A Roma apre la più grande mostra mai dedicata in Italia al maestro giapponese.

Tutti pazzi per Hokusai

Katsushika Hokusai (1760-1849, La villa dei piatti, 1833, Serie: “Cento storie di fantasmi”, Stampa xilografica a colori su carta, 24,3x17,2 cm, Museo Nazionale di Cracovia
 

Piero Muscarà

26/03/2026

Roma - Ci sono artisti che ritornano. E altri che non se ne vanno mai. Katsushika Hokusai appartiene con evidenza alla seconda categoria. La mostra HOKUSAI che apre a Roma, nelle sale di Palazzo Bonaparte, si presenta come la più ampia mai dedicata in Italia al maestro giapponese: oltre duecento opere, provenienti dal Museo Nazionale di Cracovia ed esposte per la prima volta fuori dalla Polonia, costruiscono un percorso che attraversa l’intera parabola dell’artista. Non è solo una grande mostra. È un tentativo dichiarato di riportare complessità dentro immagini che il pubblico crede di conoscere già. Ed è proprio questo il punto. Hokusai è uno degli artisti più riconoscibili al mondo. Le sue immagini – la Grande Onda, il Monte Fuji, le vedute, gli schizzi "spontanei” - sono entrate stabilmente nell’immaginario globale, al punto da precedere spesso l’opera stessa. Non si scoprono: si riconoscono. E questa familiarità, se da un lato spiega il successo, dall’altro rischia di produrre un effetto più sottile: una progressiva perdita di profondità dello sguardo.

Dentro la mostra: un sistema, non un repertorio
La mostra romana prova a intervenire esattamente su questo scarto. Non si limita a raccogliere capolavori, ma prova a restituire la continuità e le trasformazioni di una ricerca durata tutta una vita. Il progetto segue Hokusai lungo le sue molte identità. I diversi nomi che adotta - da Shunrō a Hokusai, da Taitō a Manji - segnano passaggi reali, cambi di direzione, fasi riconoscibili di un lavoro che non si stabilizza mai. Il percorso si apre sul mondo dell’ukiyo, il “mondo fluttuante”, quella condizione urbana dell’epoca Edo in cui la vita quotidiana, il piacere e il tempo che scorre diventano immagine. È qui che nasce l’ukiyo-e, un linguaggio pensato per circolare, accessibile, diffuso. Non un’arte isolata, ma un sistema. Da questo contesto emergono le grandi serie: le stazioni del Tōkaidō, che costruiscono una geografia in movimento fatta di viaggiatori, soste, attraversamenti; le Trentasei vedute del monte Fuji, in cui la montagna sacra non è mai identica a se stessa, ora dominante, ora arretrata, ora quasi invisibile. E poi l’acqua, forse il vero laboratorio visivo di Hokusai: onde, cascate, flussi che non decorano lo spazio ma lo costruiscono, lo attraversano, lo rendono instabile. Accanto alle xilografie, la mostra insiste su materiali meno noti ma decisivi: i disegni liberi (manga), i libri di modelli, gli esercizi. Non come curiosità, ma come metodo. Archivi di forme, tentativi di arrivare a un’essenzialità che non è mai semplificazione. Il percorso si allarga con oltre centottanta oggetti - lacche, armature, strumenti musicali, kimono - che permettono di leggere le immagini come parte di una cultura materiale complessa, in cui arte e vita non sono separate. In questo senso, la mostra non costruisce un racconto per capolavori, ma per strutture.


Katsushika Hokusai, La grande onda presso Kanagawa, 1831. Serie Trentasei vedute del Monte Fuji. Stampa xilografica a colori su carta  25x37,3 cm. Museo Nazionale di Cracovia


Il "fenomeno" Hokusai: un artista blockbuster
Eppure, mentre Roma inaugura quella che viene annunciata come la più grande mostra mai realizzata in Italia, un dato si impone con evidenza: Hokusai non è confinato qui. Negli stessi giorni, l’Italia ospita una costellazione di mostre dedicate al maestro giapponese. A Roma, naturalmente, con Palazzo Bonaparte. Ma anche a Lecco, Palazzo delle Paure ospita fino al 27 settembre l'esposizione Hokusai. Il segreto dell’Onda che attraversa l’Europa. A Torino, la Galleria Elena Salamon presenta una mostra più piccola, ma realizzata con cura, intitolata Hokusai. Il segno che diventa vita. A Bologna, con un percorso che si estende fino alla cultura visiva contemporanea, ancora per pochi giorni (finissage il 6 aprile prossimo) è possibile visitare al Museo Civico Archeologico la mostra Graphic Japan. Da Hokusai al Manga. Una presenza diffusa, trasversale, che attraversa città, istituzioni e pubblici diversi. Non è una semplice coincidenza. Il 2026 segna il centosessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, e molte di queste iniziative si inseriscono in questo quadro. Ma fermarsi alla ricorrenza sarebbe riduttivo. Il rapporto tra i due paesi ha una profondità storica che passa anche attraverso vicende individuali, spesso marginali nelle narrazioni ufficiali, ma decisive nel costruire un terreno comune.

Italia - Giappone una storia incrociata: Ragusa e O’Tama
Alla fine dell’Ottocento, mentre le stampe giapponesi iniziano a circolare in Europa influenzando profondamente artisti come Monet e Van Gogh, esistono traiettorie più concrete, meno visibili ma estremamente rivelatrici. Una delle più straordinarie è quella di Vincenzo Ragusa e Tama Kiyohara. Ragusa arriva in Giappone negli anni Settanta dell’Ottocento, chiamato dal governo Meiji per insegnare scultura occidentale. Non si tratta di un viaggio esotico, ma di un passaggio strutturale: introdurre un’idea di forma plastica, di volume, di rappresentazione tridimensionale in un sistema artistico che si era sviluppato secondo logiche diverse. È uno dei primi momenti in cui l’Occidente entra nel Giappone moderno come pratica. È lì che incontra Tama. Pittrice, formatasi nella tradizione giapponese, Tama Kiyohara compie il percorso inverso. Seguirà Ragusa in Italia, si stabilisce con lui a Palermo dove si confronta con un altro modo di vedere: la costruzione dello spazio, il peso del corpo, la luce. Non è una trasposizione lineare. È uno scarto. In quella relazione si produce qualcosa di raro: non una semplice contaminazione, ma un doppio attraversamento. Ragusa porta in Giappone una grammatica della forma occidentale. Tama introduce in Italia una sensibilità fondata sulla linea, sulla sintesi, sull’essenzialità. Il loro lascito è ancora oggi tangibile, in un museo a Palermo che conserva le tracce di questo passaggio incrociato. È una storia che aiuta a comprendere meglio anche la posizione di Hokusai: non come figura isolata, ma come uno dei punti di origine di questo dialogo.

Rapidità, ovvero il tempo invisibile dell’immagine
Per entrare davvero nel cuore di questa apparente immediatezza, conviene fermarsi su una pagina di Italo Calvino, nella storia dedicata alla Rapidità dal libro Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio. Calvino racconta una storia. A un pittore orientale viene commissionata un’opera perfetta. Il sovrano è disposto a offrirgli qualsiasi ricompensa. L’artista accetta, ma non consegna nulla. Passa un anno, poi un altro, poi molti anni ancora. Il lavoro non arriva. Quando il sovrano torna da lui per chiedere conto di quel tempo apparentemente perduto, il pittore prende il pennello e, davanti ai suoi occhi, traccia un granchio. Un gesto rapidissimo. Il disegno è perfetto. È in quel punto che Calvino scrive: "per dipingere un granchio bisogna averne visti molti, e averli disegnati a lungo". La rapidità non è un fatto di esecuzione. È una condizione che si costruisce nel tempo. Il gesto finale cancella il processo, lo assorbe, lo rende invisibile. Hokusai sta esattamente in questa tensione. La sua linea appare immediata, naturale. Ma è il risultato di una disciplina radicale, di uno studio incessante, di uno sguardo esercitato per tutta la vita. Non c’è nulla di spontaneo in quella semplicità.

Forse è proprio qui che si misura la sua attualità. In un’epoca dominata dalla circolazione rapida delle immagini, le opere di Hokusai sembrano adattarsi perfettamente ai nostri dispositivi visivi. E tuttavia, se osservate con attenzione, continuano a opporre resistenza. Non si esauriscono. Non si consumano. La mostra di Palazzo Bonaparte si colloca dentro questo equilibrio fragile tra riconoscibilità e profondità. Non si limita a esporre immagini note, ma tenta di restituire loro una densità che il successo tende inevitabilmente a erodere. Il fatto che, nello stesso momento, il paese sia attraversato da una molteplicità di mostre dedicate allo stesso artista non è un segnale di saturazione. È la prova di una persistenza. Hokusai non ritorna. Rimane.