Dal 6 ottobre 2026 all’11 aprile 2027

Keith Haring torna a Roma. La mostra a Palazzo Braschi

Keith Haring, Untitled / Senza titolo, 1983. Acrilico su tela, 228,5 x 1,68 x 3 cm. Museo della Reggia di Caserta © Keith Haring Foundation
 

Francesca Grego

06/10/2026

Roma - Nel 1984 il ventiseienne Keith Haring lasciava il segno nel cuore di Roma: un lungo graffito fucsia sulla parete laterale del Palazzo delle Esposizioni, popolato da figure come la gioia di vivere, il cane che abbaia, l’uomo in rivolta. Più tardi fu il turno delle pareti trasparenti della metropolitana su Ponte Pietro Nenni, nelle vicinanze di Piazzale Flaminio. Entrambe le opere sarebbero state rimosse per motivi di “decoro urbano”, ma un fotografo, Stefano Fontebasso De Martino, documentò gli interventi. L’anno prima Haring era stato in mostra alla Galleria Lucio Amelio di Napoli, dove realizzò anche un’opera per la celebre raccolta Terrae Motus dedicata al sisma del 1980. A Milano avrebbe trasformato il flagship store Fiorucci in una performance pittorica dal vivo e a Pisa il monumentale murale Tuttomondo, ancora visibile su una parete del convento di San’Antonio Abate, sarebbe stato il suo ultimo dono, nel 1989.   

Inizia qui il racconto della mostra Keith Haring, visitabile a Palazzo Braschi - Museo di Roma da oggi, martedì 6 ottobre, fino al prossimo 11 aprile. L’artista statunitense torna nella Capitale con oltre 140 opere e materiali esclusivi eccezionalmente concessi dalla Nakamura Keith Haring Collection, la principale raccolta al mondo a lui dedicata, accanto a importanti prestiti pubblici e privati. A cura di Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, l’esposizione ricostruisce per intero la parabola creativa di Haring, dai primi lavori a New York e dagli iconici Subway Drawings fino ai poster politici, alle sculture, ai dipinti, con un’attenzione speciale riservata ai rapporti con l’Italia, dove l’artista trovò spazi pubblici, progetti e galleristi capaci di dialogare con la sua idea di arte urbana e collettiva.   

Al centro del progetto c’è l’idea di Haring che “Il pubblico ha diritto all’arte. L’arte è per tutti”: un principio oggi sbandierato spesso in modo retorico, e che invece l’artista americano ha perseguito con naturalezza e semplicità. Nelle sue opere bambini radianti, cani che abbaiano, figure che danzano, angeli, cuori, televisori e piramidi sono i vocaboli di un linguaggio concepito fin dall'origine come universale, che tuttora continua a parlare a culture e generazioni diverse. 


Stefano Fontebasso De Martino, Performance di Keith Haring - Palazzo delle Esposizioni, Roma
1984, Keith Haring artwork © Keith Haring Foundation

Tutto inizia nelle strade e nella metropolitana di New York, dove con un gessetto bianco il giovanissimo artista lascia i suoi messaggi per i passanti. “Il disegno vive di magia”, scrive: nascono da qui i Subway Drawings e i pannelli dipinti a spray lungo l’autostrada. Tappa dopo tappa la mostra romana segue l’artista nella costruzione della sua inconfondibile grammatica visiva: con Icons - la serie del 1990 che ne raccoglie le figure più note - Haring compone un alfabeto capace di essere compreso ovunque e da chiunque. La sua semplicità nasconde un'urgenza profonda: nella sezione dedicata all'impegno politico e sociale, poster e opere come Free South Africa, Crack Down! e Safe Sex! trasformano l'immagine in impegno contro il razzismo, l'apartheid, l'AIDS, la guerra nucleare. “Non credo che l'arte sia propaganda: deve liberare l'anima”, afferma nel 1985, ed è proprio questa libertà ad animare gli oltre cento poster realizzati nel corso della sua vita. Lo stesso battito vitale ispira il rapporto con la musica, tra club newyorkesi, poster per festival e dischi, dove il segno di Haring si fa ritmo e danza.

L’angelo, il serpente, la croce e la piramide sono invece figure simboliche e spirituali pensate per attraversare mondi e culture, dall’arte africana e precolombiana all’iconografia cristiana scoperta durante i soggiorni a Roma. Con Apocalypse e Altarpiece: The Life of Christ Haring, consapevole della propria fine, guarda alla morte da vicino. “La vita è così fragile, è una linea sottilissima - scrive nel 1986 - mi rendo conto di camminare su questa linea”. Ma il suo slancio vitale ha la meglio: la mostra si chiude con un inno alla creatività come forma di incontro, all'arte che non appartiene a un pubblico ristretto bensì a chiunque scelga di guardarla.

Aderendo al pensiero dell’artista, l’esposizione sarà accompagnata da un nutrito programma didattico dedicato alle nuove generazioni, con attività pensate per avvicinare i ragazzi al suo linguaggio immediato e inclusivo, accanto a percorsi destinati agli adulti desiderosi di esplorare il mondo di Keith Haring nei suoi diversi aspetti, dalla street art a New York all’impegno civile, fino ai suoi segni universali. 


Keith Haring, Palazzo Braschi, Roma. Photo credits Monkeys Video Lab