A Venezia, il Labirinto Borges e Nabatele, due opere unite dalla memoria

Il diritto all'impossibile

Nabatele. A Synagogue Over Venice, 2026 | Courtesy © Anna Kamyshan
 

Piero Muscarà

17/07/2026

Venezia - Ci sono sogni destinati a dissolversi con la luce del mattino. Altri, più raramente, trovano il modo di diventare luoghi, immagini, architetture. La scorsa settimana a Venezia ne ho incontrati due, apparentemente lontani tra loro, ma uniti da un filo invisibile.

Il primo è il Labirinto Borges della Fondazione Giorgio Cini, restituito al pubblico dopo un importante intervento di restauro sostenuto da PwC Italia. Il secondo è Nabatele, l'installazione dell'artista e architetto Anna Kamyshan, Evento Collaterale della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia, organizzato dal Montreal Jewish Museum. Da una parte un giardino di siepi che traduce nello spazio l'universo letterario, intangibile, di Jorge Luis Borges; dall'altra una sinagoga sospesa nel cielo che racconta la memoria di un mondo senza più una terra.

Il Labirinto Borges nasce da un sogno che aveva il sapore di un presagio. Randoll Coate raccontò di aver immaginato la morte dell'amico Borges e di aver trasformato quella visione in un omaggio ispirato a Il giardino dei sentieri che si biforcano. Non un monumento, ma un luogo da attraversare. Per Borges il labirinto non è mai soltanto un simbolo dello smarrimento: è una figura del tempo, della memoria, delle infinite possibilità che convivono dentro ogni esistenza. Camminare tra quelle siepi significa entrare in una narrazione dove ogni percorso apre un'altra possibilità e ogni scelta non cancella le alternative, ma continua a conservarle.

Anche Nabatele nasce da una perdita, ma di tutt'altra natura. La grande sinagoga aerostatica progettata da Anna Kamyshan si ispira al Castello dei Pirenei di René Magritte, sostituendo la fortezza sospesa con un luogo di culto e trasformando una celebre immagine surrealista in una riflessione sulla diaspora e sulla memoria. I curatori Maria Veits e Yevgeniy Fiks evocano il concetto di Yiddishland: una patria che non coincide con un territorio, ma con una lingua, una cultura e una tradizione tramandata di generazione in generazione. La sinagoga rimane sospesa proprio perché quella terra non esiste più. Eppure continua a illuminarsi dall'interno, come se la memoria potesse sopravvivere anche quando la geografia e la storia sembrano averne cancellato le tracce.

C'è una coincidenza che rende ancora più suggestivo questo dialogo. Nelle intenzioni originarie di Anna Kamyshan, Nabatele avrebbe dovuto librarsi proprio sopra l'Isola di San Giorgio, affacciata davanti al Bacino San Marco, instaurando un confronto diretto con il Labirinto Borges. Non è stato possibile. Permessi, vincoli, valutazioni tecniche e misere considerazioni di "opportunità" politica, hanno portato l'opera nei remoti Bacini dell'Arsenale Nord, negli spazi della Tesa 105. Non espulsa dalla città ben inteso, ma "opportunamente" confinata nel luogo più lontano dagli occhi dei milioni di visitatori che affollano la Serenissima giorno e notte. È uno di quei casi in cui la realtà costringe l'immaginazione a cambiare strada senza riuscire, però, a spegnerla.

Ho avuto la fortuna di assistere all'inaugurazione. Quando sono arrivato, Nabatele non era ancora sospesa nel cielo. Una grande gru sorreggeva il pallone aerostatico mentre veniva lentamente gonfiato. Il giorno precedente il maltempo aveva costretto il team a sgonfiare tutto e a ricominciare da capo. Venezia, in questi giorni, vive un clima quasi tropicale: afa, piogge improvvise, vento, cieli che cambiano volto nel giro di pochi minuti.

Attorno all'opera si muoveva una piccola comunità. Tecnici, ingegneri, curatori, musicisti che eseguivano melodie yiddish, camerieri, giornalisti, ospiti arrivati da paesi diversi. Nessuno sembrava infastidito dall'attesa. Al contrario, si aveva la sensazione che quel tempo sospeso facesse parte dell'opera almeno quanto il suo esito finale.





La figura che più colpiva era quella di Anna Kamyshan. Correva continuamente tra gli operai, controllava i cavi, saliva sulla gru, verificava ogni dettaglio tecnico. Per lunghi minuti non era l'artista protagonista di un Evento Collaterale della Biennale. Era semplicemente una persona che lavorava perché il proprio progetto prendesse forma. Alla fine, quando Nabatele ha preso davvero forma, è sparita per qualche istante, è tornata in scena - come nella migliore tradizione teatrale - con un altro abito e ha preso la parola davanti agli ospiti. Pochi minuti prima era impegnata ad agganciare il pallone insieme ai tecnici; adesso raccontava il significato simbolico dell'opera. È stata forse questa la scena che ricorderò più a lungo. Perché ricordava una verità tanto semplice quanto spesso dimenticata: prima di diventare un'immagine, ogni opera d'arte è un problema concreto da risolvere.

Ripensandoci, è proprio questa imperfezione ad aver reso quell'inaugurazione memorabile. Un temporale imprevisto, la lunga attesa del giorno dopo, la gru, i cavi, il pallone ancora incompleto. In un tempo che celebra la perfezione delle immagini e l'illusione dell'immediatezza, assistere alla nascita lenta e faticosa di un'opera è quasi un privilegio. Ricorda che l'immaginazione non sostituisce la realtà: ci lavora dentro, la affronta, la contraddice, la negozia.

Ed è qui che, a distanza di pochi giorni, il Labirinto Borges e Nabatele finiscono davvero per incontrarsi. Entrambi nascono da una perdita. Nel primo caso è il presagio della morte di un uomo; nel secondo è la dispersione di un'intera civiltà. Entrambi, però, rifiutano la nostalgia. Non costruiscono monumenti a ciò che non c'è più. Provano piuttosto a dare una forma a ciò che continua a vivere: un'idea, una memoria, una cultura, una possibilità.

Continuo allora a immaginare quella sinagoga sospesa librarsi sopra il Labirinto Borges, come era stato pensato all'inizio. Nella realtà non accadrà. Ma i sogni non sono tenuti a rispettare regolamenti, autorizzazioni, opportunisimi del politicamente corretto e tantomeno confini. Forse Borges avrebbe sorriso davanti a questa immagine. Dopotutto ci ha insegnato che esistono sentieri che la realtà non percorre, ma che l'immaginazione continua ostinatamente a tenere aperti. E che, in fondo, il diritto all'impossibile esiste.


Il Labirinto Borges visto dal cielo | Courtesy © Fondazione Giorgio Cini