I nomadi della cultura

 

26/02/2004

Tribu’ dell’arte in mostra a Roma, presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, negli spazi espositivi dell’ex Fabbrica Peroni. Gruppi di artisti individuati e presentati da Achille Bonito Oliva, curatore generale (mentre il coordinamento è affidato a Gino di Maggio) che più che norme estetiche condividono comportamenti e, modi di affrontare la vita, che come elemento comune hanno una forte tensione ideologica e morale. D’altronde sono artisti che vivono il clima politico e sociale del secondo dopoguerra e le loro scelte non possono non risentirne. Cercano forme di aggregazione alternative, stendono manifesti, portano avanti le sperimentazioni delle avanguardie storiche (surrealismo, dadaismo e futurismo), creano opere che funzionino da detonatori di un senso e di ciò che è sicuro o omologato alla società. Mettono in discussione la stessa arte, creano la non-arte, predicano l’arte totale. Producono un disorientamento come solo può fare una tribù, nomade della cultura, senza fissa dimora, priva di uno statuto e di un critico ufficiale che le definisca come movimento. Questo ci tiene a sottolinearlo Bonito Oliva, la cui funzione è stata esclusivamente quella di riconoscere le varie Tribù. Elemento che accomuna le diverse Tribù (Lettrismo, Situazionismo, Gutai, Fluxus ed Events, Happening nella prima esposizione fino al 24 giugno; Mono-Ha, Factory, Azionismo, Techne-Tribù, Video Arte nella seconda dal 6 luglio al 7 ottobre) è un’utopia, quella della libertà nella sua duplice valenza, positiva e negativa: chi appartiene a una di queste Tribù infatti vuole essere libero dai tanti schemi e costrizioni imposti dal sistema dell’arte globalizzato, dall’economia e dal circuito internazionale e vuole essere libero di fare, proporre, creare, distruggere, sperimentare. Ma una Tribù non è tale se non ha un Capo (anche se il Capo non sa di esserlo); ecco allora i “Capi Tribù senza Tribù”: artisti (vivi e non) che con il loro lavoro hanno rappresentano un modello di produzione artistica e di comportamento sociale, come Beuys, Clemente, Boetti, Klein, Kounellis. In entrambe le esposizioni sono presenti i Capi Tribù, in questa prima parte risalta all’inizio del percorso l’installazione di John Cage con un pianoforte rovesciato su strati di stoffe e giornali. Un simbolico capovolgimento dello strumento più tradizionalmente classico (eppure continua ad essere così eloquente nonostante il silenzio a cui è stato costretto). L’attività dell’artista delle Tribù infatti consiste nello stravolgere ogni tipo di significato, laddove il suo operare non si fissa e cristallizza in opere compiute da incorniciare ed esporre nei musei, ma si distribuisce nel flusso creativo della sua vita. Il loro modo di vivere, di porsi criticamente verso le omologazioni della società, questa è la loro opera più riuscita.

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