata dalla realtà quotidiana, l’archeologia si è rafforzata grazie a una visione multidisciplinare, oggi più che mai necessaria per affrontare le questioni legate alla conservazione, alla gestione, alla comunicazione e al coinvolgimento del pubblico.
Dalla Grecia, Demetris Athanasoulis, direttore del Magistrato delle Antichità delle Cicladi, illustra gli interventi realizzati sull’isola di Delos per migliorare l’esperienza di visita, attraverso nuovi camminamenti tra le rovine e l’impiego di tecnologie digitali che consentono di visualizzare gli spazi esterni all’interno del museo. Tania Zaven, manager dell’area archeologica di Byblos, a circa quaranta chilometri a nord di Beirut, racconta invece strategie e interventi messi in atto in tempi di guerra. Grazie a una collaborazione intensa con il governo francese e con le istituzioni museali di Parigi – che ha dato vita a mostre, concerti e documentari di sensibilizzazione – l’amministrazione di Byblos è riuscita a ottenere per il sito, che comprende il celebre Castello dei Crociati e una necropoli risalente a cinquemila anni fa, la protezione rafforzata dell’UNESCO, a fronte dei rischi legati ai conflitti regionali.
Tra gli italiani presenti, Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia, che gestisce il sito archeologico friulano, ha riconosciuto l'importanza di condividere con altre aree ricerche ed esperienze, per meglio affrontare problematiche spesso comuni. Il tema della gestione dell'acqua e delle infltrazioni è ad esempio un problema che affligge Aquileia e numerosi altri siti. Ha ricordato inoltre l'importante ruolo di ponte culturale di Aquileia tra paesi di prossimità e non solo. Proprio dieci anni fa il Museo nazionale Archeologico di Aquileia aveva ospitato alcuni reperti provenienti dal Bardo di Tunisi nell'ottica di sottolineare i concetti di convivenza, dialogo e rispetto interculturale in un momento storico minacciato dalle tendenze distruttrici del fondamentalismo. E l'anno successivo, sempre ad Aquileia, la mostra dedicata a Palmira con fotografie di Elio Ciol aveva posto sotto lo sguardo del pubblico il dramma di una crisi umana.
Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei, a cui fa capo l'area archeologica di Brixia, è portatore del dialogo che unisce antichità e contemporaneità, nell'ottica di rendere il patrimonio antico sempre vivo e identitario per la comunità dei residenti. Da anni Brescia investe nella valorizzazione del suo patrimonio attraverso un ricco palinsesto di eventi legati alla Vittoria Alata e ai grandi bronzi bresciani, chiamando artisti come Emilio Isgrò, che ha realizzato una monumentale installazione in una fermata della metropolitana di Brescia, e Francesco Vezzoli, autore l'installazione "Victoria Mater. L'idolo e l'icona a Brescia". L'appuntamento romano è stato l'occasione per presentare in anteprima l'intervento dell'archi-star David Chipperfield per il restauro e la rifunzionalizzazione del Teatro Romano di Brescia. «Crediamo fermamente che sia importante tenere vivo il legame identitario della comunità locale con il suo patrimonio archeologico e artistico in generale. In questo senso l'intervento di Mohamad Saleh è stato spiazzante» ha dichiarato Karadjov.
Le parole di Mohamad Saleh, direttore del turismo e dell’archeologia di Palmira, hanno impresso al dibattito una svolta emotiva e concettuale, riportando l’attenzione su una verità spesso rimossa: senza una comunità viva, l’archeologia non esiste. Palmira non è soltanto uno dei grandi siti archeologici del mondo antico, un tempo crocevia di commerci e culture, città in dialogo con Roma e con il Mediterraneo. Palmira oggi è una città svuotata. Dopo quarant’anni di guerra, non restano solo monumenti distrutti, ma alberi abbattuti, giardini scomparsi, uliveti cancellati. Non ci sono scuole funzionanti né ospedali, gli hotel sono ridotti a macerie, il turismo è un ricordo lontano. Le persone se ne vanno, e chi resta sopravvive grazie agli aiuti dei familiari emigrati altrove, spesso all’estero o nei campi profughi.
In questo scenario, l’archeologia rischia di perdere ogni significato. Non perché le rovine non abbiano valore, ma perché, come sottolinea Saleh, senza un legame identitario tra il patrimonio e la comunità che lo abita, il sito si riduce a un ammasso di pietre. La città ha perso la sua economia, il suo tessuto sociale, e persino la lingua dialettale e le tradizioni educative stanno scomparendo. È una crisi che non colpisce solo la materia, ma l’eredità intangibile, la più fragile e la più lenta da ricostruire.
Proteggere Palmira è complesso anche dal punto di vista materiale: si tratta di un’area vasta, aperta e vulnerabile. Ma la vera emergenza non è soltanto la tutela delle rovine. È riportare la vita, riportare le persone, creare le condizioni affinché la comunità possa tornare a riconoscersi in quel luogo. Senza scuole, senza lavoro, senza servizi essenziali, non può esistere né turismo sostenibile né conservazione possibile.
Palmira ci ricorda che l’archeologia non è il culto della rovina, ma un atto di responsabilità verso il presente. Non serve a celebrare ciò che è stato, se non riesce a dare senso a ciò che è. I siti archeologici non sono musei a cielo aperto destinati al silenzio: sono organismi vivi, che respirano attraverso le persone che li abitano. Dove manca la comunità, l’archeologia muore; dove riesce a intrecciarsi con la vita quotidiana, con i bisogni e con la memoria condivisa, diventa futuro.
Ed è proprio in questa capacità di trasformare il patrimonio in relazione viva tra popoli, territori e comunità che l’archeologia si conferma oggi uno degli strumenti più potenti e necessari della diplomazia culturale. Frutto della cooperazione culturale tra Italia e Turchia, nei prossimi mesi sarà allestita al Colosseo una mostra dedicata a Troia, uno dei miti più potenti e fondativi della storia antica, simbolo di un patrimonio condiviso che attraversa il Mediterraneo e le civiltà che lo hanno abitato.
Mentre a Roma si sono dati appuntamento oltre settanta relatori – tra studiosi, professionisti e responsabili di siti archeologici dell’area mediterranea – per le giornate del convegno ArcheoSite. Il presente dell’archeologia (21-23 gennaio), dedicato alla tutela, alla gestione e alla valorizzazione dei siti tra Europa e Mediterraneo, il ministro della cultura Alessandro Giuli è voltato a Tunisi per inaugurare al Museo Nazionale del Bardo la mostra "Magna Mater tra Zama e Roma".
L’esposizione, che arriva nella capitale del Nord Africa dopo la tappa romana al Colosseo, presenta trenta sculture inedite, datate tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C., rinvenute nel sito di Zama e restaurate in Italia da un’équipe congiunta di restauratori italiani e tunisini. Ma l’impegno del nostro Paese non si esaurisce nella mostra: proseguirà con un nuovo progetto di ricerca, restauro e valorizzazione del grande santuario della Magna Mater e di Attis a Zama, oltre che del sito di El-Jem, l’antica Thysdrus.
Il rinnovato ponte verso la Tunisia si affianca a un’altra iniziativa che si era svolta due anni fa, sempre al Colosseo, in occasione della mostra "Göbeklitepe: L’enigma di un luogo sacro", dedicata al sito neolitico situato nel Sud-est della Turchia, considerato l’insediamento monumentale più antico mai scoperto.
Con l’auspicio di attivare «una rete permanente tra istituzioni europee e del Mediterraneo» – parole di Alfonsina Russo, direttore del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale e promotrice delle giornate di studio – l’archeologia si conferma un potente strumento per la comunità locale capace di far dialogare passato e presente, dando forma al contemporaneo, come sottolinea Simone Quilici, direttore del Parco archeologico del Colosseo.
Le sfide che oggi l’archeologia è chiamata ad affrontare sono molteplici e spaziano dalle crisi naturali a quelle umane, fino alle più recenti legate all’overtourism. Si fa strada un nuovo approccio alla disciplina: da semplice accumulo di rovine di un passato glorioso, immobili e prive di contatto con il presente, come era immaginata l'archeologia 200 anni fa, diventa sempre più specchio del mondo attuale. In questo processo, strumenti innovativi come il digitale si rivelano fondamentali per la comunicazione e per incentivare le visite di prossimità, restituendo i luoghi alla cittadinanza.
Con oltre 14 milioni di visitatori all’anno, il Colosseo rappresenta emblematicamente le criticità legate all’overtourism. Per Simone Quilici diventa prioritario «restituire il monumento ai romani», rimettendo al centro il tema della cittadinanza e del territorio, inteso non solo come insediamento urbano ma anche come paesaggio naturale, creando un legame di continuità con il parco dell'Appia antica.
Dinamica e fragile, continuamente sollecitata dalla realtà quotidiana, l’archeologia si è rafforzata grazie a una visione multidisciplinare, oggi più che mai necessaria per affrontare le questioni legate alla conservazione, alla gestione, alla comunicazione e al coinvolgimento del pubblico.
Dalla Grecia, Demetris Athanasoulis, direttore del Magistrato delle Antichità delle Cicladi, illustra gli interventi realizzati sull’isola di Delos per migliorare l’esperienza di visita, attraverso nuovi camminamenti tra le rovine e l’impiego di tecnologie digitali che consentono di visualizzare gli spazi esterni all’interno del museo. Tania Zaven, manager dell’area archeologica di Byblos, a circa quaranta chilometri a nord di Beirut, racconta invece strategie e interventi messi in atto in tempi di guerra. Grazie a una collaborazione intensa con il governo francese e con le istituzioni museali di Parigi – che ha dato vita a mostre, concerti e documentari di sensibilizzazione – l’amministrazione di Byblos è riuscita a ottenere per il sito, che comprende il celebre Castello dei Crociati e una necropoli risalente a cinquemila anni fa, la protezione rafforzata dell’UNESCO, a fronte dei rischi legati ai conflitti regionali.
Tra gli italiani presenti, Cristiano Tiussi, direttore della Fondazione Aquileia, che gestisce il sito archeologico friulano, ha riconosciuto l'importanza di condividere con altre aree ricerche ed esperienze, per meglio affrontare problematiche spesso comuni. Il tema della gestione dell'acqua e delle infltrazioni è ad esempio un problema che affligge Aquileia e numerosi altri siti. Ha ricordato inoltre l'importante ruolo di ponte culturale di Aquileia tra paesi di prossimità e non solo. Proprio dieci anni fa il Museo nazionale Archeologico di Aquileia aveva ospitato alcuni reperti provenienti dal Bardo di Tunisi nell'ottica di sottolineare i concetti di convivenza, dialogo e rispetto interculturale in un momento storico minacciato dalle tendenze distruttrici del fondamentalismo. E l'anno successivo, sempre ad Aquileia, la mostra dedicata a Palmira con fotografie di Elio Ciol aveva posto sotto lo sguardo del pubblico il dramma di una crisi umana.
Stefano Karadjov, direttore della Fondazione Brescia Musei, a cui fa capo l'area archeologica di Brixia, è portatore del dialogo che unisce antichità e contemporaneità, nell'ottica di rendere il patrimonio antico sempre vivo e identitario per la comunità dei residenti. Da anni Brescia investe nella valorizzazione del suo patrimonio attraverso un ricco palinsesto di eventi legati alla Vittoria Alata e ai grandi bronzi bresciani, chiamando artisti come Emilio Isgrò, che ha realizzato una monumentale installazione in una fermata della metropolitana di Brescia, e Francesco Vezzoli, autore l'installazione "Victoria Mater. L'idolo e l'icona a Brescia". L'appuntamento romano è stato l'occasione per presentare in anteprima l'intervento dell'archi-star David Chipperfield per il restauro e la rifunzionalizzazione del Teatro Romano di Brescia. «Crediamo fermamente che sia importante tenere vivo il legame identitario della comunità locale con il suo patrimonio archeologico e artistico in generale. In questo senso l'intervento di Mohamad Saleh è stato spiazzante» ha dichiarato Karadjov.
Le parole di Mohamad Saleh, direttore del turismo e dell’archeologia di Palmira, hanno impresso al dibattito una svolta emotiva e concettuale, riportando l’attenzione su una verità spesso rimossa: senza una comunità viva, l’archeologia non esiste. Palmira non è soltanto uno dei grandi siti archeologici del mondo antico, un tempo crocevia di commerci e culture, città in dialogo con Roma e con il Mediterraneo. Palmira oggi è una città svuotata. Dopo quarant’anni di guerra, non restano solo monumenti distrutti, ma alberi abbattuti, giardini scomparsi, uliveti cancellati. Non ci sono scuole funzionanti né ospedali, gli hotel sono ridotti a macerie, il turismo è un ricordo lontano. Le persone se ne vanno, e chi resta sopravvive grazie agli aiuti dei familiari emigrati altrove, spesso all’estero o nei campi profughi.
In questo scenario, l’archeologia rischia di perdere ogni significato. Non perché le rovine non abbiano valore, ma perché, come sottolinea Saleh, senza un legame identitario tra il patrimonio e la comunità che lo abita, il sito si riduce a un ammasso di pietre. La città ha perso la sua economia, il suo tessuto sociale, e persino la lingua dialettale e le tradizioni educative stanno scomparendo. È una crisi che non colpisce solo la materia, ma l’eredità intangibile, la più fragile e la più lenta da ricostruire.
Proteggere Palmira è complesso anche dal punto di vista materiale: si tratta di un’area vasta, aperta e vulnerabile. Ma la vera emergenza non è soltanto la tutela delle rovine. È riportare la vita, riportare le persone, creare le condizioni affinché la comunità possa tornare a riconoscersi in quel luogo. Senza scuole, senza lavoro, senza servizi essenziali, non può esistere né turismo sostenibile né conservazione possibile.
Palmira ci ricorda che l’archeologia non è il culto della rovina, ma un atto di responsabilità verso il presente. Non serve a celebrare ciò che è stato, se non riesce a dare senso a ciò che è. I siti archeologici non sono musei a cielo aperto destinati al silenzio: sono organismi vivi, che respirano attraverso le persone che li abitano. Dove manca la comunità, l’archeologia muore; dove riesce a intrecciarsi con la vita quotidiana, con i bisogni e con la memoria condivisa, diventa futuro.
Ed è proprio in questa capacità di trasformare il patrimonio in relazione viva tra popoli, territori e comunità che l’archeologia si conferma oggi uno degli strumenti più potenti e necessari della diplomazia culturale. Frutto della cooperazione culturale tra Italia e Turchia, nei prossimi mesi sarà allestita al Colosseo una mostra dedicata a Troia, uno dei miti più potenti e fondativi della storia antica, simbolo di un patrimonio condiviso che attraversa il Mediterraneo e le civiltà che lo hanno abitato.
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