Dal 12 novembre al 22 febbraio a Palazzo Madama

Antonello da Messina e la nascita del ritratto moderno in arrivo a Torino

Antonello da Messina, Ritratto d’uomo (Ritratto Trivulzio), 1476. Olio su tavola. Museo Civico d’Arte Antica, Palazzo Madama, Torino
 

Francesca Grego

29/10/2026

Torino - Di ritratti di Antonello da Messina ce ne sono circa dieci al mondo: in assoluto pochi, ma abbastanza per darci la certezza che a dipingerli fu un fuoriclasse del genere. Nel Quattrocento a un ritratto erano richieste essenzialmente due cose: restituire la fisionomia del modello - che quasi sempre coincideva con il committente - e la celebrarne lo status. Antonello porta sulla tela l’interiorità delle persone, e lo fa con un acume che sconvolge. Ecco perché la mostra L’enigma del sorriso. Antonello da Messina, due capolavori in dialogo tra Sicilia e Piemonte, presentata questa mattina presso il Senato della Repubblica, è una buona occasione per rivivere, nella dimensione raccolta di un confronto a due, il momento magico della nascita del ritratto moderno. 
In corso fino al 4 novembre al Museo Mandralisca di Cefalù - la casa del celeberrimo Ignoto marinaio, coprotagonista dello spettacolo -  dal 12 novembre l’esposizione volerà a Torino, nella sede di Palazzo Madama, che dagli anni Trenta del Novecento ospita un altro capolavoro di Antonello: il Ritratto d’uomo del 1476 o Ritratto Trivulzio, secondo polo del dialogo. 

“Questa mostra nasce da un’idea tanto semplice quanto radicale: mettere in relazione due soli volti per comprendere una trasformazione decisiva nella storia dell’arte europea”, racconta Giovanni Carlo Federico Villa, direttore di Palazzo Madama, esperto del Rinascimento italiano e curatore di diversi progetti su Antonello da Messina, tra cui la grande mostra a Palazzo Reale di Milano nel 2019. “Palazzo Madama accoglie questo dialogo come parte della propria missione istituzionale: non solo conservare le opere, ma attivare relazioni di senso, generare nuove letture, aprire prospettive critiche - prosegue Villa - È in questo spazio di confronto che il patrimonio diventa conoscenza. E che il museo si conferma luogo vivo di interpretazione del passato e di costruzione del presente”. 

All’interno delle pionieristiche ricerche di Antonello, la mostra fotografa un momento di passaggio: il Ritratto Mandralisca e il Ritratto Trivulzio rappresentano due tappe nell’evoluzione del suo sguardo di artista e i vertici da lui raggiunti nell’espressione della psiche umana. 


Antonello da Messina, Ritratto d'uomo, noto come Ritratto di ignoto marinaio (dettaglio), 1465-1476 circa. Olio su tavola, Museo Mandralisca, Cefalù

Con il suo sguardo beffardo, l’uomo del Ritratto Mandralisca di Cefalù ha stimolato l’immaginazione del pubblico, alimentando più di una leggenda. Al punto che, dopo il successo del romanzo di Vincenzo Consolo Il sorriso dell’ignoto marinaio (1977), lo storico dell’arte Roberto Longhi sbottò: “Non discuto il valore letterario, però questa storia del ritratto di Antonello che rappresenta un marinaio deve finire!”. Dello sconosciuto personaggio vestito di scuro, dall’espressione maliziosa e gli occhi penetranti, Consolo scrisse: “è uno che sa molto e molto ha visto, sa del presente e intuisce il futuro”. Anche Leonardo Sciascia si lasciò intrigare dall’enigma, spiegando che l’uomo somigliava in egual modo “al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro, e ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e l’umanità del personaggio. Impossibile. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore, un poeta, un sicario? Somiglia, ecco tutto”. 
Questo gran parlare la dice lunga sul potere del dipinto e sul fascino ambiguo di un sorriso che interprella personalmente lo spettatore, oscillando tra ironia, complicità e distanza. Quel sorriso non è un semplice dettaglio espressivo, ma un vero e proprio “dispositivo relazionale”, afferma Villa: suggerisce una storia senza raccontarla e ci inchioda con domande silenziose, invitando chi guarda a colmare un vuoto di senso. 

Con il Ritratto d’uomo di Torino, noto come Ritratto Trivulzio, siamo forse dieci anni più avanti e Antonello da Messina ha sviluppato ulteriormente il proprio linguaggio. L’immagine è costruita con estrema economia formale: lo spazio ambientale si ritrae, gli elementi accessori sono ridotti al minimo, la figura si concentra nella monumentalità del volto. La progressiva riduzione del disegno sottostante e la costruzione per piani tonali evidenziano una ricerca volta a sciogliere la linea di contorno nella luce, facendo emergere la forma come valore plastico e atmosferico insieme. Sulla tavola di Palazzo Madama il volto emerge come un insieme di volumi sapientemente calibrato, dove la luce sembra irradiarsi dall’interno. Il sorriso è trattenuto, quasi impercettibile: non cerca il dialogo con l’osservatore, ma afferma l’identità dell’uomo dipinto. Il dialogo tra le due opere sembra suggerire in controluce la trasformazione del soggetto quattrocentesco: dall’individuo come carattere sociale all’individuo come presenza interiore. “Il Ritratto Trivulzio di Antonello da Messina è una delle espressioni più alte della cultura figurativa del Rinascimento, non soltanto per la sua qualità pittorica, ma per la sua capacità di definire un nuovo statuto dell’immagine dell’uomo”, conclude Villa: “Il confronto con il ritratto di Cefalù permette di leggere con maggiore profondità questo passaggio: dalla vibrazione psicologica e relazionale del volto alla sua piena autonomia formale e concettuale. Tra queste due opere non c’è opposizione, ma continuità trasformativa”.