Morandi, Torrentius e i colori dei giovani: la scelta di Berber
Il più giovane artista alla fiera degli antiquari. Tarik Berber, un contemporaneo fuori tempo
Tarik Berber, Sunflowers 1, 2026, olio su tela, 85x100 cm, Milano
Eleonora Zamparutti
08/11/2026
Milano - La sera del 22 ottobre, nella galleria di Lorenza Salamon presso Palazzo Cicogna, a Milano, ascolto il critico d’arte e giornalista Andrea Dusio e l’artista Tarik Berber parlare di pittura davanti a quattro tele: due nature morte e due dipinti di figura in giallo. Non è una presentazione, è una conversazione tra due amici che hanno deciso di dirsi in pubblico quello che in studio, qualche giorno prima, avevano condiviso.
Dusio aveva visto i lavori più recenti alla luce di un mezzogiorno e poi, racconta, “senza esserci accordati in alcun modo, avevamo parlato d’altro, riservando il momento di confrontarci all’incontro in galleria”. A un certo punto, mentre parlano, scopro dove quelle tele andranno: non a una fiera d’arte contemporanea, ma ad AMART, la mostra dell’antiquariato di Milano, a Palazzo della Permanente, dal 5 all’8 novembre. Accanto a loro, Lorenza Salamon ha deciso di appendere un’acquaforte di Giorgio Morandi.
Andrea Dusio, quella sera di ottobre, citando Roberto Longhi che nel 1945 recensiva le nature morte di Morandi, ricorda la frase con cui lo storico spiegava la rinuncia del pittore bolognese alla figura umana: “Ogni uomo cerca i limiti della propria libertà, ognuno fa i suoi incontri”.
È l’incontro, aggiunge, che lo lega a Tarik, “il mio Amerikanische Freund”, come nel film di Wim Wenders in cui a tenere insieme la trama sono proprio dei quadri. La loro amicizia è nata anni fa nel 2020 alla vigilia della pandemia, in occasione della mostra di Tarik Berber allo spazio MAC di Gianni Maimeri realizzata in collaborazione con ARTE.it.
Il pomeriggio dell’inaugurazione di AMART, alla Permanente, cammino tra mobili del Settecento, argenti e maioliche fino allo stand Salamon. Ci sono i quattro dipinti di Tarik e, in mezzo, la Natura morta con la caffettiera che Morandi incise nel 1933: uno dei suoi formati più grandi, una lastra dai grigi argentei, timbro della Galleria del Milione sul retro. Tarik è lì davanti. Ha quarantasei anni ed è, di gran lunga, il più giovane artista in fiera.

Giorgio Morandi, Natura morta con la caffettiera, 1933, Acquaforte originale, firmata a matita in basso a destra e numerata in basso a sinistra 6/40; Vitali (ed. 1964) n. 99 II/III; matrice mm 390 x 290 foglio mm 382 x 516.
“In una fiera dell’antiquariato mi sento un po’ a casa”
Il paradosso lo metto subito sul tavolo. Lui lo smonta.
“Può sembrare così, ma in verità non lo è. Ho iniziato a lavorare più di vent’anni fa, nel 2002, con la Galleria Poggiali, con cui ho partecipato a varie fiere, Verona, Bologna, Milano, Torino. Tuttavia non ho mai trovato un posto per me, perché la mia pittura non è quella del contemporaneo, nonostante io sia un contemporaneo. La gente che va a vedere arte contemporanea, quando vede un mio lavoro, non si sente provocata, non è quello che si aspetta, quindi non posso entrare in quelle caselle lì”.
Ad AMART, invece, “si impone il fuoritempo in qualche maniera: non il tempo di ora, non il tempo del futuro, ma il tempo che appartiene ai grandi maestri, a ciò che rimane nel tempo. C’è la frase di Jorge Luis Borges che dice: ci sono cose che non appartengono a nessun tempo, rimangono nel tempo. Se mi metto in una fiera dell’antiquariato, mi sento un po’ a casa”.
L’idea che insegue è quella del quadro come pezzo da museo, “non nel senso che dovrebbe stare in un museo, ma dipinti che uno osserva con la stessa predisposizione che ha quando va in un museo, paga il biglietto, si prende tutto il tempo necessario con calma, c’è il guardasala che gli dice di non avvicinarsi troppo, e quindi guarda il quadro con un altro tipo di occhi, un altro tipo di rispetto. La sorpresa è che non si direbbe che l’ha fatto un uomo di 46 anni”.
L’otium e il raw dogging
Tarik usa un’espressione che circola tra i ragazzi: raw dogging, stare seduti per ore, in aereo o in treno, senza telefono, senza musica, senza niente. Lo spazio per la pittura, mi dice, è uno spazio rubato alla velocità. Gli chiedo se quel tempo allude a una forma di otium.
“Otium nel senso di otium letterario, nel senso di momento di raccolta, di ritiro dove puoi guardarti dentro”. E poi, con la musica classica come termine di paragone: “Non hai mai la sensazione, mentre la ascolti, che stai sprecando tempo. La pittura funziona alla stessa maniera, però devi ricavarti più tempo per poter osservare. Per poter vivere un quadro devi staccare la spina. Con la musica questo stacco avviene in modo più veloce, con un quadro no: hai bisogno di allontanarti un istante dal mondo per guardare un bel quadro in casa, per goderti quel momento. Ti ricorda perché lo hai comprato, perché l’hai portato a casa, perché ce l’hai proprio in quella posizione lì”.

Tarik Berber, Diabolus In Musica Torrentius 2, 2026, olio su tela, 85x100 cm, Milano
Come si guarda un Morandi
Il dialogo con Morandi, dice Dusio, “è ineludibile e imprescindibile” per chiunque oggi dipinga una natura morta. Ma per Tarik non è una citazione: è uno studio. Dusio lo ha detto chiaramente quella sera a Palazzo Cicogna: le nuove nature morte “sono germinate proprio dallo studio di Morandi, dall’osservazione ossessiva della struttura delle sue opere”.
Tarik vi riconosce “qualcosa che somiglia a un bersaglio e una sequenza che contenga in sé il segreto della propria bellezza, come i numeri di Fibonacci. Quando ne hai colto la cifra inizi a domandarti: ma perché quella bottiglia è per terra? Scopri così le geometrie interne, l’architettura invisibile, la luce che lavora più sull’ombra che sull’oggetto fisico”.
Davanti all’acquaforte della caffettiera, Tarik mi spiega che cosa cerca. “Come si guarda un Morandi? Come faccio a far venire la voglia di guardare il mio quadro come io guardo un Morandi? Prendendomi il tempo, godendo dei colori, degli oggetti, del tempo che ci ha messo lui a fare un quadro. Attraverso una citazione di Morandi ti invito a prendere il tuo tempo sul mio quadro come si prende il tempo per un Morandi. Se io faccio delle opere alla Caravaggio, ti invito a osservare la teatralità del mio lavoro. Se invece mi ispiro a un Vermeer, a un Morandi, ti invito a una ponderata osservazione, che ti porta oltre la materialità degli oggetti, della luce, del pigmento”.
Morandi, del resto, lo ha fatto per tutta la vita: le stesse bottiglie, la stessa caffettiera raccolte nello studio dal 1914, spostate di un centimetro ogni volta, e ogni volta un quadro diverso. La fedeltà a un vocabolario ristretto, letta dai contemporanei distratti come un limite, era il cuore della ricerca.
Nature morte lombarde, un olandese con un solo quadro e i colori dei giovani
Le nature morte di Tarik hanno fondi neri e oggetti di colori vari. Nascono, racconta, in casa di un’amica: “aveva fatto restaurare delle nature morte lombarde realizzate tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600. Le ho trovate splendide perché c’era una pera gialla, una pera rossa, una pittura che in qualche maniera ricordava Caravaggio, quello del cesto di frutta, anche se in quel caso lo sfondo era chiaro. Durante il periodo barocco le nature morte vanno nello scuro, nel buio, e hanno questi frutti che vibrano sullo sfondo scuro”.
Tornato a casa, gli capita tra le mani un libro sul secolo d’oro olandese, Natura morta con briglia, dedicato a Johannes Torrentius, “un personaggio mitologico che ha lasciato un’opera sola, ed è un tondo”. I quadri di Tarik che ammiriamo alla fiera sono rettangolari, “però sono basati su un tavolo tondo, e su quel tavolo tondo poi nasce tutto il collegamento a Torrentius. Non c’è una linea diretta con un maestro del passato. Mescolo Torrentius con Morandi, con le nature morte della Lombardia di fine ‘500, mescolo ed elaboro con il tempo, fino a raggiungere un momento di chiarezza mentale”.
E poi c’è un episodio in un colorificio. “Ho detto: ok, mi servono terre, questo pigmento qua, il nero così. E poi ho fatto una battuta e ho detto: e ora portatemi a vedere quei colori nuovi che usano i giovani. Credevo che il commesso si sarebbe messo a ridere, invece mi ha detto: no no, vieni con me. E in effetti ci sono tutte queste tonalità nuove di lilla fluorescente, rosa, verde, colori potentissimi, che sembrano i colori di uno schermo, con una potenza interna che ti brucia la retina. Mi sono domandato come si potrebbero usare i nuovi colori con questa vibrazione, questa contemporaneità dei giovani. E l’ho mescolata alla natura morta”.
Il giallo, e il nero che lo regge
Dalle nature morte si passa ai “girasoli”, come Tarik chiama le tele con figure senza volto che si spogliano, avvolte in vortici di giallo su fondo nero. Dusio, la prima volta che le ha viste, ha pensato “all’autoritratto di van Eyck della National Gallery, alla forza ipnotica della profondità cromatica del copricapo”, e le descrive come “un magnifico tour de force sul giallo, il colore di Van Gogh, Turner e Matisse, che Kandinsky equiparava allo squillo di una tromba e Klimt usava per evocare la sensualità”.
Tarik ci arriva dal rosso. “Prima usavo un colore rosso molto intenso. Col giallo la questione diventa un po’ più mistica. Perché ho tolto il rosso? Per togliere il ‘patetico’, per togliere un peso. Questi quadri gialli sono il frutto di questo spogliamento”. Ma il segreto, dice, non sta nel giallo. “Il nero, che può sembrare quasi una scorciatoia, in verità è il fondamento. Non è semplicemente uno sfondo nero, ma è proprio la base perché possa reggere quella pera piccola sotto la luce. Per ottenere quel giallo lì non mi serve solo il giallo medio, ma mi serve una potenza sotto, un nero che lo regga. Prima devo costruire col nero per poi risuonare con il giallo dei girasoli. Quelli di Van Gogh sono giallo su giallo, giallo caldo su giallo freddo. Questo invece è uno sfondo quasi diretto”.
Ha cercato neri diversi. La soluzione è la stratificazione: “sta tutto nella stratificazione di vari colori per poi arrivare ai marroni. Già lì senti il peso del nero, e poi ci vai su col nero e lo senti proprio forte, pesante. Non è più un’ombra, è proprio l’oscurità”.
Dusio descrive il risultato così: una pratica “che procede per sessioni di lavoro non programmate, senza definire a priori quando un dipinto è finito”, fino al momento in cui “la sequenza numerica sembra completata e la struttura in perfetto equilibrio”.
La grande oscurità
Quel nero ha un nome, per Tarik: la grande oscurità. “Esiste il male, la grande oscurità, esiste e bisogna accoglierla in qualche maniera, non far finta che non esista. Non il male idealizzato da un film di Hollywood: il male ha diverse forme, non è quello che ti raccontano i cartoni animati”.
Tarik è nato in Bosnia, e questo non è un discorso astratto: “Io, da quando conosco me stesso, sono immerso in queste domande. L’ultimo genocidio l’hanno fatto a Srebrenica, in Europa. Quindi so benissimo di che si tratta, quando lo vedo lo riconosco”.
Da qui le figure che si denudano: “una persona che si sveste dei propri cangianti colori e si immerge, nuda, nella grande oscurità. Queste cose non si possono percepire durante una fiera d’arte contemporanea, dove tu vai come in un fast food, se è tanto hai tre ore per vedere 450 gallerie. Però l’arte di per sé dovrebbe parlare di queste cose qua, di eros e di thanatos”.
La chiamata
Gli chiedo se ha scelto l’arte per un’esigenza spirituale. “È sempre stata quella mistica lì, proprio in famiglia. Nasco in una famiglia di pittori e artisti, c’è sempre stata questa cosa che l’arte ti avrebbe elevato spiritualmente, ti avrebbe aiutato ad attraversare il mondo. Però la teoria è una cosa bella, poi ti scontri con mille altre cose, pagare le bollette, dover viaggiare, interagire con il mondo per poi poter avere quei momenti di pace e di purezza. Non è un lavoro dalle 8 alle 5, è un cavallo imbizzarrito”.
Ha cominciato a dipingere a quattordici anni, a diciannove era in Accademia, al terzo anno aveva già una galleria. “Mi rendo conto che c’è stata una chiamata, perché non è possibile che un ragazzo di 14-15 anni avesse già capito, era certo che questa sarebbe stata la sua vita”. A Bolzano, da adolescente, passava le domeniche sera con un amico, lo scrittore Luca D’Andrea, a parlare di scultura e pittura: “Lui ha detto che noi eravamo dei fondamentalisti dell’arte”.
Oggi, dopo ventitré anni di fiere, la produzione si è fatta più lenta. “Per fare ogni pezzo, per dargli quell’intensità che mi interessa, ci metto molto più tempo. Credo che l’età ti porti a cercare dei temi più densi, anche i riferimenti più densi, da Bronzino a Pontormo a Morandi, per poi prenderti proprio il tuo tempo per elaborare tutti questi dati. Poi non so se ci riesco”.
Alla Permanente, intanto, un visitatore si ferma davanti a un tavolino del Settecento, poi scivola con lo sguardo sulle figure in giallo di Tarik. È esattamente il pubblico che lui voleva: “le persone vanno lì e osservano oggetti di antiquariato, e in quel momento si gustano anche la mia opera. E magari gli arriva meglio”. Dusio, la sera di Palazzo Cicogna, aveva chiesto al pubblico di “vestire anche per pochi minuti i panni del pittore che studiando Morandi s’appropria di una sua struttura armonica” e la fonde “in un colore che assorbe la luce e si trasforma con essa, in una musica tonale fatta di poche, scabre successioni di accordi”.
Tra un argento e una caffettiera incisa nel 1933, quel giallo suona come lo squillo di tromba di Kandinsky. Fuori tempo, e proprio per questo nel tempo.
Dusio aveva visto i lavori più recenti alla luce di un mezzogiorno e poi, racconta, “senza esserci accordati in alcun modo, avevamo parlato d’altro, riservando il momento di confrontarci all’incontro in galleria”. A un certo punto, mentre parlano, scopro dove quelle tele andranno: non a una fiera d’arte contemporanea, ma ad AMART, la mostra dell’antiquariato di Milano, a Palazzo della Permanente, dal 5 all’8 novembre. Accanto a loro, Lorenza Salamon ha deciso di appendere un’acquaforte di Giorgio Morandi.
Andrea Dusio, quella sera di ottobre, citando Roberto Longhi che nel 1945 recensiva le nature morte di Morandi, ricorda la frase con cui lo storico spiegava la rinuncia del pittore bolognese alla figura umana: “Ogni uomo cerca i limiti della propria libertà, ognuno fa i suoi incontri”.
È l’incontro, aggiunge, che lo lega a Tarik, “il mio Amerikanische Freund”, come nel film di Wim Wenders in cui a tenere insieme la trama sono proprio dei quadri. La loro amicizia è nata anni fa nel 2020 alla vigilia della pandemia, in occasione della mostra di Tarik Berber allo spazio MAC di Gianni Maimeri realizzata in collaborazione con ARTE.it.
Il pomeriggio dell’inaugurazione di AMART, alla Permanente, cammino tra mobili del Settecento, argenti e maioliche fino allo stand Salamon. Ci sono i quattro dipinti di Tarik e, in mezzo, la Natura morta con la caffettiera che Morandi incise nel 1933: uno dei suoi formati più grandi, una lastra dai grigi argentei, timbro della Galleria del Milione sul retro. Tarik è lì davanti. Ha quarantasei anni ed è, di gran lunga, il più giovane artista in fiera.

Giorgio Morandi, Natura morta con la caffettiera, 1933, Acquaforte originale, firmata a matita in basso a destra e numerata in basso a sinistra 6/40; Vitali (ed. 1964) n. 99 II/III; matrice mm 390 x 290 foglio mm 382 x 516.
“In una fiera dell’antiquariato mi sento un po’ a casa”
Il paradosso lo metto subito sul tavolo. Lui lo smonta.
“Può sembrare così, ma in verità non lo è. Ho iniziato a lavorare più di vent’anni fa, nel 2002, con la Galleria Poggiali, con cui ho partecipato a varie fiere, Verona, Bologna, Milano, Torino. Tuttavia non ho mai trovato un posto per me, perché la mia pittura non è quella del contemporaneo, nonostante io sia un contemporaneo. La gente che va a vedere arte contemporanea, quando vede un mio lavoro, non si sente provocata, non è quello che si aspetta, quindi non posso entrare in quelle caselle lì”.
Ad AMART, invece, “si impone il fuoritempo in qualche maniera: non il tempo di ora, non il tempo del futuro, ma il tempo che appartiene ai grandi maestri, a ciò che rimane nel tempo. C’è la frase di Jorge Luis Borges che dice: ci sono cose che non appartengono a nessun tempo, rimangono nel tempo. Se mi metto in una fiera dell’antiquariato, mi sento un po’ a casa”.
L’idea che insegue è quella del quadro come pezzo da museo, “non nel senso che dovrebbe stare in un museo, ma dipinti che uno osserva con la stessa predisposizione che ha quando va in un museo, paga il biglietto, si prende tutto il tempo necessario con calma, c’è il guardasala che gli dice di non avvicinarsi troppo, e quindi guarda il quadro con un altro tipo di occhi, un altro tipo di rispetto. La sorpresa è che non si direbbe che l’ha fatto un uomo di 46 anni”.
L’otium e il raw dogging
Tarik usa un’espressione che circola tra i ragazzi: raw dogging, stare seduti per ore, in aereo o in treno, senza telefono, senza musica, senza niente. Lo spazio per la pittura, mi dice, è uno spazio rubato alla velocità. Gli chiedo se quel tempo allude a una forma di otium.
“Otium nel senso di otium letterario, nel senso di momento di raccolta, di ritiro dove puoi guardarti dentro”. E poi, con la musica classica come termine di paragone: “Non hai mai la sensazione, mentre la ascolti, che stai sprecando tempo. La pittura funziona alla stessa maniera, però devi ricavarti più tempo per poter osservare. Per poter vivere un quadro devi staccare la spina. Con la musica questo stacco avviene in modo più veloce, con un quadro no: hai bisogno di allontanarti un istante dal mondo per guardare un bel quadro in casa, per goderti quel momento. Ti ricorda perché lo hai comprato, perché l’hai portato a casa, perché ce l’hai proprio in quella posizione lì”.

Tarik Berber, Diabolus In Musica Torrentius 2, 2026, olio su tela, 85x100 cm, Milano
Come si guarda un Morandi
Il dialogo con Morandi, dice Dusio, “è ineludibile e imprescindibile” per chiunque oggi dipinga una natura morta. Ma per Tarik non è una citazione: è uno studio. Dusio lo ha detto chiaramente quella sera a Palazzo Cicogna: le nuove nature morte “sono germinate proprio dallo studio di Morandi, dall’osservazione ossessiva della struttura delle sue opere”.
Tarik vi riconosce “qualcosa che somiglia a un bersaglio e una sequenza che contenga in sé il segreto della propria bellezza, come i numeri di Fibonacci. Quando ne hai colto la cifra inizi a domandarti: ma perché quella bottiglia è per terra? Scopri così le geometrie interne, l’architettura invisibile, la luce che lavora più sull’ombra che sull’oggetto fisico”.
Davanti all’acquaforte della caffettiera, Tarik mi spiega che cosa cerca. “Come si guarda un Morandi? Come faccio a far venire la voglia di guardare il mio quadro come io guardo un Morandi? Prendendomi il tempo, godendo dei colori, degli oggetti, del tempo che ci ha messo lui a fare un quadro. Attraverso una citazione di Morandi ti invito a prendere il tuo tempo sul mio quadro come si prende il tempo per un Morandi. Se io faccio delle opere alla Caravaggio, ti invito a osservare la teatralità del mio lavoro. Se invece mi ispiro a un Vermeer, a un Morandi, ti invito a una ponderata osservazione, che ti porta oltre la materialità degli oggetti, della luce, del pigmento”.
Morandi, del resto, lo ha fatto per tutta la vita: le stesse bottiglie, la stessa caffettiera raccolte nello studio dal 1914, spostate di un centimetro ogni volta, e ogni volta un quadro diverso. La fedeltà a un vocabolario ristretto, letta dai contemporanei distratti come un limite, era il cuore della ricerca.
Nature morte lombarde, un olandese con un solo quadro e i colori dei giovani
Le nature morte di Tarik hanno fondi neri e oggetti di colori vari. Nascono, racconta, in casa di un’amica: “aveva fatto restaurare delle nature morte lombarde realizzate tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600. Le ho trovate splendide perché c’era una pera gialla, una pera rossa, una pittura che in qualche maniera ricordava Caravaggio, quello del cesto di frutta, anche se in quel caso lo sfondo era chiaro. Durante il periodo barocco le nature morte vanno nello scuro, nel buio, e hanno questi frutti che vibrano sullo sfondo scuro”.
Tornato a casa, gli capita tra le mani un libro sul secolo d’oro olandese, Natura morta con briglia, dedicato a Johannes Torrentius, “un personaggio mitologico che ha lasciato un’opera sola, ed è un tondo”. I quadri di Tarik che ammiriamo alla fiera sono rettangolari, “però sono basati su un tavolo tondo, e su quel tavolo tondo poi nasce tutto il collegamento a Torrentius. Non c’è una linea diretta con un maestro del passato. Mescolo Torrentius con Morandi, con le nature morte della Lombardia di fine ‘500, mescolo ed elaboro con il tempo, fino a raggiungere un momento di chiarezza mentale”.
E poi c’è un episodio in un colorificio. “Ho detto: ok, mi servono terre, questo pigmento qua, il nero così. E poi ho fatto una battuta e ho detto: e ora portatemi a vedere quei colori nuovi che usano i giovani. Credevo che il commesso si sarebbe messo a ridere, invece mi ha detto: no no, vieni con me. E in effetti ci sono tutte queste tonalità nuove di lilla fluorescente, rosa, verde, colori potentissimi, che sembrano i colori di uno schermo, con una potenza interna che ti brucia la retina. Mi sono domandato come si potrebbero usare i nuovi colori con questa vibrazione, questa contemporaneità dei giovani. E l’ho mescolata alla natura morta”.
Il giallo, e il nero che lo regge
Dalle nature morte si passa ai “girasoli”, come Tarik chiama le tele con figure senza volto che si spogliano, avvolte in vortici di giallo su fondo nero. Dusio, la prima volta che le ha viste, ha pensato “all’autoritratto di van Eyck della National Gallery, alla forza ipnotica della profondità cromatica del copricapo”, e le descrive come “un magnifico tour de force sul giallo, il colore di Van Gogh, Turner e Matisse, che Kandinsky equiparava allo squillo di una tromba e Klimt usava per evocare la sensualità”.
Tarik ci arriva dal rosso. “Prima usavo un colore rosso molto intenso. Col giallo la questione diventa un po’ più mistica. Perché ho tolto il rosso? Per togliere il ‘patetico’, per togliere un peso. Questi quadri gialli sono il frutto di questo spogliamento”. Ma il segreto, dice, non sta nel giallo. “Il nero, che può sembrare quasi una scorciatoia, in verità è il fondamento. Non è semplicemente uno sfondo nero, ma è proprio la base perché possa reggere quella pera piccola sotto la luce. Per ottenere quel giallo lì non mi serve solo il giallo medio, ma mi serve una potenza sotto, un nero che lo regga. Prima devo costruire col nero per poi risuonare con il giallo dei girasoli. Quelli di Van Gogh sono giallo su giallo, giallo caldo su giallo freddo. Questo invece è uno sfondo quasi diretto”.
Ha cercato neri diversi. La soluzione è la stratificazione: “sta tutto nella stratificazione di vari colori per poi arrivare ai marroni. Già lì senti il peso del nero, e poi ci vai su col nero e lo senti proprio forte, pesante. Non è più un’ombra, è proprio l’oscurità”.
Dusio descrive il risultato così: una pratica “che procede per sessioni di lavoro non programmate, senza definire a priori quando un dipinto è finito”, fino al momento in cui “la sequenza numerica sembra completata e la struttura in perfetto equilibrio”.
La grande oscurità
Quel nero ha un nome, per Tarik: la grande oscurità. “Esiste il male, la grande oscurità, esiste e bisogna accoglierla in qualche maniera, non far finta che non esista. Non il male idealizzato da un film di Hollywood: il male ha diverse forme, non è quello che ti raccontano i cartoni animati”.
Tarik è nato in Bosnia, e questo non è un discorso astratto: “Io, da quando conosco me stesso, sono immerso in queste domande. L’ultimo genocidio l’hanno fatto a Srebrenica, in Europa. Quindi so benissimo di che si tratta, quando lo vedo lo riconosco”.
Da qui le figure che si denudano: “una persona che si sveste dei propri cangianti colori e si immerge, nuda, nella grande oscurità. Queste cose non si possono percepire durante una fiera d’arte contemporanea, dove tu vai come in un fast food, se è tanto hai tre ore per vedere 450 gallerie. Però l’arte di per sé dovrebbe parlare di queste cose qua, di eros e di thanatos”.
La chiamata
Gli chiedo se ha scelto l’arte per un’esigenza spirituale. “È sempre stata quella mistica lì, proprio in famiglia. Nasco in una famiglia di pittori e artisti, c’è sempre stata questa cosa che l’arte ti avrebbe elevato spiritualmente, ti avrebbe aiutato ad attraversare il mondo. Però la teoria è una cosa bella, poi ti scontri con mille altre cose, pagare le bollette, dover viaggiare, interagire con il mondo per poi poter avere quei momenti di pace e di purezza. Non è un lavoro dalle 8 alle 5, è un cavallo imbizzarrito”.
Ha cominciato a dipingere a quattordici anni, a diciannove era in Accademia, al terzo anno aveva già una galleria. “Mi rendo conto che c’è stata una chiamata, perché non è possibile che un ragazzo di 14-15 anni avesse già capito, era certo che questa sarebbe stata la sua vita”. A Bolzano, da adolescente, passava le domeniche sera con un amico, lo scrittore Luca D’Andrea, a parlare di scultura e pittura: “Lui ha detto che noi eravamo dei fondamentalisti dell’arte”.
Oggi, dopo ventitré anni di fiere, la produzione si è fatta più lenta. “Per fare ogni pezzo, per dargli quell’intensità che mi interessa, ci metto molto più tempo. Credo che l’età ti porti a cercare dei temi più densi, anche i riferimenti più densi, da Bronzino a Pontormo a Morandi, per poi prenderti proprio il tuo tempo per elaborare tutti questi dati. Poi non so se ci riesco”.
Alla Permanente, intanto, un visitatore si ferma davanti a un tavolino del Settecento, poi scivola con lo sguardo sulle figure in giallo di Tarik. È esattamente il pubblico che lui voleva: “le persone vanno lì e osservano oggetti di antiquariato, e in quel momento si gustano anche la mia opera. E magari gli arriva meglio”. Dusio, la sera di Palazzo Cicogna, aveva chiesto al pubblico di “vestire anche per pochi minuti i panni del pittore che studiando Morandi s’appropria di una sua struttura armonica” e la fonde “in un colore che assorbe la luce e si trasforma con essa, in una musica tonale fatta di poche, scabre successioni di accordi”.
Tra un argento e una caffettiera incisa nel 1933, quel giallo suona come lo squillo di tromba di Kandinsky. Fuori tempo, e proprio per questo nel tempo.
VEDI ANCHE
-
Brescia | 200 anni di mecenatismo, scoperte e identità collettiva
Brescia, il grande romanzo di una città raccontato dai suoi tesori
-
Udine | 1976–2026 | Cinquant'anni dal sisma del Friuli
Friuli 1976: cinquant’anni dopo il terremoto, Marco Petrus riprende il progetto del padre
-
Torino | Dal 12 novembre al 22 febbraio a Palazzo Madama
Antonello da Messina e la nascita del ritratto moderno in arrivo a Torino
-
Firenze | Dal 3 dicembre a Palazzo Pitti nella mostra Magnifico 1492
A Firenze si riunisce la collezione di Lorenzo il Magnifico, con prestiti da tutto il mondo
-
Dalla pittura preraffaellita al cinema, la lunga storia di un mito
L'Egitto immaginario. Duemila anni di egittomania nell'arte
-
Venezia | Una retrospettiva completa a 140 anni dalla nascita
Luigi Russolo, il futurista che amava la musica e… faceva rumore
LA MAPPA
NOTIZIE