LE PRIME DUE SEZIONI

Teatro Firenze
 

18/06/2001

I modelli lignei proposti oggi a Palazzo Medici Riccardi sono strettamente connessi alla seconda metà degli anni ’70, quando Ludovico Zorzi organizzò le due mostre incentrate sulla storia dello spettacolo a Firenze, quella storia oggi ripercorribile in sei sezioni. I tredici modelli sono stati costruiti da Cesare Lisi e Ferdinando Ghelli in diverse scale che vanno da 1:20 a 1:100, offrendo la possibilità di un excursus teatrale che prende le mosse dalla svolta segnata dal passaggio dalla scenografia statica medievale a quella articolata e mobile rinascimentale, fino alle prime avvisaglie dei palcoscenici “meravigliosi” di matrice barocca. · La prima di queste sezioni è dedicata agli apparati effimeri allestiti nelle chiese fiorentine. Qui vengono presentati i cosiddetti “ingegni”, macchinari per le sacre rappresentazioni la cui invenzione è attribuita a Filippo Brunelleschi. Tra i pezzi esposti spicca l’ “ingegno” per la rappresentazione dell’Annunciazione in SS. Annunziata del 1439. Per la festa del 25 marzo, data che allora coincideva anche con l’inizio dell’anno (solo con la riforma del calendario voluta da Gregorio XIII Boncompagni a fine XVI secolo l’anno inizierà con gennaio), a Firenze giunse il prelato russo Abramo di Souzdal in occasione del Concilio per l'unione delle due chiese, l'ortodossa e la romana. Grazie alla relazione fatta da questo illustre visitatore è stato possibile ricostruire la scena sistemata nello spazio longitudinale della chiesa. La vicenda si focalizzava su due punti ben precisi: la tribuna costruita sulla porta d’ingresso ospitava le raffigurazioni dell'Empireo con i Cieli rotanti e il Padreterno in gloria tra gli angeli, mentre sul piano del tramezzo – pontile in muratura presente allora in alcune chiese conventuali – era sistemata la cella della Vergine. Tra i due spazi si collocava il pubblico, sopra le cui teste era posto un filo che congiungeva le due zone e che permetteva la messa in scena del viaggio dell’arcangelo Gabriele, foriero della notizia su cui si fondava la rappresentazione. Ad Annunciazione avvenuta gli astanti affollati nella navata erano colpiti dall’ultimo “effetto speciale”: un razzo, simboleggiante lo Spirito Santo, ripercorreva il tragitto fatto dall’angelo ed illuminava tutta la chiesa. Sempre nel 1439 lo stesso Abramo di Souzdal fu presente anche alla festa dell’Ascensione di Cristo in Santa Maria del Carmine. Sul tramezzo stavolta comparivano a sinistra Gerusalemme e a destra il Monte degli Ulivi: la vicenda vedeva Gesù e gli apostoli uscire dalla città e giungere nell’orto di Getsemani da cui Cristo ascendeva al Cielo. Tutto era possibile tramite l’apporto di canapi tesi ed argani, grazie ai quali il giovane che impersonava Gesù poteva essere issato in alto dove si sistemava alla destra di Dio Padre, secondo la formula del Credo in un’immagine che chiudeva la rappresentazione. Ingranaggi nascosti facevano ruotare una mezza sfera, rappresentante la Volta celeste, collocata tra le capriate del tetto in San Felice in Piazza, per un’altra Annunciazione quattrocentesca. Dalla struttura cupoliforme discendeva una “mandorla” tramite la quale l’arcangelo Gabriele giungeva al cospetto della Vergine Maria. Il modello ligneo segue una descrizione di questa festa fatta da Giorgio Vasari. La sezione si completa con un esempio di addobbo lussuoso per esequie, ennesimo momento deputato per l’espressione spettacolare della vita di corte. Nella fattispecie vengono ricordate le esequie “in effigie” di Filippo II di Spagna, celebrate in S. Lorenzo nel 1598. L’apparato funebre voluto dal granduca Ferdinando I prevedeva addobbi in facciata e all’interno della chiesa, dove dominava la scena un grandioso catafalco, come testimoniano le incisioni di G.B. Mossi (1598) esposte in mostra. · Nella seconda sezione inizia quella che può essere definita “la privatizzazione dello spazio scenico”: si passa dalle piazze e dalle chiese, accessibili a tutti, all’utilizzo di corti destinate all’élite signorile. In questo primo caso il tema dominante è la trasformazione del cortile-giardino del Palazzo Medici in ambiente teatrale, approntata da Vasari e Sangallo per la rappresentazione del “Commodo”, commedia di Antonio Landi accompagnata da intermedi con scene allegoriche e intervalli musicali. L’occasione per questa grande messinscena venne offerta dalle nozze del duca Cosimo de’ Medici (figlio di quel Giovanni dalle Bande Nere tanto celebrato in questi giorni per il film “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi) ed Eleonora di Toledo, celebrate nel 1539. Al recinto del giardino vennero affissi quadri con le glorie dei Medici e con strisce di stoffa si creò una sorta di “velarium” a fare da soffitto, mentre su una loggia prospiciente il palco erano posti i membri della corte con il principe in testa. Sulla scena era invece sistemato un meraviglioso fondale con la città di Pisa abilmente riprodotto nel modello in legno esposto. Sui monumenti della scenografia scorreva il cosiddetto “sole passante”, un congegno che segnava l’arco di un giorno secondo la rigida unità di tempo voluta dai canoni aristotelici e sostenuta dagli umanisti. Al sole passante, che in realtà era un’enorme ampolla raggiata colma di liquido che diffondeva e amplificava la luce, è riservato il ruolo di logo della mostra.

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