A Palazzo Reale fino al 18 giugno
Milano si accende con i colori di Keith Haring
Keith Haring, Untitled, 1983 Inchiostro vinilico su telone di vinile 213,4 x 213,4 cm. Courtesy Laurent Strouk © Keith Haring Foundation
Francesca Grego
20/02/2017
Milano - Inaugurata oggi a Palazzo Reale la mostra evento di questa primavera. Con About Art va in scena fino al 18 giugno la straripante esuberanza di Keith Haring.
Non solo una monumentale esposizione: ancor più delle 110 opere recuperate dalle collezioni pubbliche e private di tre continenti, contano le idee.
Il percorso curato da Gianni Mercurio toglie per la prima volta a Keith Haring l’etichetta esclusiva di enfant terribile o eccentrico rappresentante di una controcultura socialmente e politicamente impegnata - che pure fu - per metterlo in rapporto al contesto della storia dell’arte che gli era ben nota e che influenzò notevolmente la sua ricerca.
Accanto alle tele del writer americano spuntano a sorpresa le sue fonti d’ispirazione: Pollock, Klee, Dubuffet, le creazioni dell’America precolombiana e le maschere del Pacifico, ma anche i calchi della Colonna Traiana e la pittura del Rinascimento. Di ciascuno di questi linguaggi Haring si nutrì, reinterpretandoli nell’originalissima sintesi che conosciamo e cercando di nuovo per l’arte forme e contenuti universali.
Per chi non fosse interessato a simili speculazioni, niente paura: un centinaio di tele e teloni di uno dei pochi artisti cult della seconda metà del XX secolo sono uno spettacolo tutto da godere.
Non solo una monumentale esposizione: ancor più delle 110 opere recuperate dalle collezioni pubbliche e private di tre continenti, contano le idee.
Il percorso curato da Gianni Mercurio toglie per la prima volta a Keith Haring l’etichetta esclusiva di enfant terribile o eccentrico rappresentante di una controcultura socialmente e politicamente impegnata - che pure fu - per metterlo in rapporto al contesto della storia dell’arte che gli era ben nota e che influenzò notevolmente la sua ricerca.
Accanto alle tele del writer americano spuntano a sorpresa le sue fonti d’ispirazione: Pollock, Klee, Dubuffet, le creazioni dell’America precolombiana e le maschere del Pacifico, ma anche i calchi della Colonna Traiana e la pittura del Rinascimento. Di ciascuno di questi linguaggi Haring si nutrì, reinterpretandoli nell’originalissima sintesi che conosciamo e cercando di nuovo per l’arte forme e contenuti universali.
Per chi non fosse interessato a simili speculazioni, niente paura: un centinaio di tele e teloni di uno dei pochi artisti cult della seconda metà del XX secolo sono uno spettacolo tutto da godere.
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