Liquid Archives

Liquid Archives, Venezia

 

Dal 6 Maggio 2026 al 11 Ottobre 2026

Luogo: Campo Santo Stefano

Indirizzo: Calle dello Spezier, San Marco

Orari: tutti i giorni dalle 11 alle 19 su appuntamento via WhatsApp

Curatori: Maddalena Pelù

Telefono per informazioni: +39 333 2998674

E-Mail info: INFO@HELDENREIZER.COM


La mostra, curata da Maddalena Pelù, esplora l'acqua non solo come elemento naturale, ma anche come memoria sensibile, corpo femminile, forza ecologica, mitologia fluida e materia politica.

We are all bodies of water. To think through water is to remember we are never alone: come Astrida Neimanis afferma, pensare attraverso l’acqua significa riconoscere una connessione radicale. Siamo tuttə corpi d’acqua, e in quanto tali, parte di una collettività e della sua memoria.

L’acqua è un archivio vivente: raccoglie, nutre, lava, dissolve, trasmette. Nel suo moto continuo, scava, accarezza, corrode. È origine e rovina, madre e marea. Custodisce ed elabora ciò che la terra tende a dimenticare. Ed è anche recipiente di ciò che la Terra produce: in questo tempo liquido, anche l’acqua si rivela fragile. Mentre scorre attraverso i territori della memoria, del sogno, dell’identità e della trasformazione, è solcata da tensioni ecologiche profonde. L’archivio liquido non è solo luogo di narrazione poetica o simbolica, ma anche di resistenza: una memoria del vivente che chiede ascolto, evocando ciò che rischiamo di perdere.

L’esposizione intende riflettere sul secondo elemento esaltandone la mutevolezza, e parallelamente rendendola presenza fissa e testimone del tempo e del suo divenire. Con la forza e il mistero del suo fluire e delle sue profondità che tutto trattengono, accompagnano e nascondono. Superfici, nuvole, fondali e infiniti abissi. L’acqua e l’umano si uniscono generando miti, leggende, suoni e forme che stimolano l’immaginario. 

Elemento di memoria e conservazione, in contrasto con la terra che può dimenticare o nascondere, l’acqua preserva la storia: mari, fiumi e laghi custodiscono memorie di popoli. L’acqua si accosta all’inconscio e al femminile, che trattengono emozioni e ricordi profondi che la mente razionale - la terra - ha rimosso. Una sorta di archeologia acquatica, vicina al concetto foucaultiano di archivio: la descrizione di questa massa straordinariamente vasta e complessa di cose che sono state dette in una cultura

L’anima mundi dell’alchimista Robert Fludd descrive questa distinzione: un’immagine femminile che incarna la relazione tra elementi e principi simbolici. Nella tradizione occidentale, la mano destra è associata al maschile, al sole e alla dominazione; la mano sinistra, marginalizzata, al femminile, alla LIQUID ARCHIVES - Venezia - Nota curatoriale 3 luna e all’acqua. Un dualismo che riflette la storica gerarchizzazione tra ciò che è visibile e affermato e ciò che è fluido e intuitivo.

A Venezia l’acqua è un sistema di orientamento - ci insegna Tiziano Scarpa in Venezia è un pesce. Ed in una città come questa, nata sull’acqua e ora in bilico per essa, Liquid Archives si propone come un archivio effimero di ciò che rischia di andare perduto, ma anche della potenza di ciò che continua a trasformarsi.

Da questo nucleo concettuale la mostra si apre alle pratiche delle artiste invitate, i cui lavori attraversano il liquido come materia, metafora, elemento emotivo, vitale, nutritivo e condizione esistenziale. Le opere dialogano come correnti interconnesse, generando un archivio del fluido nelle sue svariate vesti e in cui corporeità, memoria e scienza si intrecciano.

ANGELA ANZI (Lucern, Switzerland, 1981, lives and works in Basel, Switzerland) opera all'incrocio tra suono, performance, video e scultura, esplorando la voce come spazio di resistenza e trasformazione. Attraverso la figura mitologica marina della sirena, l'artista indaga i processi di silenziamento e domesticazione del femminile nella memoria collettiva della cultura occidentale. In Lucid Voices, la sirena riemerge come corpo sonoro e acquatico: una presenza fluida che connette storie, desideri e memorie sommerse, restituendo alla voce una dimensione collettiva e plurale, come l'acqua stessa. Con Murmurs in the Tides, l'artista valorizza le capacità biologiche della tridacna, mollusco bivalvo dai poteri trasformativi: si tratta infatti di un organismo ermafrodita e sessile, capace di mutare la luce in energia attraverso una relazione simbiotica con le alghe. In tensione con l'immaginario dinamico delle creature marine, la tridacna resta immobile, ancorata ai fondali marini, e il suo ruolo è di grande supporto e rifugio per numerosi organismi e diverse specie di pesci. Il suo guscio si configura come uno spazio liminale, una soglia tra interno ed esterno. La superficie, ruvida e sedimentata all'esterno e liscia all'interno, evoca una cavità risonante predisposta all'ascolto, da cui emerge un respiro, presenza vaporosa e attiva sotto forma di nebbia.

KATYA EV ANTON (Moscow, URSS, 1983, lives and works in Brussel, Belgium) indagale relazioni tra corpo, società eeconomia, rivelando il potenziale di agentività all'interno delle strutture di potere. In Untitled (milk), il latte umano viene sottratto alla sua invisibilità per diventare materia artistica, archivio vivente e superficie di pensiero. Sostanza prima, quasi sempre sottratta allo sguardo, il latte si trasforma qui in strumento di misura e di turbamento: rivela ciò che normalmente resta nascosto, cristallizzando in forma tangibile un lavoro del corpo non riconosciuto, né remunerato. L'opera si inscrive nel percorso più ampio di Ev che interroga l'idealizzazione e la invisibilizzazione dell'allattamento -a lungo confinato nell'iconografia della Virgo Lactans prodotta da pennelli maschili - per rivendicarlo invece come esperienza vissuta, condivisa e politica. Da una prospettiva queer e non binaria, l'artista rende visibile un gesto intimo carico di significati culturali, trasformando l'allattamento in un atto di apparizione permanente, cura e resistenza. Il latte non è LIQUID ARCHIVES - Venezia - Nota curatoriale 4 qui semplice nutriente: è un'epistemologia in atto, un medium di sapere che collega il domestico al pubblico, l'icona al quotidiano, il corpo alla legge.

ANNA GREBNER (Sinalunga, Italy, 1990 lives and works in Munich, Germany) agisce tra pittura e installazione, concentrando la sua ricerca sulla fragilità ecologica dell'acqua e sull'intreccio tra corpo umano e ambiente. Nella serie acid in the shell, l'acqua è al centro della riflessione artistica come materiale assieme vivente e fragile. La pelle umana, con un pH di 5,5, viene messa in relazione con l'acqua del mare, il cui pH oscilla tra 7,5 e 8,4: un equilibrio sempre più compromesso. La progressiva acidificazione degli oceani è una trasformazione invisibile ma profonda, che minaccia le forme di vita organica. La cozza, i cui filamenti di bisso si dissolvono per effetto dell'acidità crescente dell'acqua, diventa simbolo di questo cambiamento. L'artista traccia con le impronte dell'acqua disegni e corpi intrecciati e interconnessi, a richiamare la relazione tra acqua e essere umano. L'osservazione della dissoluzione delle conchiglie le erige a blasoni preziosi di un'urgenza climatica imminente, mentre i pigmenti naturali e i materiali raccolti dalla loro decomposizione radicano le opere in un tempo e in un luogo specifici, cercando di preservare tutta la loro bellezza e il loro mistero. L'acqua agisce come agente di trasformazione, lasciando tracce che rendono visibile l'impatto, spesso invisibile, delle azioni umane sul mondo non umano.

MARIE LUCE-NADAL (Perpignan, France, 1984, lives and works in Paris, France) con la sua pratica scientifica e artistica entra nell’impercettibile: i liquidi del cielo. Attraverso installazioni che interagiscono con nuvole, nebbia, vapore e stati atmosferici instabili, l’artista cattura forme di esistenza transitorie, normalmente destinate a dissolversi. Il suo lavoro si inscrive in Liquid Archives come un archivio dell’effimero, in cui l’acqua si manifesta come forza relazionale, capace di registrare e trasmettere presenze fragili e mutevoli. In 9ème cercle, una nube viene raccolta e trattenuta all’interno di uno spazio chiuso, apparendo e dissolvendosi in un movimento continuo. Come un acquario atmosferico, l’opera rende visibile l’instabilità del cielo, evocando un paesaggio sospeso e remoto. Si configura così come un inframondo silenzioso, in cui la materia atmosferica diventa corpo e memoria. Con Couverture à mémoire de rêve, Nadal riprende la forma di un copriletto trapuntato, eco domestica che affonda nell’infanzia. Nelle linee del matelassé emergono immagini oniriche: tracce che si depositano come condensazioni del sogno. L’impronta di un corpo evoca il desiderio di coltivare il cielo, mentre un paesaggio visionario unisce terra e atmosfera in una continuità fluida. Le due opere articolano un movimento tra osservazione e immaginazione, dove il cielo diventa materia sensibile e il sogno una forma di archivio.

CLARA RIVAULT (Paris, France, 1991, lives and works in Paris, France) dialoga con una pluralità di tecniche tradizionali tra bronzo, vetro soffiato e porcellana. Specializzata nell'arte della vetrata, l'artista si dedica a un lungo processo creativo avviato da prelievi fotografici che poi disarticola, ricompone e cristallizza, proponendo narrazioni in cui mitologia e mondo reale si confondono. L'osservazione minuziosa di materie organiche e tessuti viventi nutre una gamma di LIQUID ARCHIVES - Venezia - Nota curatoriale 5 forme che l'artista infonde nel vetro, conferendo loro una dimensione sculturale. La nozione di corpo è il fil rouge del suo lavoro polimorfo. L’artista presenta opere in cui l’acqua diventa spazio di invocazione e emozione. X Voto rappresenta un’immagine anatomica uterina come richiamo alla fertilità: l’utero, in quanto casa del liquido amniotico, è un ambiente vitale e protettivo, un mare originario in cui il corpo si forma prima di separarsi dal fluido che lo ha accolto. Un archivio ancestrale di memoria corporea. Les Larmes du Ciel, attraverso la realizzazione di un lacrimatorio, si ispira agli oggetti archeologici utilizzati per raccogliere le lacrime durante i rituali funerari, trasformandole in tracce materiali del sentire umano. In entrambe le opere, l’acqua custodisce emozioni, desideri e vulnerabilità, sedimentando il tempo e rendendo visibile ciò che normalmente evapora. 

FLAMINIA VERONESI (Milan, Italy, 1986, lives and works in Milan, Italy) lavora con l’Incanto. Esplora l'universo dei mirabilia e dei naturalia attraverso un linguaggio reinterpretativo e ludico, in cui forme e materiali differenti convivono senza gerarchie. Il suo immaginario si popola di creature anfibie e mutanti, sospese tra umano e animale, forme del vivente in metamorfosi. La sirena si afferma come figura archetipo del corpus creativo dell'artista: una creatura ibrida, capace di vivere tra mondi diversi, incarnando una condizione di apertura all'alterità e alla trasformazione. Sirena Iguana è una ceramica che porta l'impronta della cottura ad alta temperatura: una pelle dall'aspetto arcaico, quasi etrusco, che restituisce all'oggetto una presenza ancestrale. Le mani, volutamente meno rifinite - come nei disegni preparatori - conservano una ruvidezza essenziale che accentua il carattere anfibio e istintivo della figura. In Conchiglia morte a Venezia, la figura del paguro e della conchiglia si inseriscono in un archivio marino fatto di spostamenti, rifugi e stratificazioni, diventando un microcosmo mobile che custodisce tracce. L'opera richiama le logiche delle Wunderkammern, evocando una forma di conoscenza fondata su stupore e meraviglia. Il riferimento a Morte a Venezia introduce una tensione tra incanto ed effimero, in cui la bellezza si manifesta come esperienza fragile e transitoria.

KIKI SMITH (Nuremberg, Germany, 1954, lives and works in New York, USA) esplora il corpo come territorio poroso e vulnerabile. Le sue prime sculture hanno reso visibili fluidi corporei e funzioni biologiche rimosse - mestruazioni, urine, escrezioni - mettendo in crisi l’idea di un corpo femminile puro, controllabile e idealizzato. In un contesto segnato dalla crisi dell’AIDS, questa pratica ha assunto una forte dimensione politica, opponendosi all’invisibilizzazione della malattia e alla negazione della sua fragilità. Smith ha anche attraversato nel tempo figure mitologiche e archetipiche come strumenti critici per interrogare l’identità femminile. In Liquid Archives, la scultura in bronzo Mother, attiva una lettura curatoriale che intreccia il lavoro dell’artista con la mitologia del mare come archivio di memorie leggendarie collettive legata all’acqua. Figura liminale e non idealizzata, la sirena emerge qui nella sua soggettività, sospesa tra umano e animale, e in continuo mutamento. La sirena di Smith ribalta il mito tradizionale: non seduttrice o oggetto del desiderio maschile, ma creatura abitatrice di profondità, vulnerabile e riflessiva.

Storicamente il passaggio della sirena da donna-uccello a donna-pesce non è solo iconografico: è il modo in cui il loro canto abissale viene spostato dall’Aria all’Acqua; materia, quest’ultima, capace di trattenerlo e conservarlo nel suo costante movimento. Maurice Blanchot descrive il canto delle sirene come un canto che, a differenza di quello delle Muse, non ordina, ma dischiude un abisso, invitando chi lo ascolta ad immergervisi. In questa prospettiva, l’abisso non è solo una profondità geografica, ma una condizione dell’ascolto: un lasciarsi andare. Liquid Archives si configura così come un archivio corale e fluido: L’acqua è l’elemento più favorevole per illustrare i temi delle combinazioni di potenza. Assimila così tante sostanze! Attira a sé così tante essenze! Riceve con uguale facilità le materie contrarie, lo zucchero e il sale. Si impregna di tutti i colori, di tutti i sapori, di tutti gli odori. Si comprende dunque che il fenomeno della dissoluzione dei solidi nell’acqua sia uno dei principali fenomeni di questa chimica ingenua, che resta la chimica del senso comune e che, con un po’ di sogno, è la chimica dei poeti.

Gaston Bachelard, L’eau et les rêves

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