Bruno Di Bello
Bruno Di Bello, Con Oscar neg 1, 2015, inkjet su tela, 125 x 140 cm
Dal 17 Novembre 2015 al 23 Gennaio 2016
Milano | Visualizza tutte le mostre a Milano
Luogo: Fondazione Marconi: Arte moderna e contemporanea
Indirizzo: via Tadino 15
Orari: da martedì a sabato 10-13 / 15-19
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 02 29 41 92 32
E-Mail info: info@fondazionemarconi.org
Sito ufficiale: http://www.fondazionemarconi.org
La Fondazione Marconi presenta la mostra di Bruno Di Bello: un ciclo di opere realizzate dall’artista negli ultimi cinque anni.
Al pianoterra della sede espositiva saranno esposti una serie di nuove opere, studi e successive variazioni sui cinque grandi trittici eseguiti nel 2010 per la mostra tenutasi al Museo MAC di Niteroi a Rio de Janeiro.
Quando ho ricevuto le foto e la pianta del museo, disegnato da Oscar Niemeyer sono rimasto affascinato dalla bellezza di quest’opera, vero gioiello architettonico e mi è subito balenata l’idea di usare i segni che sulla pianta indicavano le cinque pareti e le colonnine per il primo dei miei trittici. La sala esagonale, centrata sul cerchio della vetrata esterna, mi ha ricordato la forma delle innumerevoli sale della immaginaria “Biblioteca di Babele” così descritta da Jorge Luis Borges: un esagono con cinque pareti e un lato aperto d’ingresso. (Coincidenza o citazione?) Esattamente la sala del museo per la quale ho immaginato i miei cinque trittici. È nato così With Oscar il primo dei trittici in mostra, con una serie di variazioni in cui i segni delle pareti disunite tra di loro, punteggiate dalle colonnine che sorreggono la struttura superiore, dialogano con i miei segni derivati dalla geometria dei frattali nelle varie soluzioni esposte in questa mostra. (Bruno Di Bello)
Queste astrazioni digitali rappresentano una sorta di profondo rinnovamento rispetto alle sperimentazioni artistiche di Bruno Di Bello degli anni precedenti e alla tradizione della fotografia “off camera”.
Nascono in seguito a una lunga pausa di riflessione durante la quale l’artista, che già dalla fine degli anni Ottanta aveva pionieristicamente sostituito la sua camera oscura con hardware e software digitali, ha modo di dedicarsi allo studio delle nuove tecnologie e in particolare della fotografia digitale che gli permette di diventare nel frattempo padrone di conoscenze nel campo delle tecniche di creazione ed elaborazione dell’immagine al computer.
In queste opere Di Bello realizza un universo virtuale che scaturisce da un modello matematico, nel quale però è lui stesso a intervenire per decidere quale variabile introdurre nel processo automatico di generazione e proliferazione iconica.
A partire dagli anni Novanta, avendo conosciuto le teorie del matematico Benoît Mandelbrot, l’artista si avvicina allo studio della geometria dei frattali. Mandelbrot, alla fine degli anni Settanta, aveva immaginato che le forme della natura che si ritenevano frutto del caso (la bellezza delle orchidee, la frastagliatura delle coste, la forma delle nuvole…) fossero descrivibili da una geometria scaturita da un calcolo matematico che, con un complesso sistema di equazioni risolvibile al computer, ricreasse forme simili.
Matematica e geometria dei frattali hanno ormai applicazione nei più vari campi dello scibile: dalla cartografia alla previsione dei movimenti di borsa, dalla progettazione architettonica all’astrofisica, ma a Di Bello è venuto in mente che nella storia dell’arte ogni volta che cambia la geometria cambiano l’architettura e l’arte e che già dagli anni Cinquanta i musicisti usano strumenti elettronici per le loro composizioni e dai Settanta gli architetti sostituiscono tecnigrafo e matita con i computer. Persino Paul Klee – riferimento costante nell’opera dell’artista – si interrogava molti anni prima con vari esperimenti ed esercizi, sui rapporti tra la geometria e le forme della natura nelle lezioni che teneva al Bauhaus).
Il filosofo Mario Costa così descrive il lavoro dell’artista: Bruno Di Bello ha capito che il massimo dell’aseità dell’immagine, dovuto alla sua natura logica e dunque mentale, coincide con il massimo di quanto egli è andato cercando per tutta la sua vita. Ha capito cioè che le immagini digitali non rimandano a nessun soggetto e a nessun oggetto, che non hanno referente alcuno e che devono esse stesse essere trattate come dei referenti, cioè come delle nuove cose con le quali misurarsi sul piano dell’estetico.
Per l’occasione verrà pubblicato il Quaderno n. 18 della Fondazione Marconi con un saggio introduttivo di Bruno Corà.
Al pianoterra della sede espositiva saranno esposti una serie di nuove opere, studi e successive variazioni sui cinque grandi trittici eseguiti nel 2010 per la mostra tenutasi al Museo MAC di Niteroi a Rio de Janeiro.
Quando ho ricevuto le foto e la pianta del museo, disegnato da Oscar Niemeyer sono rimasto affascinato dalla bellezza di quest’opera, vero gioiello architettonico e mi è subito balenata l’idea di usare i segni che sulla pianta indicavano le cinque pareti e le colonnine per il primo dei miei trittici. La sala esagonale, centrata sul cerchio della vetrata esterna, mi ha ricordato la forma delle innumerevoli sale della immaginaria “Biblioteca di Babele” così descritta da Jorge Luis Borges: un esagono con cinque pareti e un lato aperto d’ingresso. (Coincidenza o citazione?) Esattamente la sala del museo per la quale ho immaginato i miei cinque trittici. È nato così With Oscar il primo dei trittici in mostra, con una serie di variazioni in cui i segni delle pareti disunite tra di loro, punteggiate dalle colonnine che sorreggono la struttura superiore, dialogano con i miei segni derivati dalla geometria dei frattali nelle varie soluzioni esposte in questa mostra. (Bruno Di Bello)
Queste astrazioni digitali rappresentano una sorta di profondo rinnovamento rispetto alle sperimentazioni artistiche di Bruno Di Bello degli anni precedenti e alla tradizione della fotografia “off camera”.
Nascono in seguito a una lunga pausa di riflessione durante la quale l’artista, che già dalla fine degli anni Ottanta aveva pionieristicamente sostituito la sua camera oscura con hardware e software digitali, ha modo di dedicarsi allo studio delle nuove tecnologie e in particolare della fotografia digitale che gli permette di diventare nel frattempo padrone di conoscenze nel campo delle tecniche di creazione ed elaborazione dell’immagine al computer.
In queste opere Di Bello realizza un universo virtuale che scaturisce da un modello matematico, nel quale però è lui stesso a intervenire per decidere quale variabile introdurre nel processo automatico di generazione e proliferazione iconica.
A partire dagli anni Novanta, avendo conosciuto le teorie del matematico Benoît Mandelbrot, l’artista si avvicina allo studio della geometria dei frattali. Mandelbrot, alla fine degli anni Settanta, aveva immaginato che le forme della natura che si ritenevano frutto del caso (la bellezza delle orchidee, la frastagliatura delle coste, la forma delle nuvole…) fossero descrivibili da una geometria scaturita da un calcolo matematico che, con un complesso sistema di equazioni risolvibile al computer, ricreasse forme simili.
Matematica e geometria dei frattali hanno ormai applicazione nei più vari campi dello scibile: dalla cartografia alla previsione dei movimenti di borsa, dalla progettazione architettonica all’astrofisica, ma a Di Bello è venuto in mente che nella storia dell’arte ogni volta che cambia la geometria cambiano l’architettura e l’arte e che già dagli anni Cinquanta i musicisti usano strumenti elettronici per le loro composizioni e dai Settanta gli architetti sostituiscono tecnigrafo e matita con i computer. Persino Paul Klee – riferimento costante nell’opera dell’artista – si interrogava molti anni prima con vari esperimenti ed esercizi, sui rapporti tra la geometria e le forme della natura nelle lezioni che teneva al Bauhaus).
Il filosofo Mario Costa così descrive il lavoro dell’artista: Bruno Di Bello ha capito che il massimo dell’aseità dell’immagine, dovuto alla sua natura logica e dunque mentale, coincide con il massimo di quanto egli è andato cercando per tutta la sua vita. Ha capito cioè che le immagini digitali non rimandano a nessun soggetto e a nessun oggetto, che non hanno referente alcuno e che devono esse stesse essere trattate come dei referenti, cioè come delle nuove cose con le quali misurarsi sul piano dell’estetico.
Per l’occasione verrà pubblicato il Quaderno n. 18 della Fondazione Marconi con un saggio introduttivo di Bruno Corà.
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