A Parigi al Jeu de Paume dal 20 ottobre 2026
Stan Douglas e la creazione della memoria collettiva
Stan Douglas, Inconsolable Memories, 2005, courtesy © Stan Douglas
Piero Muscarà
06/10/2026
Mondo - Vale la pena andare a Parigi per una mostra? Nel caso di Parallax, la grande personale di Stan Douglas che aprirà il 20 ottobre al Jeu de Paume, ci sono buone ragioni per pensare di sì. Non soltanto perché sarà la più importante monografica dedicata in Francia all'artista canadese da oltre trent'anni, con una quarantina di opere dagli anni Ottanta a oggi. Ma perché i primi segnali che arrivano dalla mostra sembrano convergere intorno a una questione che riguarda molto da vicino il nostro presente: come si costruisce una memoria collettiva.
Siamo abituati a pensare alla memoria come a qualcosa che viene dopo. Prima accadono i fatti, poi ne conserviamo il ricordo. Ma tra le due cose c'è un passaggio decisivo: il racconto. Gli avvenimenti diventano storie, le storie producono immagini e alcune di quelle immagini finiscono per stabilire il modo in cui un'epoca, una guerra, una rivolta, perfino un'intera generazione vengono ricordate.
L'arte partecipa da sempre a questo processo. Non necessariamente (o non solo) perché falsifica o manipola la realtà, ma perché la dà rappresentazione. Sceglie un punto di vista, costruisce relazioni, mette qualcosa al centro e lascia qualcos'altro ai margini. In questo senso le immagini non sono semplicemente lo specchio del mondo: contribuiscono al modo in cui il mondo viene percepito e, con il tempo, ricordato.
È un terreno sul quale Stan Douglas lavora da quasi quarant'anni. Cinema, fotografia, musica, ricostruzione storica e tecnologie dell'immagine entrano continuamente in relazione nella sua opera. Il Jeu de Paume individua proprio nella "creazione della realtà" e nel modo in cui le immagini plasmano la memoria collettiva uno dei fili che attraversano la sua ricerca.

Stan Douglas, Hastings Park, 16 July 1955, 2008, dalla serie "Crowds and Riots", 2008, Stampa cromogenica digitale montata su alluminio Dibond | courtesy © Stan Douglas
Anche il titolo scelto per la mostra sembra indicare questa direzione. La parallasse è il fenomeno per cui la posizione apparente di un oggetto cambia quando cambia il punto dal quale lo osserviamo. Una definizione ottica che, applicata alla storia, acquista un significato molto più ampio. L'avvenimento rimane lo stesso, ma cambia la prospettiva dalla quale viene raccontato. E con essa possono cambiare il significato che gli attribuiamo e il posto che finirà per occupare nella memoria.
Le opere annunciate per Parigi offrono diversi indizi. Nelle fotografie di Crowds and Riots Douglas torna su episodi della storia di Vancouver ricostruendoli molti anni dopo. Hastings Park, 16 July 1955 e Abbott & Cordova, 7 August 1971 sembrano fotografie d'archivio, ma non lo sono. Douglas ricrea ambienti, persone e situazioni per produrre immagini di un passato al quale la sua macchina fotografica non ha mai assistito.
La distinzione è importante. Non siamo davanti alla falsificazione di un documento, ma alla creazione di un'immagine che mancava. Douglas entra nello spazio che separa ciò che è accaduto da ciò che di quell'avvenimento è rimasto visibile. Il Jeu de Paume descrive alcune di queste opere come immagini di luoghi scomparsi, momenti irripetibili o scene storiche cancellate dagli archivi ufficiali. Douglas non usa quindi l'archivio soltanto come fonte: interviene nelle sue lacune, rendendo evidente che anche ciò che non è stato fotografato, conservato o tramandato partecipa alla costruzione della memoria.
È forse qui che Parallax comincia a riguardare anche chi non conosce Stan Douglas e non programma abitualmente un viaggio per vedere una mostra d'arte contemporanea. Viviamo in un'epoca che produce immagini in quantità mai sperimentate prima. Le vediamo apparire, circolare, essere modificate, ripetute e dimenticate con una velocità altrettanto inedita. Una fotografia scattata durante una manifestazione, pochi secondi di un video, un'immagine rilanciata migliaia di volte possono diventare il racconto attraverso il quale milioni di persone conoscono un avvenimento al quale non hanno assistito. Altre immagini dello stesso fatto possono non raggiungerle mai.
Non è necessario che qualcuno stia mentendo. È sufficiente raccontare.
È un passaggio che richiama da vicino una delle idee intorno alle quali Yuval Noah Harari ha costruito la propria lettura della storia umana: la capacità di creare e condividere storie è uno degli strumenti attraverso cui gli uomini organizzano la realtà. Da Sapiens fino a Nexus, il punto non è semplicemente stabilire se quelle storie siano vere o false. È capire che cosa accade quando vengono condivise, entrano in circolazione e cominciano a orientare il modo in cui milioni di persone interpretano il mondo. Stan Douglas sembra entrare nello stesso problema dalla parte delle immagini. Perché anche un'immagine diventa informazione, entra in relazione con altre immagini, costruisce un racconto e può infine sedimentarsi nella memoria collettiva.
Da questo punto di vista il lavoro di Douglas sembra acquistare oggi una particolare attualità. Non perché anticipi semplicemente il dibattito sulle immagini generate artificialmente o sulla difficoltà di distinguere il vero dal falso. La questione che pone viene prima: attraverso quali immagini costruiamo la nostra percezione della realtà?
La mostra arriverà fino a Birth of a Nation, opera del 2025 nella quale Douglas torna sul film di D.W. Griffith del 1915. Un'opera decisiva nella storia del cinema e insieme una rappresentazione razzista della storia americana. Douglas ne riprende il racconto e sposta il punto di osservazione verso coloro che ne erano stati esclusi. Non cambia il passato. Cambia la posizione dalla quale lo guardiamo.
È probabilmente uno dei segnali più interessanti in attesa di vedere Parallax. Perché suggerisce che la mostra non parlerà soltanto di memoria, ma del percorso attraverso cui una rappresentazione della realtà può trasformarsi, nel tempo, in memoria condivisa.
La questione va ben oltre Stan Douglas. Noi conosciamo direttamente una parte molto piccola di ciò che chiamiamo il mondo. Guerre, rivolte, migrazioni, città lontane, personaggi pubblici, eventi storici: nella maggior parte dei casi li conosciamo attraverso racconti e immagini prodotti da altri. Oggi quella mediazione è diventata sterminata, istantanea e, sempre più spesso, automatizzata. Il problema non è soltanto che l'intelligenza artificiale possa produrre immagini false. È capire chi - esseri umani o macchine - costruirà le storie attraverso le quali percepiremo la realtà e che, sedimentandosi, diventeranno la memoria di questo presente.

Stan Douglas, Dice, 1950, 2010, dalla serie Midcentury Studio, courtesy © Stan Douglas
Siamo abituati a pensare alla memoria come a qualcosa che viene dopo. Prima accadono i fatti, poi ne conserviamo il ricordo. Ma tra le due cose c'è un passaggio decisivo: il racconto. Gli avvenimenti diventano storie, le storie producono immagini e alcune di quelle immagini finiscono per stabilire il modo in cui un'epoca, una guerra, una rivolta, perfino un'intera generazione vengono ricordate.
L'arte partecipa da sempre a questo processo. Non necessariamente (o non solo) perché falsifica o manipola la realtà, ma perché la dà rappresentazione. Sceglie un punto di vista, costruisce relazioni, mette qualcosa al centro e lascia qualcos'altro ai margini. In questo senso le immagini non sono semplicemente lo specchio del mondo: contribuiscono al modo in cui il mondo viene percepito e, con il tempo, ricordato.
È un terreno sul quale Stan Douglas lavora da quasi quarant'anni. Cinema, fotografia, musica, ricostruzione storica e tecnologie dell'immagine entrano continuamente in relazione nella sua opera. Il Jeu de Paume individua proprio nella "creazione della realtà" e nel modo in cui le immagini plasmano la memoria collettiva uno dei fili che attraversano la sua ricerca.

Stan Douglas, Hastings Park, 16 July 1955, 2008, dalla serie "Crowds and Riots", 2008, Stampa cromogenica digitale montata su alluminio Dibond | courtesy © Stan Douglas
Anche il titolo scelto per la mostra sembra indicare questa direzione. La parallasse è il fenomeno per cui la posizione apparente di un oggetto cambia quando cambia il punto dal quale lo osserviamo. Una definizione ottica che, applicata alla storia, acquista un significato molto più ampio. L'avvenimento rimane lo stesso, ma cambia la prospettiva dalla quale viene raccontato. E con essa possono cambiare il significato che gli attribuiamo e il posto che finirà per occupare nella memoria.
Le opere annunciate per Parigi offrono diversi indizi. Nelle fotografie di Crowds and Riots Douglas torna su episodi della storia di Vancouver ricostruendoli molti anni dopo. Hastings Park, 16 July 1955 e Abbott & Cordova, 7 August 1971 sembrano fotografie d'archivio, ma non lo sono. Douglas ricrea ambienti, persone e situazioni per produrre immagini di un passato al quale la sua macchina fotografica non ha mai assistito.
La distinzione è importante. Non siamo davanti alla falsificazione di un documento, ma alla creazione di un'immagine che mancava. Douglas entra nello spazio che separa ciò che è accaduto da ciò che di quell'avvenimento è rimasto visibile. Il Jeu de Paume descrive alcune di queste opere come immagini di luoghi scomparsi, momenti irripetibili o scene storiche cancellate dagli archivi ufficiali. Douglas non usa quindi l'archivio soltanto come fonte: interviene nelle sue lacune, rendendo evidente che anche ciò che non è stato fotografato, conservato o tramandato partecipa alla costruzione della memoria.
È forse qui che Parallax comincia a riguardare anche chi non conosce Stan Douglas e non programma abitualmente un viaggio per vedere una mostra d'arte contemporanea. Viviamo in un'epoca che produce immagini in quantità mai sperimentate prima. Le vediamo apparire, circolare, essere modificate, ripetute e dimenticate con una velocità altrettanto inedita. Una fotografia scattata durante una manifestazione, pochi secondi di un video, un'immagine rilanciata migliaia di volte possono diventare il racconto attraverso il quale milioni di persone conoscono un avvenimento al quale non hanno assistito. Altre immagini dello stesso fatto possono non raggiungerle mai.
Non è necessario che qualcuno stia mentendo. È sufficiente raccontare.
È un passaggio che richiama da vicino una delle idee intorno alle quali Yuval Noah Harari ha costruito la propria lettura della storia umana: la capacità di creare e condividere storie è uno degli strumenti attraverso cui gli uomini organizzano la realtà. Da Sapiens fino a Nexus, il punto non è semplicemente stabilire se quelle storie siano vere o false. È capire che cosa accade quando vengono condivise, entrano in circolazione e cominciano a orientare il modo in cui milioni di persone interpretano il mondo. Stan Douglas sembra entrare nello stesso problema dalla parte delle immagini. Perché anche un'immagine diventa informazione, entra in relazione con altre immagini, costruisce un racconto e può infine sedimentarsi nella memoria collettiva.
Da questo punto di vista il lavoro di Douglas sembra acquistare oggi una particolare attualità. Non perché anticipi semplicemente il dibattito sulle immagini generate artificialmente o sulla difficoltà di distinguere il vero dal falso. La questione che pone viene prima: attraverso quali immagini costruiamo la nostra percezione della realtà?
La mostra arriverà fino a Birth of a Nation, opera del 2025 nella quale Douglas torna sul film di D.W. Griffith del 1915. Un'opera decisiva nella storia del cinema e insieme una rappresentazione razzista della storia americana. Douglas ne riprende il racconto e sposta il punto di osservazione verso coloro che ne erano stati esclusi. Non cambia il passato. Cambia la posizione dalla quale lo guardiamo.
È probabilmente uno dei segnali più interessanti in attesa di vedere Parallax. Perché suggerisce che la mostra non parlerà soltanto di memoria, ma del percorso attraverso cui una rappresentazione della realtà può trasformarsi, nel tempo, in memoria condivisa.
La questione va ben oltre Stan Douglas. Noi conosciamo direttamente una parte molto piccola di ciò che chiamiamo il mondo. Guerre, rivolte, migrazioni, città lontane, personaggi pubblici, eventi storici: nella maggior parte dei casi li conosciamo attraverso racconti e immagini prodotti da altri. Oggi quella mediazione è diventata sterminata, istantanea e, sempre più spesso, automatizzata. Il problema non è soltanto che l'intelligenza artificiale possa produrre immagini false. È capire chi - esseri umani o macchine - costruirà le storie attraverso le quali percepiremo la realtà e che, sedimentandosi, diventeranno la memoria di questo presente.

Stan Douglas, Dice, 1950, 2010, dalla serie Midcentury Studio, courtesy © Stan Douglas
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