Simone Racheli. Vuoto a perdere
Simone Racheli. Vuoto a perdere, MAC - Museo d'Arte Contemporanea di Lissone
Dal 10 Maggio 2014 al 21 Dicembre 2014
Lissone | Milano | Visualizza tutte le mostre a Milano
Luogo: MAC - Museo d'Arte Contemporanea di Lissone
Indirizzo: viale Padania 6
Orari: mar-mer-ven 15-19, giov 15-23, sab-dom 10-12 e 15-19
Curatori: Alberto Zanchetta
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 039 2145174
E-Mail info: museo@comune.lissone.mb.it
Sito ufficiale: http://www.comune.lissone.mb.it
Al MAC di Lissone Simone Racheli [Firenze, 1966] presenta un inedito ciclo di opere su carta, dal titolo Gli incerti, e una scultura, denominata Sostegno all'incertezza, che rappresentano creature biomorfe sviluppatesi attorno a degli orifizi, o più precisamente intorno a un'assenza che ne condiziona e deforma l'aspetto. Attraverso la perizia tecnica dei suoi disegni, Racheli ci mostra il dissesto organico di corpi che necessitano di un (rassicurante) sostegno, così come accade alla scultura che sembra muovere i suoi primi passi - molto incerti, tutti precari.
Nel descrivere il progetto Vuoto a perdere, Racheli racconta che «cercare il compiuto in qualcosa in evoluzione è un paradosso e non dovrebbe essere applicato all'uomo. Nel tempo abbiamo coniato molti aggettivi che inducono a pensare a una completezza dell'essere umano, integrità suddivisa in due parti, secondo le dottrine attuali che affondano le proprie radici nello sciamanesimo e nel mondo dell'antica Grecia. Il corpo resta comunque un'unità in evoluzione, dalla sua formazione fino alla sua degenerazione. Tale "movimento" (obbligato dalla natura e poi dalla società volitiva) lo rende instabile, inafferrabile, come la materia nell'inquieto Principio di indeterminazione della fisica quantistica. Partendo dal concetto di completezza, sia fisica che emotiva, l'approdo è verso un'inevitabile deformità, quale mancanza del compiuto.
"Completo" è ciò che è finito, indubbio, a cui non manca niente, neanche una piccola parte. L'integrità è una necessità da opporre all'incertezza, che nasce in modo insidioso dal senso di vacuità, dovuto alla percezione di un'assenza. Tale consapevolezza è forse connessa al vuoto da dover colmare, alla perdita dell'altro (di un "altro corpo") all'atto della nascita. Il vacuo ci rende mutili: occupa spazio senza che lo desideriamo. L'incompletezza è una mancanza rispetto a ciò che è definito, formato, concluso. Il nostro corpo, composto da materia vulnerabile e sensibile, somatizza il dolore, modificandosi. Benché mantenga i suoi attributi, la sua caratteristica peluria, così come l'incarnato irrorato da vene o tempestato da efelidi, il corpo diventa deforme. La delicata epidermide prelude a un'anima che corrisponde alla sensibilità del proprio corpo, svelandone gli strati e la profondità; gli orifizi, infatti, sono i punti di accesso per il dentro, per lo spazio interiore. La reazione somatica al vuoto - che alberga dentro ciascuno di noi - diventa deformazione patoplastica nella crescita dell'individuo e della sua coscienza.
L'enigma logora l'anima, la rende inquieta e protende il corpo verso lo spazio, con un passo naturale. Due sole gambe si alternano in un solo punto di sostegno: l'azione mette a dura prova il nostro equilibrio, che è sempre proiettato verso un indefinibile divenire. Il passaggio da un luogo ad un altro erode il tempo e l'ignoto: conquistarli e dominarli è la prova di forza messa in atto nel rito di ciò che è morituro. Quello che è stato consumato lascia dietro di sé dei vuoti, immediatamente tamponati con strategie e certezze. Il cammino dolorante e vacillante dell'incompleto è sostenuto dalla frenetica produzione di artefatti (estensioni umane, protesi, sostegni), materia stabile che ci garantisce una proiezione verso il duraturo. Impossessarsi di queste apparizioni concrete è l'escamotage salvifico dall'incertezza, ed è proporzionale alla menomazione della vacuità percepita».
Nel descrivere il progetto Vuoto a perdere, Racheli racconta che «cercare il compiuto in qualcosa in evoluzione è un paradosso e non dovrebbe essere applicato all'uomo. Nel tempo abbiamo coniato molti aggettivi che inducono a pensare a una completezza dell'essere umano, integrità suddivisa in due parti, secondo le dottrine attuali che affondano le proprie radici nello sciamanesimo e nel mondo dell'antica Grecia. Il corpo resta comunque un'unità in evoluzione, dalla sua formazione fino alla sua degenerazione. Tale "movimento" (obbligato dalla natura e poi dalla società volitiva) lo rende instabile, inafferrabile, come la materia nell'inquieto Principio di indeterminazione della fisica quantistica. Partendo dal concetto di completezza, sia fisica che emotiva, l'approdo è verso un'inevitabile deformità, quale mancanza del compiuto.
"Completo" è ciò che è finito, indubbio, a cui non manca niente, neanche una piccola parte. L'integrità è una necessità da opporre all'incertezza, che nasce in modo insidioso dal senso di vacuità, dovuto alla percezione di un'assenza. Tale consapevolezza è forse connessa al vuoto da dover colmare, alla perdita dell'altro (di un "altro corpo") all'atto della nascita. Il vacuo ci rende mutili: occupa spazio senza che lo desideriamo. L'incompletezza è una mancanza rispetto a ciò che è definito, formato, concluso. Il nostro corpo, composto da materia vulnerabile e sensibile, somatizza il dolore, modificandosi. Benché mantenga i suoi attributi, la sua caratteristica peluria, così come l'incarnato irrorato da vene o tempestato da efelidi, il corpo diventa deforme. La delicata epidermide prelude a un'anima che corrisponde alla sensibilità del proprio corpo, svelandone gli strati e la profondità; gli orifizi, infatti, sono i punti di accesso per il dentro, per lo spazio interiore. La reazione somatica al vuoto - che alberga dentro ciascuno di noi - diventa deformazione patoplastica nella crescita dell'individuo e della sua coscienza.
L'enigma logora l'anima, la rende inquieta e protende il corpo verso lo spazio, con un passo naturale. Due sole gambe si alternano in un solo punto di sostegno: l'azione mette a dura prova il nostro equilibrio, che è sempre proiettato verso un indefinibile divenire. Il passaggio da un luogo ad un altro erode il tempo e l'ignoto: conquistarli e dominarli è la prova di forza messa in atto nel rito di ciò che è morituro. Quello che è stato consumato lascia dietro di sé dei vuoti, immediatamente tamponati con strategie e certezze. Il cammino dolorante e vacillante dell'incompleto è sostenuto dalla frenetica produzione di artefatti (estensioni umane, protesi, sostegni), materia stabile che ci garantisce una proiezione verso il duraturo. Impossessarsi di queste apparizioni concrete è l'escamotage salvifico dall'incertezza, ed è proporzionale alla menomazione della vacuità percepita».
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