Archeologia e contemporaneo in una grande mostra
La Fragilità dell’Eterno. Dall’Italia a Timișoara, due millenni di arte e sopravvivenza
Vittoria Alata, affresco, I sec. d. C. Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Francesca Grego
28/01/2026
Mondo - Dopo il successo della grande mostra Le luci di Caravaggio, il Museo Nazionale d’Arte di Timișoara (MNArT), torna a collaborare con le istituzioni artistiche italiane in un progetto espositivo ancora più ambizioso. Sono arrivati dalle collezioni del MANN e del Museo di Capodimonte, da Castel Sant’Angelo e dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, oltre che da raccolte private come quella della Galleria Lia Rumma, i capolavori scelti per La Fragilità dell’Eterno. Da Pompei al Grand Tour fino a oggi, in corso nella città rumena fino al prossimo 29 marzo. Un dialogo che attraversa i secoli tra opere mai esposte insieme prima d’ora, per raccontare storie di resilienza, cataclismi e sopravvivenza, dove le ceneri di Pompei incontrano le preoccupazioni del mondo contemporaneo in una riflessione ad ampio raggio sulla vulnerabilità umana. A cura di Filip A. Pectu, Direttore Generale del MNArT e dal Professor Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero della Cultura italiano, l’esposizione è organizzata sotto l’Alto Patrocinio delle istituzioni culturali italiane e rumene, promossa da Federico Mollicone, Presidente della Commissione Cultura presso la Camera dei Deputati, e Gabriela Dancău, Ambasciatrice di Romania presso la Repubblica Italiana.
Ad attendere il pubblico è un’esperienza museale diversa dal solito. Se la mostra su Caravaggio usava lo specchio per evocare i temi della realtà e dell’illusione, questa volta si è scelta la metafora della stratificazione, legata agli scavi archeologici. La scenografia suggerisce il peso della cenere e del passare del tempo, creando un “sipario” che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. La narrazione è affidata a Lucius Valerius Sacer, personaggio di finzione creato sulla base di testimonianze archeologiche reali: un eroe daco-romano vissuto al tempo di Domiziano, di cui troviamo il nome su un altare del sito rumeno di Adamclisi, qui reinventato come superstite dell’eruzione di Pompei.

Maschera, I secolo d.C., marmo. Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Il disastro naturale del Vesuvio avvenuto nel 79 d.C. - che ha conservato tracce di vita romana in un paradosso di distruzione - e il cataclisma antropico del ventesimo secolo, culminato nella macchina bellica delle guerre mondiali, sono i due estremi di un viaggio denso di sorprese, tra spazi che evocano il calore della lava e il silenzio dopo le esplosioni. Sacer conduce i visitatori attraverso i secoli, riflettendo sugli scavi che nel periodo borbonico hanno riportato alla luce la città sepolta, l’incanto dei viaggiatori del Grand Tour, la distruzione meccanizzata dell’era moderna. Si interroga sulla vera natura della sopravvivenza: che cosa ci definisce, ciò che distrugge o ciò che rimane?
Lungo il percorso le opere contemporanee di artisti come Lucio Fontana, Alberto Burri, Gian Maria Tosatti, Anselm Kiefer agiscono da contrappunti, moderni “specchi” che riflettono il trauma antico. Il dialogo tra i reperti romani, alle origini della tradizione visuale europea, e le opere romantiche o neoclassiche risalenti all’epoca del Grand Tour culmina in una riflessione sulla fragilità della vita di fronte a disastri naturali e causati dall’uomo.
Accanto ai reperti arrivati dall’Italia, ce ne sono altri provenienti dalla collezione permanente del museo, testimoni di una storia poco nota al pubblico occidentale. A portarli in Romania alla fine del XIX secolo fu il fondatore del museo di Timișoara Zsigmond Ormós, dopo due viaggi a Napoli compiuti nel 1865 e il 1872. Recuperando un prezioso libro di Ormós su Pompei, i curatori della mostra fanno luce sul fenomeno del “Grand Tour dall’Est”, evidenziando come Timișoara fosse pienamente inserita nel sistema culturale europeo già prima dell’era moderna.

Menade in volo, affresco. Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Leggi anche:
• La nuova diplomazia culturale passa per l'archeologia. E Roma è di nuovo Caput Mundi
Ad attendere il pubblico è un’esperienza museale diversa dal solito. Se la mostra su Caravaggio usava lo specchio per evocare i temi della realtà e dell’illusione, questa volta si è scelta la metafora della stratificazione, legata agli scavi archeologici. La scenografia suggerisce il peso della cenere e del passare del tempo, creando un “sipario” che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. La narrazione è affidata a Lucius Valerius Sacer, personaggio di finzione creato sulla base di testimonianze archeologiche reali: un eroe daco-romano vissuto al tempo di Domiziano, di cui troviamo il nome su un altare del sito rumeno di Adamclisi, qui reinventato come superstite dell’eruzione di Pompei.

Maschera, I secolo d.C., marmo. Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Il disastro naturale del Vesuvio avvenuto nel 79 d.C. - che ha conservato tracce di vita romana in un paradosso di distruzione - e il cataclisma antropico del ventesimo secolo, culminato nella macchina bellica delle guerre mondiali, sono i due estremi di un viaggio denso di sorprese, tra spazi che evocano il calore della lava e il silenzio dopo le esplosioni. Sacer conduce i visitatori attraverso i secoli, riflettendo sugli scavi che nel periodo borbonico hanno riportato alla luce la città sepolta, l’incanto dei viaggiatori del Grand Tour, la distruzione meccanizzata dell’era moderna. Si interroga sulla vera natura della sopravvivenza: che cosa ci definisce, ciò che distrugge o ciò che rimane?
Lungo il percorso le opere contemporanee di artisti come Lucio Fontana, Alberto Burri, Gian Maria Tosatti, Anselm Kiefer agiscono da contrappunti, moderni “specchi” che riflettono il trauma antico. Il dialogo tra i reperti romani, alle origini della tradizione visuale europea, e le opere romantiche o neoclassiche risalenti all’epoca del Grand Tour culmina in una riflessione sulla fragilità della vita di fronte a disastri naturali e causati dall’uomo.
Accanto ai reperti arrivati dall’Italia, ce ne sono altri provenienti dalla collezione permanente del museo, testimoni di una storia poco nota al pubblico occidentale. A portarli in Romania alla fine del XIX secolo fu il fondatore del museo di Timișoara Zsigmond Ormós, dopo due viaggi a Napoli compiuti nel 1865 e il 1872. Recuperando un prezioso libro di Ormós su Pompei, i curatori della mostra fanno luce sul fenomeno del “Grand Tour dall’Est”, evidenziando come Timișoara fosse pienamente inserita nel sistema culturale europeo già prima dell’era moderna.

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