Intervista al biografo di Umberto Boccioni

Gino Agnese racconta Boccioni, il talento bocciato in disegno che vinse la sfida del Novecento

Umberto Boccioni | Courtesy of Museo del 900, Milano
 

Eleonora Zamparutti e Samantha De Martin

21/10/2022

Ambizioso, elegante, collerico, patito di cravatte e fissato per la piega dei pantaloni al punto da metterli sotto il materasso prima di andare a letto, Boccioni vinse la sfida del Novecento semplicemente immaginando, con un tentativo quasi disperato, come sarebbero potuti essere il mondo, l’arte, la vita sociale di lì a cinquant’anni dopo.
I diari ce lo restituiscono come un personaggio tormentato e pieno di dubbi, collerico e manesco, insomma uno che si buttava nella mischia nonostante fosse minuto e di media altezza, al punto che appena c'era da menar le mani non aspettava altro.
Bocciato in disegno quando frequentava le scuole tecniche a Catania, pensò da grande di approdare all’arte in maniera non convenzionale, attraverso il giornalismo, o meglio attraverso quelle vignette che i giornali pubblicavano e che non presupponevano particolari abilità in disegno.

 “Non è stato facile per lui trovare una forma di espressione di questo desiderio di modernità. Boccioni disse più volte che fra lui e il dipinto in esecuzione c’era una lotta terribile, una competizione senza limiti. Prepotente lo era. Fu un magna pars della scrittura del primo manifesto dei pittori futuristi. Quando i pittori che avrebbero dovuto firmarlo arrivarono in Via Senato, a Milano, come monaci al convento, uno dietro l’altro, Boccioni pretese che il primo firmatario di tutti i manifesti fosse lui, e Marinetti lo assecondò, e gli altri stettero al gioco perché era chiaramente il leader, era chiaramente lui”.
Gino Agnese, biografo di Boccioni con Umberto Boccioni. L’artista che sfidò il futuro, racconta il pittore tormentato che, grazie al potere dell’immaginazione, riuscì a vedere come sarebbe stato il mondo da lì a 50 anni.


Gino Agnese in "Formidabile Boccioni" | © ARTE.it

Il contributo di Gino Agnese, accanto a quello di altri autorevoli studiosi ed esperti di Boccioni, impreziosisce il documentario FORMIDABILE BOCCIONI, un’opera di Eleonora Zamparutti e Piero Muscarà con la regia di Franco Rado, prodotta da ARTE.it Originals in collaborazione con ITsART e Rai Cultura.
Disponibile in esclusiva su ITsART, il documentario regala un avvincente viaggio, corredato da una varietà di documenti, filmati e materiali d’epoca originali, nella vita del primo attore del Futurismo che dedicò l’esistenza intera ad inventare un nuovo linguaggio, contemporaneo per esprimere la modernità in pittura e in scultura.
L’artista che ha abbracciato la rivoluzione di Marinetti, traducendo la poesia in arte e dando un apporto fondamentale alla più importante Avanguardia artistica del primo Novecento in Europa, chiamato il “bacarozzo” per quel modo di vestire tutto di nero, secondo la moda in voga a quell’epoca, avrebbe, come per uno scherzo del destino, regalato all’arte del Novecento la parentesi più luminosa.

 “Questa bella compagnia di pittori seguiva le mode. E allora c’era la moda del nero, di cappotti neri, pantaloni neri. Siccome portavano anche dei mantelli vennero chiamati “bacarozzetti”, “scarafaggetti”, piccoli scarafaggi. Queste cose mettevano allegria, ed è molto bello esplorare queste esperienze giovanili tra lo spirito goliardico e quello invece impegnato”.
Se nel documentario, per ovvi motivi, non è stato possibile riportare integralmente il contributo di Gino Agnese, riproponiamo qui l’intervista per intero per scoprirne di più sull’uomo e sull’artista Boccioni.


Frame da Formidabile Boccioni | Courtesy of Goldschmied & Chiari , Paesaggi Artificiali, 2021 | © ARTE.it

C’è una frase molto bella che scrive Umberto Boccioni: verrà un tempo in cui il quadro non basterà più. Le opere pittoriche saranno vorticose composizioni musicali di enormi gas colorati. Secondo lei che cos’è che aveva intuito Umberto Boccioni all’alba del Novecento?
“Ciò che è importante nel caso di Boccioni è l'immaginazione, cioè il tentativo, quasi disperato, di immaginare come potrà essere il mondo, come potrà essere l’arte, la vita sociale di lì a cinquant’anni. Dunque Boccioni immagina queste opere d’arte effimere che, realizzate in alto, non si sa se di notte, di giorno, vanno ascritte alla categoria della mirabilia, cioè delle cose che lo stesso personaggio che le immagina non sa bene immaginarle".

Boccioni ha avuto un destino tragico, è morto molto giovane, e la sua carriera artistica si è compiuta in un arco di tempo molto breve. Dopo la sua morte, le sue sculture che erano fabbricate in gesso, e che rappresentano la punta di diamante della sua ricerca, dopo qualche anno sono state distrutte. Lei che ragione si dà di questo strano destino che toccò a Boccioni e della strana sorte che toccò alla sua eredità?
“Secondo me c’è una ragione pratica. Bisognava pagare il padrone di casa di Boccioni, che era in affitto. Io non so se avesse pagato tutto l’arretrato di quanto era dovuto al padrone di casa. Il proprietario aveva questa urgenza di liberare le stanze per riaffittarle, e c’erano questi manufatti di gesso, statue, che, a chiunque avesse una visione ordinaria delle cose, potevano sembrare stupidaggini, tentativi incomprensibili. Probabilmente se queste statue fossero state modellate alla maniera tradizionale la cosa sarebbe andata diversamente, ma chi le ha ricevute ha pensato di liberarsene o buttandole via o cedendole a uno scultore che se ne sarà sbarazzato a sua volta”.

Due artisti contemporanei stanno cercando di ricostruire più fedelmente possibile le sculture di Boccioni... “Un’operazione del genere secondo me non ha senso, perché sarebbe come rifare anche qualunque manufatto antico. Le opere d’arte hanno senso se sono vere, e sono vere se vengono fatte dall’artista e nel tempo storico dell’artista”.


Frame da Formidabile Boccioni | © ARTE.it

Cosa accade dopo che, da Catania, il giovane Boccioni approda a Roma?
“Da Catania giunge a Roma dove si stabilisce in casa di alcuni parenti. E si propone di entrare in un giornale per avere la possibilità di fare delle vignette”.

E invece le cose andarono diversamente…
“Boccioni finisce nello studio di un artista molto, ma molto importante, un cartellonista che si chiamava Mataloni, del quale si erano perdute un po’ le tracce. Mataloni aveva questo studio a Roma, tuttavia il disegno e la sua arte, ancora floreale, non potevano di certo esaltare un giovane. Ad ogni modo Boccioni frequenta per qualche tempo il suo atelier ed è facile dedurre che qualche nozione di litografia l’abbia acquisita”.

Qual era il clima che si respirava a Roma quando Boccioni era giovane e diventava amico di Severini?
“Come succede a tutti i giovani che vivono in città, anche Boccioni era inserito in un’allegra compagnia di giovani, alcuni di grande talento. Si incontravano in un caffè di Via del Corso frequentato non solo da artisti, ma anche da poeti, giovani talenti degli studi filosofici”.

Quali erano i fatti d’attualità che potevano colpire di più quelle nuove generazioni che vivevano a Roma in quegli anni?
“C'è un fatto che veramente fa svoltare la consapevolezza di tanti giovani giovani a Roma, come pure nelle altre città, ed è la domenica di sangue a Mosca il 5 gennaio, davanti al palazzo imperiale di San Pietroburgo. Io credo che in una di queste manifestazioni senz'altro ci sia stato anche Boccioni, dal momento che c'erano almeno due amici molto legati a lui, uno dei quali fu addirittura arrestato dai carabinieri e alla fine su di lui la polizia aprì un fascicolo”.

E Boccioni era interessato alla politica?
“Boccioni non era interessato alla politica, certamente aderiva a questo gruppo di simpatizzanti del socialismo, però questa non era la sua vocazione. Boccioni voleva liberarsi delle cose che già stavano facendo il loro tempo, un po’ come il floreale. Era la sete di nuovo, la sete dell'avvenire che tormentava lui e tutti gli altri giovani. Infatti quando fa la copertina dell'Avanti, invece di seguire la simbologia socialista, la bandiera rossa, la falce e il martello, così via, realizza sulla copertina un'automobile scatenata nella corsa, con le ruote che vorticano, testimonianza di quale fosse la sua reale predilezione”.


Boccioni nel suo studio con Balla sua madre e due assistenti in posa davanti al modello in gesso Espansione spiralica | Courtesy of Museo del 900

Com’è avvenuto l’incontro tra Umberto Boccioni e Giacomo Balla, il suo maestro?
“Boccioni, quando andava a far visita a certi parenti che abitavano dietro Via Veneto, si trovava spesso a passare davanti a un negozio dove ogni volta c’erano due o tre quadri messi ad asciugare. Erano di un pittore che abitava lì, torinese, si chiamava Giacomo Balla, e viveva in questo negozio simile a un rettangolo che era dentro al fabbricato. In quel luogo fino a poco tempo fa operava un’officina per la riparazione delle automobili”.

E quindi vedendo questi quadri di Balla che reazione ebbe Boccioni?
“Vedendo questi quadri Boccioni si informò sul conto del pittore che era poi Giacomo Balla, il quale divenne il maestro dello stesso Boccioni, ma anche di Severini, di Sironi... Era parecchio più grande di loro, era un pittore divisionista, un buon pittore. Ecco, e lì è cominciato il sodalizio, la conoscenza, di Boccioni con Balla. In seguito Boccioni andò a Milano, cominciò a vivere l’avventura futurista e chiamò Balla a far parte del gruppo futurista, e Balla, come molti sanno, si liberò dai suoi trascorsi di pittore divisionista e di pittore classico, e stese uno striscione in Via del Babuino, con scritto “Balla è morto”. Voleva dire che il pittore tradizionale era morto ed era entrato nel Futurismo Giacomo Balla”.

Il 1910 fu l’anno della svolta per Umberto Boccioni, l’anno in cui incontrò Marinetti. Come avvenne questo incontro? “In realtà, sull’incontro tra Boccioni e Marinetti ci sono due, o anche tre versioni. Naturalmente credo ci sia sempre stato un intermediario a favorire l’inizio di questa amicizia. Secondo una versione, fu un amico di Boccioni, con il quale aveva condiviso la camera mobiliata a Roma, a presentargli Marinetti in una stazione ferroviaria. Secondo altre versioni fu Marinetti che incontrò Boccioni ad una mostra. Non abbiamo documenti in merito. Fatto sta che i due si incontrarono e fu uno degli eventi più importanti del Novecento, perché Marinetti ne riconobbe il talento, "elettrificò" Boccioni, strappandolo alla buona pittura, al divisionismo, e incitandolo a fare il nuovo, a realizzare una pittura nuova, facendolo insomma innamorare del futuro, del tempo a venire”.

 
Frame da Formidabile Boccioni | © ARTE.it

Lei crede che Marinetti, dopo la morte di Boccioni, abbia capito che la potenza della sua arte avrebbe potuto dare un futuro al Futurismo?
“Marinetti è stato sempre convinto della genialità di Boccioni, e la genialità consisteva in questo: nella capacità di metabolizzare in modo singolare l’esperienza. Dove alcuni impiegano molto tempo per far fruttare un’esperienza, la persona geniale fa questo in breve tempo. Boccioni quando a Roma frequenta la scuola di disegno assieme a Severini e ad altri non era il migliore, anzi, alcuni erano molto più bravi di lui nel disegno come pure nella pittura. Eppure sono rimasti lì dov'erano. Boccioni no, ha metabolizzato l’esperienza abbandonandola cercandone un’altra e un’altra ancora…”.

Boccioni per seguire l’arte fece una scelta di vita. Decise di non avere mai una famiglia, di non avere mai relazioni affettive stabili…
“Boccioni promise a se stesso che non avrebbe mai avuto un legame stabile, tantomeno un matrimonio. Perché un eventuale matrimonio lo avrebbe strappato all’arte. Era un sacerdozio quello che Boccioni ebbe con l’arte. Una scelta che non doveva avere distrazioni. Una volta confessò di non avere quasi mai dormito un’intera notte con una donna, che tutti i suoi legami erano temporanei”.

C’è anche un piccolo segreto nella sua vita privata che in pochi conoscono…
“È terribile che non si sia mai occupato di un figlio che aveva avuto in Russia. Lo lasciò alla madre, la russa Augusta Berdnicoff, Popoff da nubile. Fu una vera tragedia. Nessuno sapeva di questo figlio, nemmeno Marinetti. Ne erano a conoscenza soltanto la mamma e la sorella. Quando il figlio nacque, lui augurò a lui e alla mamma buona fortuna e non se ne occupò mai più. Ma quando Boccioni morì cadendo da cavallo, nel suo portafoglio fu trovata una fotografia del bambino all’età di sei/sette anni. Quella stessa fotografia del bambino l'aveva anche la madre di Boccioni”.

 
Tra i Calmucchi della Steppa - Russia 6 Sett. 1906 | Courtesy of Niccolò D'Agati

I Futuristi dichiaravano di essere i primitivi di una sensibilità completamente trasformata. Cosa voleva dire?
“Voleva dire tutto e niente, che si affacciava all’orizzonte del mondo una nuova sensibilità. C’erano già gli aeroplani, il primo aeroplano è volato in America nel 1905-1906. Era evidente che questo mondo assolutamente diverso implicava una nuova sensibilità. Marinetti ha capito che le tecnologie cambiano: il tram di Monza, elettrico, cambiò la vita di molti milanesi. Ma il grande evento che cambiò la vita in modo radicale fu l’illuminazione pubblica perché indusse la vita notturna, i locali le belle di notte, una sensibilità che prima non c’era. Ecco perché Marinetti diceva che loro erano i primitivi, nel senso: siamo noi i primi a dirlo”.

Nel 1912 Marinetti organizza una mostra alla galleria Bernheim Jeune, però Boccioni prima di inaugurare la mostra decide di fare un viaggio di perlustrazione per cercare di capire cosa stessero facendo i cubisti. Come andò quell’incontro con Picasso a Parigi?
“Boccioni ha sempre creduto nel genio di Picasso. Però lui voleva rubare tutto quello che c'era da rubare per lavorarlo nella fucina della sua arte. E c'era molto da rubare nell’atelier di Picasso. Boccioni chiese allora a Severini di accompagnarlo allo studio di Picasso e lui, che era molto amico di entrambi, lo accompagnò, e Picasso fu contento di vedere questo italiano molto fantasioso. Poi venne un'occasione espositiva e comparve una scultura di Boccioni che denunciava la visita che Boccioni fece a Picasso e Picasso si arrabbiò e disse a Severini: Ma tu perché m’hai portato qua questo tuo amico italiano?”.

Ma secondo lei chi ha vinto la sfida del Novecento? Picasso o Boccioni?
“Io sono il biografo di Boccioni, quindi la mia opinione è viziata da questo, però la massima espressione dell’arte del Novecento è Picasso, e Boccioni è una declinazione dell'arte del Novecento. Probabilmente la semina più importante è stata quella dei futuristi non quella di Picasso. Molti artisti hanno provato a fare Picasso, diciamo a copiare Picasso a fare appunto il picassismo ma il picassismo è una cosa inesistente, mentre il Futurismo è anche pluralità di genialità, non c’è solo Boccioni. E poi c’è un’inventiva che non si ferma mai. La stagione dell’aeropittura, che adesso viene presa in maggiore considerazione dai mercati internazionali dell’arte, è uno sviluppo del Futurismo”.


Umberto Boccioni mentre esegue il ritratto del Maestro Ferruccio Busoni all'Isolino di San Giovanni | Courtesy of Adelphi Editore, Milano e Archivio della Fondazione Caetani, Roma

Eppure sul finire della sua vita, quando si trova a Pallanza a fare il ritratto di Ferruccio Busoni sembra aver abbandonato l’esperienza futurista…
“È stato detto che nel Ritratto del Maestro Busoni Boccioni avrebbe confermato il suo abbandono del Futurismo. Secondo me questo non è vero. Boccioni aveva bisogno di soldi perché doveva partire militare e doveva lasciare un gruzzolo notevole alla mamma e alla sorella. Ferruccio Busoni era innamorato di sé e della sua persona. Se Boccioni avesse fatto il ritratto di Busoni con il linguaggio futurista quello glielo avrebbe tirato addosso, non l’avrebbe accettato e Boccioni non avrebbe avuto i molti soldi che ebbe dal Maestro Busoni. A riprova di quello che sto dicendo c'è che Boccioni, accanto all'opera che era in contratto del Maestro Busoni, realizzò un ritratto alla moglie del Maestro Busoni in linguaggio futurista”.

Cos’è stata per Boccioni l’esperienza della guerra? Trovarsi sul Monte Altissimo non deve esser stato proprio una passeggiata... Avrebbe potuto avere qualche agevolazione e invece...
“Boccioni era un patriota, e intese l’impegno in guerra come un patriota. Era debole di polmoni, il Maestro Busoni lo esortò a far valere questa sua debolezza polmonare per essere esonerato dal servizio militare, ma lui rifiutò. E quando andò alla visita militare tacque, non parlò nemmeno dei disturbi che aveva. Avrebbe avuto anche la possibilità di fare un servizio militare comodo con la possibilità di diventare sottufficiale, ma rifiutò anche questo. Quando fu mandato al reparto il colonnello gli disse: Lei è il signor Boccioni? Avremmo per lei un riguardo speciale... Ma lui rifiutò e fu addetto alle stalle dei cavalli perché era in un reparto di artiglieria ippotrainata. Quando seppe che c'era una richiesta di soldati per le bombarde, un'arma che andava in primissima linea, fece di tutto per essere destinato alla prima linea. Boccioni fu convinto del servizio militare e Busoni, dopo la morte del pittore, alterò delle lettere per dimostrare il contrario di quello che ho detto, ma poi questo imbroglio fu svelato”.

Quando, il 3 luglio del 1910, il quadro delle Tre donne fu esposto a Milano la critica accusò Boccioni di avere presentato delle donne in camicia da notte…
“Il quadro delle tre donne merita un'attenzione molto particolare. Quando fu esposto, sul Corriere della Sera comparve una critica che accusava Boccioni di aver presentato delle signore in camicia da notte. Non è un caso raro che i giornali dicano delle sciocchezze. Invece il quadro delle Tre donne è molto importante perché ripete un'opera tra le più celebri al mondo, la Trinità angelica di Rublëv, un quadro russo, l'icona più importante che ci sia in Russia. Boccioni molto probabilmente non ebbe la possibilità di vederla dal vivo. Però dovunque a Mosca si trovavano delle riproduzioni della Trinità angelica di Rublëv".


Umberto Boccioni, Tre donne, 1809-1810, Olio su tela, Milano, Gallerie d'Italia - Piazza Scala, Collezione Intesa Sanpaolo

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