Arianna di Romano. Oltre lo sguardo
© Arianna di Romano / Kingford | Arianna di Romano, La purezza. Popoli delle montagne, Laos, 2015
Dal 20 Febbraio 2022 al 12 Giugno 2022
Ferrara | Visualizza tutte le mostre a Ferrara
Luogo: Palazzina Marfisa d’Este
Indirizzo: Corso Giovecca 170
Orari: 9.30-13 / 15-18 | Chiuso il lunedì
Curatori: da un'idea di Vittorio Sgarbi
Enti promotori:
- Comune di Ferrara - Servizio Musei d’Arte
- Fondazione Ferrara Arte
- In collaborazione con Kingford
Costo del biglietto: intero € 4,00 | ridotto € 2,00
Telefono per informazioni: +39 0532 244949
E-Mail info: diamanti@comune.fe.it
Sito ufficiale: http://comune.fe.it/marfisa
«Ho rubato centinaia di sguardi per renderli eterni negli spazi vuoti della memoria»
La fotografia torna protagonista a Ferrara con la mostra Oltre lo sguardo, monografica della fotoreporter Arianna Di Romano, visitabile dal 20 febbraio al 12 giugno alla Palazzina Marfisa d’Este.
Nata da un’idea di Vittorio Sgarbi e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara in collaborazione con Kingford, la mostra è un viaggio attraverso l’obiettivo di Arianna Di Romano, fotografa di sicuro talento sulla scia di grandi maestri come Elliott Erwitt e Robert Doisneau per la poesia e la composizione, Sebastião Salgado per il trattamento dell’immagine, Sergio Larrain e Dorothea Lange per l’attenzione agli ultimi.
Arianna Di Romano – sarda di origine ma siciliana di adozione – ha immortalato volti e situazioni che l’hanno catturata nel profondo nei luoghi dove ha condotto i suoi reportage, dai più remoti villaggi del Sud Est asiatico, della Romania e della Polonia ai campi profughi e rom in Serbia e Bosnia, dai paesi della sua terra natale, la Sardegna, alle celle di un carcere siciliano. La sua sensibilità l’ha portata a focalizzarsi sulle vite “difficili” degli emarginati, degli indigenti, dei senzatetto, dei ragazzi di strada, dei gitani, dei detenuti, degli anziani rimasti soli.
Le sessanta fotografie in mostra, tanto libere quanto sapientemente studiate, rivelano una sincera partecipazione emotiva e invitano lo spettatore a spingersi “oltre lo sguardo”, oltre l’illusoria, e spesso fuorviante, apparenza del dato reale, alla ricerca di una diversa, e autentica, bellezza.
«La rassegnazione è la condizione umana che Arianna Di Romano ha registrato più frequentemente», commenta Vittorio Sgarbi, Presidente della Fondazione Ferrara Arte. «Rari sono i sorrisi sui volti ritratti dalla fotografa. Abbondano invece i segni, le rughe, lo stupore per essere considerati. Arianna ha avuto la ventura di ritrarre gli ultimi, i dimenticati. Quelli che non contano neanche per la cronaca della miseria. Li ha trovati in Asia, soprattutto in Myanmar, e dietro casa, nei campi rom. Ci interrogano, perduti, in un lampo gli occhi: sono la vita nella sua condizione primaria, irresistibile, nel vuoto, fuori della storia».
«Fotografando, scavo nell’umanità dimenticata – spiega Di Romano – che amo e di cui vorrei trasmettere la bellezza. Vivo le sensazioni che provano le persone che ritraggo, mi identifico in loro. Continuamente cerco me stessa nell’altro». In Malesia l’hanno denominata “ladra di anime”. Gli abitanti, in gran parte animisti, non volevano farsi ritrarre per timore che venisse rubata loro l’anima. «Quello che mi spinge a fotografare – racconta – è proprio rubare uno sguardo che sia profondo. I volti che incontro li rubo, perché appartengono a persone che non sono mai in posa, sono tutti sguardi che quasi sicuramente non incontrerò mai più. Spesso non riesco a comunicare con loro. Rubo quegli sguardi per dare loro una voce».
La fotografia torna protagonista a Ferrara con la mostra Oltre lo sguardo, monografica della fotoreporter Arianna Di Romano, visitabile dal 20 febbraio al 12 giugno alla Palazzina Marfisa d’Este.
Nata da un’idea di Vittorio Sgarbi e organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dal Servizio Musei d’Arte del Comune di Ferrara in collaborazione con Kingford, la mostra è un viaggio attraverso l’obiettivo di Arianna Di Romano, fotografa di sicuro talento sulla scia di grandi maestri come Elliott Erwitt e Robert Doisneau per la poesia e la composizione, Sebastião Salgado per il trattamento dell’immagine, Sergio Larrain e Dorothea Lange per l’attenzione agli ultimi.
Arianna Di Romano – sarda di origine ma siciliana di adozione – ha immortalato volti e situazioni che l’hanno catturata nel profondo nei luoghi dove ha condotto i suoi reportage, dai più remoti villaggi del Sud Est asiatico, della Romania e della Polonia ai campi profughi e rom in Serbia e Bosnia, dai paesi della sua terra natale, la Sardegna, alle celle di un carcere siciliano. La sua sensibilità l’ha portata a focalizzarsi sulle vite “difficili” degli emarginati, degli indigenti, dei senzatetto, dei ragazzi di strada, dei gitani, dei detenuti, degli anziani rimasti soli.
Le sessanta fotografie in mostra, tanto libere quanto sapientemente studiate, rivelano una sincera partecipazione emotiva e invitano lo spettatore a spingersi “oltre lo sguardo”, oltre l’illusoria, e spesso fuorviante, apparenza del dato reale, alla ricerca di una diversa, e autentica, bellezza.
«La rassegnazione è la condizione umana che Arianna Di Romano ha registrato più frequentemente», commenta Vittorio Sgarbi, Presidente della Fondazione Ferrara Arte. «Rari sono i sorrisi sui volti ritratti dalla fotografa. Abbondano invece i segni, le rughe, lo stupore per essere considerati. Arianna ha avuto la ventura di ritrarre gli ultimi, i dimenticati. Quelli che non contano neanche per la cronaca della miseria. Li ha trovati in Asia, soprattutto in Myanmar, e dietro casa, nei campi rom. Ci interrogano, perduti, in un lampo gli occhi: sono la vita nella sua condizione primaria, irresistibile, nel vuoto, fuori della storia».
«Fotografando, scavo nell’umanità dimenticata – spiega Di Romano – che amo e di cui vorrei trasmettere la bellezza. Vivo le sensazioni che provano le persone che ritraggo, mi identifico in loro. Continuamente cerco me stessa nell’altro». In Malesia l’hanno denominata “ladra di anime”. Gli abitanti, in gran parte animisti, non volevano farsi ritrarre per timore che venisse rubata loro l’anima. «Quello che mi spinge a fotografare – racconta – è proprio rubare uno sguardo che sia profondo. I volti che incontro li rubo, perché appartengono a persone che non sono mai in posa, sono tutti sguardi che quasi sicuramente non incontrerò mai più. Spesso non riesco a comunicare con loro. Rubo quegli sguardi per dare loro una voce».
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