Gianluigi Colin. Sudari

© Gianluca Di Ioia / La Triennale di Milano | Gianluigi Colin, Sudari, La Triennale di Milano

 

Dal 11 Maggio 2018 al 10 Giugno 2018

Milano

Luogo: Triennale di Milano

Indirizzo: viale Alemagna 6

Orari: Martedì - Domenica 10.30 - 20.30

Curatori: Aldo Colonetti, Bruno Corà

Costo del biglietto: ingresso gratuito

Telefono per informazioni: +39.02.724341

E-Mail info: info@triennale.org

Sito ufficiale: http://www.triennale.org



La Triennale di Milano presenta Sudari, mostra personale dell’artista Gianluigi Colin che resterà aperta al pubblico dal 11 maggio al 10 giugno 2018. La mostra comprende un corpus di 16 grandi tele inedite e realizzate appositamente per il progetto espositivo, più un dittico di piccole dimensioni.
Sudari di Colin sono una sequenza di opere astratte, cariche di sedimentazioni cromatiche, di striature ripetute, di campiture dilatate nello spazio. La particolarità di questa nuova serie risiede nell’origine di questi lavori, a mettere in luce la storia personale e la radice concettuale della recente ricerca dell’artista: Gianluigi Colin, infatti, si appropria di grandi tessuti utilizzati per pulire le rotative di diversi quotidiani. Si tratta di “roto-pitture”, tessuti in poliestere usati per “rimuovere” simbolicamente le notizie del mondo.

Le opere in mostra svelano le diverse anime di Colin come artista, art director e giornalista. Nascono tra la materia della realtà tipografica, portatrici della memoria di giorni, mesi, anni di notizie, intrise di inchiostri tipografici ed energie collettive. Autentici “stracci di parole”: il grado zero di ogni forma di scrittura.

Gianluigi Colin pone al centro della propria ricerca la mitologia dei quotidiani, riflettendo sul sistema dei media, operando nel dialogo tra immagini e parole e affrontando il tema dello sguardo e della memoria. L’artista, dal punto di vista privilegiato del giornalista, osserva il mondo attraverso il suo farsi storia a partire dal flusso infinito delle immagini della cronaca quotidiana, che arrivano a depositarsi nella memoria individuale solo dopo il filtro dei media. Il “capitale” iconografico della nostra storia presente è il punto di partenza dell’indagine, che mette da parte una lettura ideologica per porre al centro la ricerca sulle trasformazioni tecnologiche che in questi anni hanno mutato i processi conoscitivi, la cultura della rappresentazione e, soprattutto, l’atteggiamento progettuale.

Per questa ragione, la mostra Sudari rappresenta un capitolo del tutto nuovo, inatteso e sorprendente nel percorso di Gianluigi Colin.

Racconta Gianluigi Colin: “In queste tele riconosco le infinite storie di una umanità invisibile. Una memoria sospesa in un tempo che ogni giorno
si rinnova: volti di donne e uomini, cronache di vite dolenti sovrapposte a fragili racconti di felicità. Ma qui il presente improvvisamente si dissolve: diventa sostanza informe, stratificazione di colori, pura astrazione. Tele prelevate nel cuore del mondo dell’informazione che si manifestano come sudari laici del nostro tempo. Ce lo ricorda Karl Kraus: ‘Dove la vita non ha trovato parole, rimane solo il silenzio’”.

Scrive Stefano Boeri nella prefazione del catalogo: “Questa volta l'arte preesiste, è già art trouvé: basta un gesto di scoperta e riconoscimento, semplice ma profondo. Un atto sensibile di archeologia minuta, che svela l'indizio e ne riconosce all'istante non soltanto la bellezza autopoietica ma anche i suoi innati apparati concettuali. Eppure quell'azione tanto essenziale ha la forza di ribaltare totalmente le cose, forse perfino un po' involontariamente, al punto che siamo oggi costretti a chiederci: ma sono le immagini a precedere la scrittura, o viceversa? A ben vedere, per essere opera quegli ‘stracci di post-parole’ avevano solo bisogno di un nome: come quello che rende domestico un randagio raccolto per strada. La materia selvaggia viene dunque battezzata Sudari, con un richiamo alla reliquia più iconica e dibattuta del cattolicesimo: un diverso esito figurativo, cromatico, identitario, ma un'identica matrice nella parola”. 

Sottolinea Bruno Corà: “Se la vanitas non avesse già assunto iconologicamente l'aspetto del teschio, essa potrebbe, per altri versi e ragioni, essere identificata con queste inedite 'pale' di afasia visiva. Ma il bello è che questa rassegna di ready-made di Colin, stavolta privi di ogni intervento eccetto quello della loro scelta e dimensionamento, non solo rivelano un magnetismo privo di ogni flessione decorativa ma, al contrario, definiti da interna austerità strutturata dall'hasard della macchina, offrono una perentoria immagine di eloquente dissolvimento di ansie, cure, ambizioni, misfatti, speranze, imprese, drammi, sogni e menzogne di ogni giornata irreversibilmente trascorsa”.

Ancora nelle parole di Bruno Corà: “L'approdo di Colin non è una semplice tappa del suo percorso artistico, ma assai di più. I Sudari, se si vuole considerarli a partire dalla loro origine fino all'innalzamento frontale emblematico non iconico, appaiono misura d'avvistamento estetico che ci riguarda. Ciò ricordando il detto già evocato dai versi di Hölderlin e ripetuto dal pensiero filosofico secondo cui ‘ognuno va tanto più lontano se va soltanto là dove può andare’".

Scrive Aldo Colonetti: “Sudari sono impronte autentiche di una parte del mondo, non della sua totalità; ecco perché i colori, le forme, le tracce dei fatti della società contemporanea, compaiono sotto un’altra veste, senza mai arrivare al nero, ovvero alla negazione della varietà del mondo, attraverso un’opzione dettata dalla superbia assoluta di una ragione astratta. Gianluigi Colin ama il mondo, ama la sua storia per cui non potrà mai negarla totalmente, anche quando, come nel caso di queste ultime opere, ci va vicino; ci sarà sempre, per il nostro autore, una possibilità creativa e progettuale capace di andare aldilà della realtà, senza negarla. Perché questa è la ragione fondamentale dell’arte”.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Electa con testi di Stefano Boeri, Aldo Colonetti, Gianluigi Colin e Bruno Corà.  

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